Dalle memorie di Sir William Reginald Davies: abbandonare la nave.

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In Aprile iniziò una stagione di temporali dopo un inverno siccitoso con i report delle associazioni degli agricoltori che lanciavano segnali di allarme per le colture. Il nostro “gioco” politico era agli sgoccioli e non aveva prodotto grandissimi risultati, anzi praticamente nessuno: volevo andarmene, senza saper dove, in fondo nessuno mi stavo aspettando.

Il paese andava sempre più alla deriva, sprofondando in una rabbia ormai diffusa capillarmente e alimentata per osmosi dalla paura ed in un razzismo orgoglioso di mostrarsi oscenamente ad ogni occasione, magari anche travestito anche da buon cattolicesimo tradizionale, custode di valori come il disprezzo e . L’odio serpeggiava appena al di sotto della superficie del corpo sociale, pronto ad emergere appena veniva suscitato. Si respirava una strana atmosfera sospesa, sembrava di essere in un altro secolo. L’economia arrancava vistosamente e si attendeva l’ineluttabile fine di un ciclo, per non dire un crollo,  che però per ora non arrivava, malgrado la crisi, la disoccupazione e gli altri fondamentali economici disastrosi.

Individualmente la mia demotivazione era grande e più che lavorare mi dedicavo a seguire gli affari di famiglia, poi mi venne a noia anche quello, in fondo non avevo famiglia. Presi un cane al canile, una meticcia di taglia media bianca a macchie nere e facevo insieme a lei lunghe passeggiate al mattino presto, sulla spiaggia ancora deserta. Aprile regalava nuvoloni blu e viola ed un mare con delle belle onde scure tagliate dalla spuma bianca. La mia cagnolina si chiava Esther ed era iperattiva. Correva per la spiaggia come una pazza e scappava a gambe levate quando arrivavano le onde.
Tutto sembrava fermo e anche Donald praticamente non si faceva più sentire. Ripresi il vizio giovanile di scrivere poesie e perdere tempo, come se la vita fosseun serbatoio di ore infinito.

Poi tutto prese improvvisamente un’altra piega. Donald mi mandò un messaggio sul Blackberry, telefono che utilizzavo solo per stare in comunicazione con lui. Non accadeva da mesi che mi contattasse: Benassi era scomparso e dopo “l’incidente” alla figlia, era chiaro che qualcosa stava precipitando. Mentre leggevo allarmato, stavo camminando a piedi nudi sulla spiaggia ed il mio primo pensiero fu di guardarmi alle spalle: non c’era nessuno. Donald consigliava di abbandonare il campo e tornare a casa: lasciare la nave al suo destino. Arrivai a casa ed Esther andò ad accucciarsi sul suo cuscino guardandomi come se avesse colto il mio turbamento. Seduto alla scrivania riflettevo sul da farsi e come un pensiero assurdo e fuori luogo mi ritrovai a ricordare Francesca ed il nostro incontro per strada ed il cappuccino bevuto insieme. Poi d’un tratto tutto svanì, fuori aveva iniziato a piovere copiosamente e mi sorpresi a fissare il cassetto. Sapevo cosa c’era dentro e che d’ora in poi avrei dovuto aprire e chiudere proprio quel cassetto ogni giorno e portar con me quel che custodiva.
Avevo già deciso: non me ne sarei andato, non era ancora tempo di traslocare.

Esercizio del trasloco

Il tempo qui non è stato
che un pezzo di cartone,
un sobbalzo. La porta
si chiude per l’ultima volta.
Il fascio di forze domestiche
il genio del luogo
saluto ora con ringraziamento.

A tutto ciò che tace perfettamente
e che sempre qui dentro ha taciuto
a ciò che non appare
in questa casa vuota
e resta come il larga attesa.
A questo punto del mondo, alto sulla città vecchia
a questa cuccia di luce e conforto
in cui abbiamo amato meglio che potevamo
e dormito bene nella sua pace
e fatto tutte le cose umane
delle vite, al mio cuore
senza tristezza che tutto saluta
contento, come esercizio
di distaccamento, come grande
scuola del trasloco e del suo lasciare la presa.

Vi lascio, cose.
Il vostro mancarmi sia la melodia
che ora mi guida:
La schiena liberata dal peso
stia dritta in attesa
della più alta impresa.
Il bastarmi del poco e del niente che serve.
E il resto sia vuoto. Sia intesa
con tutto ciò che non pesa.

Mariangela Gualtieri

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