Il pagellone della politica, come sarebbe sulla Gazzetta dello Sport

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Lo sport è inesorabile. Molti a parole si presentano per partecipare, ma semplicemente perché la vittoria non è alla loro portata. Alla fine della competizione uno vince (il “come” lo fa è relativo), gli altri applaudono o si arrabbiamo. Ed un nome solo viene scritto nell’albo dei vincitori.

La politica è invece un universo più nebuloso, dove le leggi cartesiane ovvero la conoscenza “chiara e distinta” non sempre possono essere applicate. Spesso alla fine, tutti pensano di aver vinto.

Durante questi tre mesi successivi al voto, abbiamo visto all’opera la nostra nuova classe politica che si è mossa sventolando la bandiera del cambiamento, ampia abbastanza da nascondere le macchinazioni e i compromessi che quei personaggi, saliti alla ribalta con un atteggiamento intransigente, hanno provato a realizzare lontano dalle telecamere. Rimpiangeremmo i bei tempi dello streaming e della trasparenza, se mai li avessimo vissuti.

Partiamo da Luigi Di Maio

il M5S aveva raccolto un patrimonio di voti incredibile, di gran lunga primo partito in Italia. E sarebbe stato difficile per chiunque fare quanto fatto da Luigi, ovvero perdere clamorosamente.

<Nessun compromesso con Berlusconi>

ed ha regalato la Presidenza del Senato ad un esponente FI.

<L’unica cosa certa è che non faremo mai accordi col PD>

ed è riuscito a farsi rifiutare il supporto dal PD a fronte di sua esplicita richiesta. Ed ancora:

<Non esiste altro Premier all’infuori di me>, <Basta premier non eletti>

ed eccoci ora con lo sconosciuto avvocato Conte;

<Io meridionale non mi metterò mai con la Lega di Salvini che vuole dar fuoco ai meridionali>

da cui deduciamo che Luigi abbia indossato sotto il sorriso un abito ignifugo; fino ad un clamoroso attacco al Presidente della Repubblica, dal quale è dovuto tornare a testa bassa, scusandosi, in un tempo perfino inferiore a quello che gli è servito per cercare come si scrivesse “impeachment”; ed arrivando perfino a mentire su improbabili nomi alternativi quali Siri e Banali.

Ad un certo punto Casaleggio ha pensato addirittura di dover giocare la carta Di Battista con 5 anni di anticipo.

Insomma, voto 4 (che in ogni caso gli alza la media scolastica)

Molto meglio Salvini, (che a Bruxelles sembrerebbe chiamino “bolletta”, per la sua abitudine di comparire una volta a bimestre). Matteo ha fatto valere i suoi 25 anni spesi nei labirinti della politica (e negli studi televisivi), probabilmente supportato da una squadra e da consulenti ben più furbi di quelli di Di Maio (ricordiamo che la Lega, da sola, è – era in realtà – il terzo partito, dietro anche al PD).

Si è presentato al tavolo come referente della coalizione vincitrice delle elezioni e per un po’ ha recitato la parte del leader del CentroDestra. Ben consapevole però, che in caso di accordo, la Lega avrebbe avuto solo la metà dei Ministri oggi conquistati, dovendo spartire posizioni con FI e FdI.

Con in mano un probabile pre-accordo col M5S, ha fatto in modo che fosse Silvio a lasciarlo andare, in modo che i rapporti di cooperazione a livello regionale e comunale non avesse ripercussioni.

Salvini, in teoria il socio di minoranza, ha messo Di Maio alle corde subito, facendogli capire (forse a gesti) di scordarsi il ruolo di Premier.  Nel corso delle trattative, però, si è reso conto di avere di fronte un gruppo di dilettanti allo sbaraglio, facilmente indirizzabili e al contempo ha preso coscienza della sinfonia verde proveniente dalla Regioni (risultati elettorali di FVG, Molise e Valle d’Aosta).

La diagnosi leghista è stata presto fatta: Salvini stava per firmare un contratto con un taeg che era ormai fuori mercato. Con un nuovo giro di pista elettorale, la Lega avrebbe avuto un consenso oltre il 25% (cannibalizzando FI), il M5S avrebbe perso qualche punto, grazie agli errori di Luigi, e quindi si sarebbe aperto uno scenario da favola:

  • vittoria assoluta (> 41%) del CDX e Matteo Premier
  • vittoria relativa e tavolo di confronto con il M5S con un peso specifico in pratica uguale (o grazie a Meloni addirittura superiore).

Salvini ha quindi trovato un nome di rottura, opportunamente in contraddizione con le indicazioni di Mattarella (che aveva anticipato una particolare attenzione per i nomi proposti per certi ruoli “pesanti”) e lo ha venduto a Di Maio. Il giovane Luigi, un po’ distratto, non si è accorto che il nome era anche disallineato rispetto al famoso Contratto di Governo (senza parlare della posizione europeista del M5S).

Evidenti sono i segnali della manovra tattica di Salvini:

  • Il punto di rottura legato alla possibile uscita dall’euro, sarebbe potuto/dovuto essere nel programma (che invece risultava conciliante, perfino soft in tal senso)
  • Savona è stato volutamente lasciato libero di muoversi allo sbando (NB: se fai attraversare la tangenziale a tuo nonno non accompagnato, lo fai perché hai già intenzione di subaffittare la sua camera): le sue dichiarazioni non sono state governate in modo organico sia per contenuti (nulla ha fatto per ammorbidire) che per modalità (assurdo ricorrere ad un blog semisconosciuto, su cui il post precedente lanciava un sondaggio – poi rimosso -contro lo stesso Mattarella)
  • Il giorno successivo al gran rifiuto, mentre Di Maio era fuori controllo e in preda alla disperazione, Matteo dopo una piccola commedia per il suo pubblico, già pregustava le elezioni (che addirittura avrebbe spostato tranquillamente a settembre per evitare fine luglio, mese che avrebbe potuto intrododurre distorsioni).

A giochi ormai conclusi, Salvini merita comunque un voto alto, diciamo 8.

E veniamo a Mattarella

Ammetto che mai come questa volta ho compreso l’importanza di avere il Presidente della Repubblica come garante del Paese nella sua interezza, in grado di influenzare il corso degli eventi.  Cosa che ha fatto in modo magistrale.

Prima di tutto vorrei fargli sentire tutta la mia vicinanza per aver dovuto passare delle ore con le coppie miste Salvini-Giorgetti e Dimaio-Toninelli. Devono essere stati momenti terribili (e sembrerebbe che lo sguardo di Toninelli abbia piegato tutte le posate del servizio buono di Sergio).

Altra doverosa premessa: la bravura in politica sta nel massimizzare il risultato in rapporto alle leve che hai a disposizione (per capirci, se devi organizzare il matrimonio tra i figli di Attila e del Conte Vlad, la gente poi non può lamentarsi se non hai fatto venire Elton John a suonare il piano!)

Ma l’eccellenza la raggiungi se alla fine ottieni quanto vuoi e al contempo fai credere a tutti gli altri di aver vinto.

Il PdR non avrebbe potuto fermare questo Governo: non esistevano i numeri e, ad un secondo giro elettorale, le urne avrebbero riproposto un risultato forse peggiore.

Mattarella ha usato, spingendosi al limite della Costituzione, i suoi poteri di Presidente della Repubblica, che lo portano a nominare i Ministri a fronte di una proposta fatta dal Presidente del Consiglio.

In questo mondo distorto, ovviamente, molti laureati all’università di Google hanno trovato gusto nell’incollare 4 righe da manuali mai visti prima, sentendosi perfino in grado di spiegare a Mattarella (avvocato, giurista e giudice costituzionale) il senso dell’Art. 92 della Costituzione più bella del mondo.

Ma questo episodio è servito a far parlare tutti di un tema completamente inutile (la legittimità di un atto) e molto meno delle conseguenze.

Non è tanto il rifiuto, il suo successo, ma tutto quanto avvenuto al contorno.

.

Savona è servito a Salvini per far saltare il banco, mettendo Mattarella in una situazione difficile; ma dato che intelligenza ed esperienza servono più che una collezione di felpe con tutti i capoluoghi di provincia, il PdR ha potuto alzare l’attenzione del pubblico sul tema del risparmio e su quello fondamentale della moneta unica, messa a repentaglio da un gruppo di personaggi che da tempo si muovono nell’ombra. Diciamoci la verità: molto del caos intorno al nome di Savona è nato grazie a Mattarella ed oggi tutti han preso visione di un folle piano in cui per la prima volta nero su bianco è stato scritto che l’uscita dall’euro si ottiene con un golpe verso i cittadini, il blocco dei conti corrente, la decurtazione del risparmio privato fino al 30% e magari anche un bel default.

La nomina di Cottarelli (persona serissima) è servita a dare il tempo ai contendenti di studiare la prossima mossa, perché solo la nutrita banda di svalvolati invitati al matrimonio Lega – M5S poteva pensare che si potesse costruire qualcosa o ottenere la fiducia.

Mattarella ha usato Cottarelli per ufficializzare il ritorno al voto.  Ha dato il tempo a Di Maio di riflettere, di tornare a capo chino e poi lo ha perdonato. Ha creato le condizioni per far tornare su Salvini la decisione finale, dopo che questi aveva spergiurato impegno massimo nel voler dare quanto prima un governo agli italiani.

Ha lasciato alle truppe cammellate del sodalizio gialloverde il senso della sconfitta di Cottarelli, quando in realtà la partita non si è mai giocata.

Alla fine ha ottenuto quello che voleva:

  • lo spostamento di Savona,
  • ha creato consapevolezza sulle follie noeuro e sui piani B, C D ed E
  • la nomina di un’alternativa più soft (il professor Tria) all’Economia che ha esordito con una dichiarazione sull’euro rassicurante (cosa che Savona non ha e mai avrebbe fatto),
  • un Governo che ha come maggioranza decisionale i voti del M5S, con approccio molto meno ostile ad Europe ed euro.
  • un M5S in cui Dimaio esce un poco ridimensionato

È poco? No! è tantissimo. Soprattutto pensando che questo risultato è stato ottenuto praticamente da solo. Con una opposizione inesistente, dato che Forza Italia è in estinzione e il PD una creatura misteriosa che da due anni combatte allo specchio.

È chiaro che il Governo che oggi abbiamo ha carenza di congiuntivi, impronte di noeurismo, dosi di no-vaccinismo, no-gayismo e no-tappismo, di PIL che cresce con i condizionatori, etc. etc., ma questa è l’espressione del voto italico.

Capiremo ben presto se le cause che han prodotto questo Governo sono i problemi dell’Italia o se il problema sia proprio che questo Governo è ad immagine del Paese.

Ma lo faremo sapendo che Mattarella è con noi e vigila. E che farà ancora una volta se servisse, quanto nelle sue possibilità, in attesa che qualcuno si unisca a lui in modo serio e costruttivo.

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Marco Guffanti

Laurea in ingegneria, Business Manager in Pianificazione Strategica e Operativa delle Supply Chain.
Cerco di capire come mai il mondo economico sia diviso in due gruppi: quelli che lo fanno funzionare e quelli che scrivono come dovrebbe funzionare.

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