Il peso della verità

E’ proprio necessario conoscere sempre la verità? Ma certo, direte voi: per poter gestire le situazioni occorre averne una visione completa e veritiera. E se la verità fosse insostenibile, se poi ci scoprissimo del tutto incapaci di convivere con lo scenario che ne deriverebbe?

“Voi conoscerete la verità, e la verità vi renderà folli” (Aldous Huxley)

Sulle note di un canto natalizio eseguito da una banda per strada, la bella faccia dal franco sguardo blu, scintillante dietro l’occhialone  sormontato dal ciuffo biondo e ribelle di Turner – Robert Redford, rimase sospesa sulle parole del cinico Higgins – Cliff Robertson in un’espressione dapprima incredula e poi dolorosamente dubbiosa. Clelia si sentì defraudata di un finale mancato, perché così non era dato sapere se il New York Times avrebbe pubblicato la relazione di Joe Turner, nome in codice Condor, che narrava di complotti e sezioni deviate della CIA.

Le luci nel cinema Ambasciatori si riaccesero sui titoli di coda del film di Sidney Pollack  “I tre giorni del Condor”, in prima visione da Natale, e Clara dovette suo malgrado staccarsi da quella storia avvincente. Era l’Epifania del 1976, spettacolo serale, e la sala cinematografica milanese era piena. Commentando l’inquietante realismo del tema trattato con il compagno di Università con il quale aveva assistito alla proiezione, Clelia si inserì disciplinatamente nella processione che fluiva lentamente verso l’atrio[sociallocker id=11716].[/sociallocker]

Stava per uscire su Corso Vittorio Emanuele e si era girata alla ricerca dell’amico che era rimasto indietro, quando vide suo padre sbucare dalla tenda in velluto cremisi della platea e camminare nella sua direzione, e questo fatto le provocò un certo stupore, anche se suo padre aveva l’abitudine di uscire la sera da solo un paio di volte la settimana, forse perché comunque non le era mai successo di incontrarlo. La sua sorpresa virò decisamente verso lo sconcerto quando si accorse della signora bruna in pelliccia di visone che stava aggrappata al suo braccio, rivolgendogli il viso imbellettato e sorridente. Lui la ascoltava reclinando leggermente il capo verso di lei, che era più piccola di statura, con un’espressione rilassata e compiaciuta.

Nei brevi istanti in cui ristette sbigottita in mezzo alla folla che sciamava verso la Galleria del Corso, intanto che suo padre avanzava lentamente senza nessuna apparente percezione della sua presenza, le venne in mente sua madre, donna schiva e modesta – forse persino un poco scialba – di origini alto atesine, che faceva traduzioni dal tedesco per contribuire alle entrate del marito, ragioniere impiegato all’Alfa Romeo del Portello, e che una pelliccia così manco si azzardava a sognarsela. Sua madre, che dopo ventisei anni di matrimonio vissuti all’ombra di un uomo autoritario e ombroso, e tuttavia irreprensibile e presente, ancora gli portava il caffè a letto alla mattina, con i biscotti che faceva lei tra una traduzione, un bucato e una stiratura, la spesa e la cucina e le faccende domestiche, perché lui – lui – doveva affrontare una giornata impegnativa.

Il suo compagno finalmente le fu a fianco, lei lo afferrò per un braccio e lo trascinò verso Piazza San Babila, nel freddo scontento di una notte di gennaio che sanciva la fine delle festività natalizie, ed era ora di riporre gli addobbi, le luci intermittenti ed i sorrisi di circostanza, e ricominciare con i soliti affanni quotidiani e la consueta ottusa indifferenza.

Ci pensò su per diversi giorni, scrutando nascostamente suo padre, e cogliendo dei particolari che ora acquisivano un significato: infine, decise di affrontarlo. Era il secondo dei giorni della merla, il 30 gennaio, scendeva una pioggia fine e tediosa e pareva davvero uno dei tre giorni più freddi dell’anno, perlomeno a Milano, soprattutto alle sei del pomeriggio, che era già buio, su quel marciapiede in via Gattamelata davanti al colosso grigio dell’Alfa Romeo dove Clelia aveva deciso di aspettare suo padre per parlargli. L’uomo si irrigidì quando la figlia gli andò incontro e lei comprese allora che quella sera anche lui doveva averla vista. Il colloquio avvenne in auto e fu piuttosto imbarazzante perché il padre ammise subito la sua relazione con la signora in pelliccia e precisò che durava da qualche anno.

“Ho dell’affetto e del rispetto per tua madre e non la lascerò, ma non rinuncerò a Roberta, della quale sono innamorato: fattene una ragione”.

Clelia sentì la rabbia salire come un reflusso acido, anche per il tono tranquillo e perentorio con il quale il padre si era espresso.

“No, papà: se sei innamorato di un’altra il vostro matrimonio non ha più senso, e tu devi essere sincero con la mamma, non pietoso. Hai tutto il fine settimana a disposizione: se non le parli tu, lo farò io lunedì. Fammi scendere qui, io torno a casa a piedi”.

Era scesa all’angolo tra Corso Sempione e via Procaccini, dove abitavano in un appartamento in affitto in un caseggiato all’incrocio con via Nono, verso il Cimitero Monumentale.

Il sabato trascorse tra le consuete faccende; la sera Clelia uscì con alcuni amici e tornò a notte fonda. Entrando in tinello trovò la madre seduta sul divano, gli occhi fissi sullo schermo del televisore spento, le mani che cincischiavano nervosamente l’orlo della vestaglia.

“…mamma…”

“…tuo padre se ne è andato. Mi ha detto tutto, anche del vostro incontro”.

La ragazza osservava con apprensione il volto inespressivo della madre, la quale ad un tratto le rivolse uno sguardo dolente e asciutto:

“…ma come hai potuto fare una cosa del genere? Come ti sei permessa di intervenire…non hai capito niente, non hai capito niente…”

La donna pareva invecchiata di colpo: la schiena curva e le mani abbandonate sulle ginocchia, scuoteva piano il capo, l’espressione remota e chiusa.

Quella notte Clelia aveva perduto il padre, che andò a vivere con la donna che amava e limitò i rapporti con la ex famiglia allo stretto indispensabile, ed anche la madre, la quale non le perdonò il fatto di averla costretta ad affrontare una verità che aveva disgregato il suo matrimonio e tutto il suo mondo, i cui confini divennero sempre più ristretti ed esclusivi. Non poté che prenderne atto e benché non dubitasse di avere fatto la scelta corretta, non riuscì a ristabilire un contatto con sua madre, la quale aveva trovato un impiego e continuava a provvedere diligentemente alle faccende domestiche, ma aveva l’aria di andare scientemente alla deriva.

Dopo la laurea in lingue, Clelia fu assunta come interprete simultanea per una società che organizzava convegni scientifici in Italia e all’estero. Affittò un appartamento in via Bramante, non molto distante dalla casa della madre, dalla quale non aveva voluto allontanarsi sebbene ormai tra le due donne si fosse insediato un distacco irrimediabile.

Milano turbinava briosa e spensierata sulla giostra colorata e superficialmente epicurea degli anni ’80 e Clelia era sempre in giro per congressi. Fu forse in conseguenza di questo nomadismo, forzato ma gradito, che non stabilì relazioni durature con nessuno degli uomini con i quali si trovò a condividere una notte, qualche settimana o alcuni mesi: ma più probabilmente fu per l’inconscio timore di subire il medesimo inganno di sua madre.

All’inizio del ‘94 una promozione a livelli dirigenziali pose fine al suo girovagare e la riportò a Milano, dove ormai aveva perso i contatti con tutti gli amici di un tempo. Era oltre la quarantina, si avvicinava dunque a quell’età in cui si prende a dubitare di molte delle proprie giovanili certezze e si insinua pian piano una fragilità strisciante e corrosiva.

Fu forse per questo che l’incontro di quella sera di metà febbraio poté influire in modo determinante sul corso delle cose.

Clelia aveva accettato l’invito di alcuni colleghi ad andare all’inaugurazione del locale di Jannacci in via Santa Maria Segreta; alle dieci di sera il breve tratto di strada che da Via Cordusio conduce a via Meravigli era popolato da una ressa variamente composta ed abbigliata, ma accomunata dalla stessa gioiosa aspettativa. Sospinta dalla folla verso l’ingresso lei pensò che la scelta del nome del locale, “Bolgia Umana”, non potesse essere più appropriato. All’interno c’era la stessa festosa sovrappopolazione e perse presto di vista i suoi colleghi.

Quando finalmente Jannacci arrivò, in ritardo perché i geni e i poeti, non avendone bisogno, non hanno una precisa cognizione del tempo e lui era senza ombra di dubbio entrambe le cose, salì sul palco sotto la cupoletta della sala circolare e raccontò, emozionato, della sua felicità per un sogno che si realizzava, lì, quella sera. La folla si acquietò per diversi minuti ascoltandolo in silenzio, ma quando il poeta si sedette al piano ed intonò “El purtava i scarp del tenis” la festa incominciò, chiassosa e caotica.

A Clelia incominciava a mancare il fiato ed era infastidita da quella confusione, così sgomitò con decisione controcorrente ed uscì alla ricerca di aria fresca. Le girava la testa e si appoggiò al muro ruvido, chiudendo gli occhi ed inspirando boccate di freddo. Il ritmo del suo respiro stava tornando regolare e stava pensando di dirigersi verso Piazza Cordusio alla ricerca di un taxi per tornare a casa, ma fu distratta da un profumo dolce e aromatico di tabacco da pipa, lo stesso che fumava di tanto in tanto suo padre.

Aprì gli occhi di colpo, turbata da quel ricordo: l’uomo che la stava scrutando con aria preoccupata reggendo una pipa in una mano affusolata aveva più o meno la sua età, i capelli scuri e mossi e una bella faccia dai lineamenti decisi ma armoniosi. Sopra i jeans indossava un giaccone abbastanza frusto e tuttavia la sua figura alta e sottile aveva un’aria elegante che non avrebbe mai potuto essere influenzata da ciò che indossava.

“Si sente bene? Ha bisogno di aiuto?”

Una voce bassa e rotonda, sfacciatamente intima, e Clelia si sentì a disagio nel suo paltoncino nero così borghese, e in maniera del tutto inappropriata si pentì per la  frettolosa sciatteria con la quale si era legata i lunghi capelli castani in una puerile coda di cavallo, senza neanche darsi un filo di trucco, ma era uscita tardi dall’ufficio e non aveva avuto tempo. Non aveva nemmeno avuto tempo di cenare, per questo le girava la testa.

Lo spiegò allo sconosciuto, cercando per qualche istante di recuperare l’abituale padronanza emotiva che si stava diluendo in un’urgenza istintiva e consapevole: ma dopotutto, era adulta e non doveva rendere conto a nessuno. Lo sconosciuto capì al volo e si prestò senza resistenze al gioco.

Era un buon giocatore, Eugenio: lo dimostrò fin da quella notte e quell’incontro si trasformò in breve in una storia. Clelia si lasciò avvolgere volentieri dalla rete che le si stringeva attorno: forse era ciò che aveva desiderato per tutta la vita. Così, quando qualche mese dopo lui le confidò le sue difficoltà economiche derivanti dal fatto che lavorava nello spettacolo, era un tecnico del suono o qualcosa del genere e trovava solo incarichi saltuari, insufficienti a compensare i lunghi periodi di inattività, lei non esitò a proporgli di lasciare l’appartamento al Giambellino che aveva in affitto per trasferirsi da lei. Eugenio superò con disinvoltura l’imbarazzo di dipendere economicamente dalla donna, almeno in una certa misura, e anche se Clelia percepì questa lieve discrasia se ne allontanò rapidamente. Del resto, lui era un compagno divertente ed accomodante e  nei giorni in cui non lavorava si dedicava alla preparazione di elaborate pietanze, cosicché quando lei apriva la porta di casa veniva accolta dal profumo di cibo e dal sottile aroma di cioccolato del suo tabacco da pipa, che ormai permeava tenacemente l’ambiente, e si sentiva rassicurata e gratificata da quell’amorosa invasione dei suoi spazi fisici e mentali.

Arrivò la primavera e poi anche l’estate, che scivolò via calda ed assolata e a Clelia Milano non era mai sembrata così bella, perché la bellezza era dentro i suoi occhi, e fino a ottobre inoltrato fu un autunno mite e dolce, poi giunse il primo giorno di nebbia.

Una nebbia consistente e vaporosa, Clelia pensò con sollievo che alle due sarebbe uscita dall’ufficio, avrebbe fatto un salto da Savinelli a ritirare il regalo per Eugenio, una preziosa pipa in radica con le iniziali in oro apposte sul cannello, e poi sarebbe corsa a casa: era il suo compleanno ed era momentaneamente disoccupato, così voleva fargli una sorpresa. La nebbia era talmente fitta che si infiltrava persino in Galleria e solo le porte chiuse la tenevano fuori dai negozi; uscì dall’antica bottega per fumatori a due passi da piazza del Duomo con il pacchetto nella borsa e tornò in via Manzoni, dove aveva lasciato l’auto.

Guidava con prudenza, pregustando il momento in cui sarebbe rincasata con due ore abbondanti di anticipo. Procedeva adagio su Corso di Porta Nuova, le spalle rigide, il collo teso in avanti e gli occhi strizzati nell’illusione di vederci meglio e le veniva da scacciare con un gesto della mano l’impenetrabile foschia opaca che aveva davanti. Il traffico era talmente lento che anche in quell’orario relativamente tranquillo si formò presto una lunga coda che procedeva a singhiozzo, e quando qualcuno frenò all’improvviso qualcun altro si distrasse e Clelia si trovò coinvolta in un tamponamento multiplo. Si spaventò un poco, scese cautamente dall’auto, come gli altri, per verificare i danni, tutti quanti davano sfogo al disappunto e alla noia ed incominciò la trafila incrociata dello scambio dei dati per le assicurazioni.

Clelia pensava alla sua fretta di arrivare da Eugenio con il regalo per il compleanno, e alla fine di tutto quel passaggio di carte e di malumori, guardò a malapena il distinto signore in abito grigio che guidava la Mercedes che l’aveva tamponata e che le porse il biglietto da visita con i recapiti telefonici,

“…non si sa mai, dovesse aver bisogno…”,

trattenendo qualche istante di troppo la sua mano in una stretta che non avrebbe voluto essere di commiato, mentre la guardava attentamente con gli occhi grigi appena socchiusi.

Quando finalmente riuscì a schiodarsi da Corso di Porta Nuova, la nebbia si era ulteriormente incattivita e arrivò in via Bramante con gli occhi che le bruciavano per lo sforzo di penetrare quel muro lattiginoso, e alla fine di due ore di anticipo le era rimasta appena mezz’ora.

Fece di corsa i quattro piani di scale – abitava all’ultimo piano e l’ascensore, tanto per cambiare, era guasto – e non prestò molta attenzione alla ragazza che incrociò all’altezza del secondo piano, fu solo sfiorata dal pensiero che aveva un profumo troppo intenso che lasciava una scia di gelsomino, e poco dopo per la fretta quasi investì la sua anziana vicina che come al solito scendeva a ritirare la posta dalla casella nell’atrio.

Aprì la porta di casa, trovò Eugenio in accappatoio e con i capelli bagnati e le parve di avere ancora nel naso quel profumo dolciastro di gelsomino – ma sicuramente era la sua immaginazione, niente di più che un ricordo olfattivo –  quando lo abbracciò mormorandogli

“buon compleanno, amore mio”.

Scendendo con prudenza le scale aggrappata al corrimano, la sua vicina di casa pensò che stavolta c’era veramente mancato poco.

“Povera signora Clelia. Forse dovrei aprirle gli occhi e raccontarle cosa succede a casa sua, un giorno sì e uno no, ed infrangere così il suo bel sogno d’amore. Ma, in fondo, non sono affari miei”.

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Pubblicato da Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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