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Pian Piano: don’t give up

Invitando un mostro sacro, come Mr Peter Gabriel, occorre specificare che qui nel nostro salotto non si fa critica musicale o esegesi, non si analizzano discografie, non si decriptano intenzioni artistiche o si ricostruiscono oscuri, ma determinanti episodi nella vita di un musico. Il nostro è un pigro ritrovo, un bar privato, dove ci si abbandona colpevolmente al capriccio e all’arbitrio, per il solo gusto di goderne, per la compagnia, per una rabbia improvvisa, forse figlia del troppo vino. Peter Gabriel quando inizia la carriera solista viene dalla progressive band più famosa al mondo, i Genesis,  e si trova circondato da un pululare di aspettative, che sono gabbie per lo spirito. Saprà aggirarle. Perché abbiamo invitato Gabriel nel salottino? Lo abbiamo fatto per l’irrequietezza che ultimamente ci ha preso il cuore, irrequietezza che è anche rabbia ed a tratti un amaro senso di impotenza. Peter ha saputo guardare al male ed all’ingiustizia del mondo con sincerità e ha esplorato parallelamente le pieghe interiori dell’animo umano. In quest’epoca balorda e senza bussola, dove i bambini si perdono fra le onde del mare e tornano a riva addormentati.

Il nostro è un artista poliedrico ed oltre ai palchi ha frequentato con successo il cinema. Fra le colonne sonore è passata alla storia come capolavoro la collaborazione con Martin Scorsese per  “The Passion”. Zaar, con il toccante video, riassume la carica emotiva che alberga fra le viscere del grande musicista, capace in una manciata di minuti di restituire l’intensità del male e il suo trasformarsi nell’intensità dell’amore. Ci è dato percorrere lo stesso cammino, non tutto il male è sordo ed insensato? Sono due facce della stessa medaglia?

Il tramonto del XX secolo è stato caratterizzato da un’euforia generalizzata; la percezione di un’onnipotenza effimera, l’idiozia di un’espansione perenne e una crescita intergalattica a basso costo ha ubriacato le menti migliori, stordite da un’atmosfera luccicante di cocaina, psicopatici e telefonini. L’alba del XXI secolo è il greve deragliamento di questa effimera levitazione, la paranoia di un Big Time evidentemente all’epilogo, di un consumismo ormai mutilato delle sue ali ed in fase discendente, di una Pechino ridotta ad una nuvola di smog e di ghiacciai derubricati a ghiaccioli.

E ora? Ora siamo ridotti a scimmie? “Giochiamo” alla guerra e costruiamo gabbie? Ma gli sguardi possono uccidere, probabilmente lo faranno, nei giochi senza frontiere, guerra senza lacrime, giochi senza frontiere, guerra senza lacrime. Cosa fotografa meglio i nostri giorni?

Siamo partiti scavando nella sporcizia, nei nostri cuori appesantiti per scoprire i luoghi che ci fanno male e scoperchiare la sofferenza. Da dove arriva la scimmia, come fermare l’infezione e arrestare la marcia delle anime morte? Peter sussurra che l’unica cosa di cui è certo è la mostruosa accelerazione intorno a tutti noi. Non resta altro da fare che abbandonarci e cadere in cielo. Lo prendiamo in parola.

La scorpacciata di musica di primissima qualità potrebbe proseguire per ore. Il povero scrivente qui nel suo salottino, circondato da due muse bellissime e silenti, si ritrova oltre la porta un placido cavallo che pascola tranquillo e davanti agli occhi una piccola principessa bionda in mezzo ad un prato fiorito. Mi inchino e stringo la mano al nostro illustre ospite. Niente poesia la porta resta spalancata, i poeti oggi tacciono per i bambini morti, per i bambini feriti, per i bambini persi nella calca, per i bambini che hanno fame, per i bambini pressati su treni, barche e camion senza fiato. I poeti tacciono, ma mi raccomando non arrendetevi al gelo e ascoltate il vento.

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Pubblicato da Enrico Marani

king for a day, fool for a lifetime

Una risposta a “Pian Piano: don’t give up”

  1. Oggi ci aggiriamo tra le macerie delle nostre illusioni, delle nostre speranze e delle nostre lotte. Nella fretta di andare avanti qualcuno ha scordato la propria storia ed ha smarrito la pietas. Abbiamo bevuto e giaciuto e viaggiato dentro troppi incubi psichedelici se abbiamo bisogno di immagini sempre più forti per provare compassione per i diseredati. La civiltà occidentale vive una fase di declino: c’è bisogno di aria pulita e di schemi davvero nuovi, non di frottole raccontate da abili comunicatori. Noi, in questo salotto, frughiamo nel passato e guardiamo al futuro, giriamo al largo da slogan gridati e rimestatori di fango, spegniamo le luci e ascoltiamo il.vento: da qualche parte, c’è una via d’uscita.

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