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Quel piccolo mondo antico dei capitani coraggiosi

piedi in testa

4 ottobre 1999:

“Sulla Telecom non c’è niente da dire. Evidentemente sono preferibili i capitani coraggiosi alla gente del piccolo mondo antico”

Così parlava l’avvocato Gianni Agnelli, il 4 ottobre del 1999, a margine dell’inaugurazione a Torino del primo corso di laurea in ingegneria dell’autoveicolo.

”Se i capitani coraggiosi sono Colaninno e Bernabé allora preferisco le partecipazioni statali”

così si è espresso Carlo De Benedetti, il 29 ottobre del 2013, su Radio 24 parlando della storia dell’Olivetti.
Perché gli anni passano, ma i capitani coraggiosi restano. Da Alitalia a Telecom, che oggi occupano l’agenda del governo, passando per i salotti buoni come Mediobanca e per quelli più aggrovigliati come il Monte dei Paschi fino alla grande galassia del sistema cooperativo. Capitani di industria e di finanza nati all’ombra del governo di Massimo D’Alema che hanno sempre saputo navigare fra le onde della politica e della finanza perché senza queste due sponde sarebbero naufragati in partenza. Capitani che spesso si sono scambiati gli equipaggi. Nomi, alleanze più o meno trasversali che hanno accompagnato le grandi operazioni economiche del paese negli ultimi quindici anni. Oggi si parla di capitani in declino, in realtà ad essere colate a picco sono le corazzate strategiche da loro guidate.

piedi in testa

Il capitano coraggioso per eccellenza è il manager mantovano Roberto Colaninno. La sua ascesa coincide con la crescita della Olivetti, di cui nel 1996 diventa amministratore delegato trasformandola poi in una holding nel settore delle telecomunicazioni. Nel 1999 la svolta, con l’Opa lanciata su Telecom Italia a fianco di un gruppo di imprenditori bresciani riuniti nella Hopa, la famosa razza padana del capitano Emilio Gnutti. Il raider bresciano cresce imprenditorialmente con la costituzione nel 1979 della Fineco, specializzata nel leasing e nel factoring: la società viene comprata poi nel 1990 dalla Banca Popolare di Brescia.
Gnutti nel 1989 esce da Fineco e nel 1995 costituisce insieme a Giuseppe Lucchini G.P. Partecipazioni che nel ’97 si fonderà con Bresciafidi dando vita alla “bicamerale della finanza” Hopa-Holding. Il 5 novembre del 1999 le assemblee dei soci di Hopa e Fingruppo, le due finanziarie a monte della catena di controllo del gruppo Telecom, deliberano la fusione per incorporazione di Hopa in Fingruppo, dando vita alla nuova Hopa che ha in pancia il 56% di Tel, azionista di maggioranza relativa di Olivetti e una serie di partecipazioni tra cui quelle in Snia e nella IIL. Il capitale è diviso fra 160 soci fra cui Colaninno (attraverso OmniaHolding), Unipol e Banca Agricola Mantovana che poi finirà nel gruppo Monte dei Paschi. Stringendo nuovi legami a cavallo fra la politica e la finanza.
Nel 2001 Colaninno esce da Telecom dopo la cessione del pacchetto di controllo di Olivetti posseduto da Bell alla Olimpia di Pirelli, Benetton, Unicredit e IntesaBci. L’anno dopo, però torna sulla scena e proprio da Telecom compra la Immsi con una cordata di cui fanno parte anche Interbanca e la LM Real Estate, indirettamente controllata dall’amico Giorgio Magnoni che di recente è stato protagonista del crac della quotata Sopaf (fratello di Ruggero, ex gran capo di Lehman Brothers in Italia poi finito a Nomura). Immsi è la scatola immobiliare con cui nel 2003 si porterà a casa la Piaggio. Con grande gioia delle banche creditrici, che avrebbero convertito in capitale parte dei prestiti erogati alla Piaggio. A causa della crisi del mercato e soprattutto dei forti debiti accumulati, tra il 2001 e il 2002 il gruppo della Vespa aveva infatti perso un totale di 180 milioni di euro. La banca più esposta è Intesa con circa il 40% di un indebitamento totale che sfiora i 600 milioni di euro. Poi c’ è il gruppo Monte dei Paschi (7% circa del totale), Unicredito (5%) e quindi, con importi minori, gruppo Popolare Lodi, Interbanca, Cassa di Risparmio di Firenze e Bnl.
Sei anni dopo Colaninno costituisce la C.A.I. e parte l’avventura di Alitalia. Nell’estate 2008 viene infatti messa in piedi la Compagnia Aerea Italiana, presieduta da Colaninno e composta, tra gli altri, dal gruppo Benetton, dal gruppo Riva (la famiglia proprietaria dell’ILVA), dal gruppo Ligresti, da quello Marcegaglia, dalla famiglia Caltagirone attraverso la società Acqua Marcia, dal gruppo Gavio e da Marco Tronchetti Provera. Un altro partner importante è Intesa Sanpaolo, al tempo guidata da Corrado Passera. Lo scopo della CAI è rilevare il marchio Alitalia e la parte “sana” e migliore della compagnia. In molti si chiedono se il governo non abbia offerto delle compensazioni agli imprenditori che partecipano all’operazione. Parecchi di loro infatti, come Marco Tronchetti Provera e la famiglia Benetton, erano – e i veneti sono tuttora – concessionari dello Stato, l’uno per le frequenze telefoniche, gli altri per le autostrade. La Marcegaglia viene invece fortemente criticata per la partecipazione del suo gruppo familiare all’operazione visto che da un lato fa affari con il governo e dall’altro, in quanto presidente di Confindustria, con lo stesso governo deve spesso trattare. Di conflitto di interesse viene anche accusata la famiglia Colaninno, in cui il padre, Roberto, partecipa alla CAI promossa dal governo Berlusconi, mentre il figlio Matteo svolge l’incarico di “ministro ombra” del Partito Democratico. Alla fine la CAI rileva da Alitalia il marchio e parte delle attività (la cosiddetta good company, che contiene le parti “sane” di Alitalia, mentre la bad company con i debiti e il resto viene lasciata a carico dello Stato) per circa 1 miliardo mentre vengono compiuti 7.000 esuberi – con 7 anni di cassa integrazione garantiti e pagati dallo Stato. Alla fine “capitani coraggiosi” sborsano effettivamente solo 300 milioni.
Colaninno e Gnutti. Più altri gregari – più o meno da salotto – che si sono uniti alla avventure dei due condottieri. Aiutandoli anche a stringere contatti e relazioni. Dal Veneto alla Toscana. A Siena rammentano ancora oggi le voci che già nel 2005 – quando Giuseppe Mussari era presidente della fondazione Mps, il bresciano Gnutti aveva ventilato l’ipotesi di un possibile acquisto di Antonveneta (più Interbanca) da parte del Monte per la modica cifra (rispetto agli oltre 10 miliardi poi pagati al Santander nel 2007) di 5,2 miliardi. Lo stesso Gnutti che nell’estate dei furbetti è al fianco di Fiorani, Consorte e Ricucci impegnati nella battaglia – finita male – contro gli olandesi di Abn Amro, azionista a Padova già nel ’96.

piedi in testa

Nel 2008 il treno di Chicco Gnutti arriva però al capolinea. Il fallimento di Hopa viene evitato perché la Mittel di Giovanni Bazoli – ancora oggi dominus di Intesa Sanpaolo – interviene a chiudere i contenziosi e, dopo la creazione di una newco e l’ok del Tribunale, rileva il pacchetto. Fondamentale per la buona uscita dell’operazione è il parere positivo del Banco Popolare e del Monte Paschi guidato da Mussari. I due istituti, infatti, sono esposti rispettivamente per 158 e 101 milioni ma accettano di non escutere crediti per circa 90 milioni di euro.
Oggi Mussari è finito travolto dall’inchiesta giudiziaria aperta sul flop Antonveneta ed è ritirato nella sua colonica alle porte di Siena. All’inizio di luglio la Gp Finanziaria di Gnutti è stata messa in liquidazione volontaria dopo che gli azionisti hanno espresso la non volontà di coprire il passivo pari a 23,5 milioni di euro, 16,9 milioni dei quali riferiti all’esercizio 2012 e i restanti 6,6 milioni rivenienti da passivi di esercizi precedenti. Eppure a fine 2010 la società bresciana aveva ottenuto dalle banche creditrici (tra cui Mps) una moratoria fino al 2014 sugli 87,6 milioni di debito, a condizione che Gnutti desse il via alla vendita dei suoi asset.
Quanto a Colaninno, nella lunga intervista apparsa a ottobre sul “Sole 24 Ore”, ha fatto un timido mea culpa su Alitalia (“l’errore più grande è stato aver sopravvalutato la potenzialità della Compagnia emersa dalla privatizzazione del 2008“) di cui manterrà la cloche fino a quando non sarà espresso un nuovo azionariato. Ma non ha resistito alla tentazione di esaltare il valore di una compagnia tecnicamente fallita che a suo avviso ha invece enormi potenzialità di business. Se qualcosa è andato storto, casomai, le responsabilità vanno addebitate alle scelte sbagliate nell’area commerciale, nel marketing e nella comunicazione che non sono stati all’altezza della sfida. E persino all’ex compagno di volo, Rocco Sabelli troppo concentrato “nella generazione dei ricavi collaterali al servizio aereo” senza rendersi conto che la vera criticità riguardava il core business delle rotte e delle destinazioni.
Quanto a lui, scenderà prima dello schianto finale. E potrà pensare alla sua Piaggio che nel frattempo ha già fatto buoni affari con il (possibile ma non scontato) cavaliere bianco delle Poste, Massimo Sarmi vendendogli 45mila scooter tra il 2005 e il 2012. Quel piccolo mondo antico dei capitani coraggiosi.

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Pubblicato da Camilla Conti

Giornalista. Moglie di un giornalista. Mamma di una nana anarchica.

3 Risposte a “Quel piccolo mondo antico dei capitani coraggiosi”

  1. Ho posto un paio di domande a Gianni Cuperlo, Matteo Renzi (che ha preso recentemente le distanze da Colaninno) ed a Pippo Civati su twitter.

    Vediamo se hanno il buon senso di passar di qui a rispondere, mentre il PD guarda caso crolla nei sondaggi a favore di…..

    @matteorenzi @giannicuperlo @civati dov’erano i valori della sinistra quando si è dato credito a costoro? @petunianelsole @piano_inclinato

    @matteorenzi @giannicuperlo @civati Come candidato alla segreteria darà ancora spazio a Colaninno padre e figlio? @petunianelsole @piano_inclinato

    @matteorenzi @giannicuperlo @civati la classe dirigente PD che ha spalancato le porte ai “capitani coraggiosi” sarà ancora protagonista nella futura Assemblea nazionale PD da lei presieduta?

    Sarebbe interessante leggere i loro ragionamenti.

  2. indiretta ma chiara, la risposta di @giannicuperlo all’articolo di @petunianelsole

    eccola qua: http://www.europaquotidiano.it/2013/11/22/la-lotta-continua-tra-cuperlo-e-civati-mentre-dalema-si-candida-a-bari/

    Il PD di Cuperlo è come quello di Bersani, parla di contenuti, di ideali della sinistra, di radici, di un universo di pace e giustizia, di pane e focaccia per gli indigenti ecc. ecc. Salvo poi ricandidare all’Assemblea nazionale del PD proprio chi ha fatto affari con Colaninno e proprio chi ha trombato Prodi per il Quirinale.

    Piuttosto che Cuperlo voto Berlusconi: almeno è più intelligente.
    Un dubbio direi che l’ho radicalmente chiarito.

    Aspetto Civati che è galantuomo e se ha tempo ci regalerà qualcosa.

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