Quello che non ti ho detto

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E’ come procedere su una lastra di ghiaccio più o meno sottile, a tratti in pendenza: l’equilibrio è una conquista instabile, le cadute sono sempre in agguato e in alcuni casi con esiti rovinosi, se la superficie gelata si rompe. Poi in qualche modo ci si rialza, ci si riassesta e si riprende il cammino, ammaccati, feriti, ma determinati ad andare avanti. Qualche volta si smarrisce il senso di questo ininterrotto andare. La vita è questo, dopotutto, ma si capisce solo dopo molti inciampi.

Sull’elaborazione della perdita Linda aveva una solida teoria, collaudata da una discreta esperienza: non vi era altro da fare che accettare il dolore, abbandonarvisi senza resistenze, nella certezza che al pari di una marea rabbiosa avrebbe pian piano perso mordente, fino a ritirarsi, lasciandosi alle spalle una scia umida di tollerabile malinconia.

Quindi, anche quella volta si dispose a fronteggiare la forza d’urto dei ricordi che emergevano tutti assieme, occupando ogni singolo spazio della sua mente,  a sopportare gli attacchi di panico che puntualmente si manifestarono, togliendole il respiro ed annebbiandole la vista, a gestire le repentine crisi di pianto. Eseguì puntualmente tutti i suoi personalissimi rituali, ed attese fiduciosa quel famoso mattino in cui si sarebbe risvegliata sentendosi molle come dopo un febbrone, ma con la voglia di alzarsi e ripartire, ben sapendo che ogni volta venirne fuori diviene inevitabilmente un poco più penoso e più lungo. Sicuramente si sarebbe buttata su qualcosa di nuovo: un corso di kick boxing o di pilates, qualche cambiamento sostanziale in casa, la programmazione di un viaggio, qualsiasi cosa che soddisfacesse il rinnovato impeto di impegnarsi nel raggiungimento di nuove mete.

Ciò che non immaginava affatto di trovare alla fine di quel prevedibile percorso era il disinteresse colloso che la teneva impantanata in un’indolente immobilità, mentre da una posizione non così lontana, ma senz’altro fuori di sé, si osservava scorrere passivamente in un quotidiano che non le apparteneva più.

Si rese conto che senza di lui tutto aveva perduto di significato e l’intera struttura portante della sua esistenza ne risultava scardinata. Questo non le era mai successo prima, anzi aveva sempre tratto conforto dall’aggrapparsi ad alcune necessarie abitudini, in un certo senso la aiutavano a rimanere in carreggiata.

Certo, era stata una bella sfortuna rimanere sola proprio in primavera, quando anche a Milano la natura reclama la rinascita, l’aria è più leggera e la città si colora delle fioriture di parchi e aiuole e degli abiti delle ragazze per strada. Inoltre è il periodo in cui l’anno scolastico volge al termine e lei, professoressa di inglese al Berchet, storico liceo classico milanese, finiva sotto pressione insieme ai suoi ragazzi e aveva dunque bisogno di lucidità e di ragionevolezza

Le capitava spesso di osservarli, quegli adolescenti, e li vedeva così belli e forti nella loro effimera giovinezza e pensava che al di là delle superficiali apparenze lei non era stata poi così diversa, alla loro età. Per molti di loro il problema principale derivava dal fatto di essere i figli della sua generazione, cioè di ex sessantottini che avevano avuto fretta di crescere e invece erano solo invecchiati ed ora contemplavano il decadente sfacelo emergente dalle inchieste di Mani Pulite e l’agonia della Prima Repubblica, finendo col riversare sui figli le proprie frustrazioni per le aspettative disattese, senza riuscire a rappresentare una guida, un punto di riferimento magari contestabile ma fermo.

Lei aveva piuttosto cercato di defilarsi senza parere dall’età adulta: non era casuale la scelta di un mestiere che la teneva in contatto con i ragazzi, che amavano il suo modo di porsi informale e forse fin troppo disinvolto. In passato aveva vissuto alcune storie focose e ingarbugliate con personaggi affascinanti e vaporosi come l’aria fresca, destinati prima o poi a dileguarsi dalla finestra dalla quale erano entrati all’improvviso, e non aveva mai preso in considerazione un’eventuale maternità ritenendola un impegno definitivo. Se con il passare degli anni non era propriamente maturata, aveva tuttavia abbandonato con naturalezza e senza rimpianti atteggiamenti che dopo i quarant’anni oltre che apparire ridicoli potevano anche rivelarsi emotivamente rischiosi, ed aveva vissuto con sobria rassegnazione la solitudine sentimentale conseguente sia alle sue scelte che ad una certa indubbia fatalità.

Poi aveva incontrato Beppe, che faceva colazione nello stesso bar in via Della Commenda nel quale lei si fermava di tanto in tanto prima di entrare nell’imponente edificio sulla stessa via dove aveva sede il Berchet fin dal 1911, anno della sua fondazione: l’aveva salvata da una figuraccia una mattina in cui aveva dimenticato a casa il portafoglio. Era incominciata così. Non aveva sentito nessuna farfalla svolazzare nello stomaco, ma era stata attratta a poco a poco dalla sua cultura e dall’intelligente curiosità, dalla sensibilità e dalla gentilezza.

L’amicizia tra due coetanei liberi da vincoli, accomunati da molti interessi che presero a condividere nel tempo libero, si tramutò velocemente da affettuosa complicità intellettuale a profonda unione di spiriti simili e li condusse infine ad una convivenza serena ed equilibrata. Sebbene non fossero mancati gli slanci passionali, non fu una decisione presa sulla base dei sentimenti amorosi: d’altronde, Linda riteneva di aver superato l’età in cui l’innamoramento dovesse essere l’ingrediente principale di un rapporto durevole.

Non fece fatica ad accettare la discreta ma costante sollecitudine di Beppe, e si abituò presto alla sua rassicurante solidità, finendo col darle entrambe per scontate. Il dubbio che il loro rapporto risultasse leggermente sbilanciato, poiché lei sentiva di non ricambiare del tutto la generosità che lui dimostrava nei suoi confronti, la turbava poco ed anzi la faceva sentire meno vulnerabile. Che sciocchezza: ma aveva dovuto perderlo, per rendersene conto.

Ora la attendevano al varco  due lunghi mesi di inattività, mentre deragliava stancamente ma inesorabilmente in quell’accidia molle e malata.

Un giorno si preoccupò della sua apatia e di questo ostinato distacco da sé. Non se la sentiva proprio di raggiungere i suoi a Sanremo, ma un oscuro, atavico istinto di conservazione le suggerì di allontanarsi dall’appartamento in Corso di Porta Romana dove aveva vissuto insieme a Beppe negli ultimi quindici anni.

Si ricordò di un fine settimana che l’autunno precedente avevano trascorso in Monferrato, quando si baloccavano con l’idea di acquistare una casa in campagna facilmente raggiungibile da Milano, un ipotetico buen retiro per quando sarebbero andati in pensione, ed avevano scoperto la quieta ed armoniosa bellezza di quelle colline, in quel periodo fiammeggianti di rossi, di ocra e di marrone delle vigne e delle antiche case in tufo e mattoni.

Lasciò dunque Milano in una mattinata di luglio che si andava rapidamente arroventando, imboccò la A7 verso Genova  e poi proseguì sulla A26, uscendo a Casale Monferrato Sud. Da lì prese per Asti ed incominciò a salire verso le colline. La calura di mezzogiorno offuscava appena l’ondulato paesaggio collinare, con le file ordinate di vigne verdeggianti  alternate a campi di girasoli, di cereali ormai tagliati e di granturco ancora acerbo. Giunta in prossimità di Vignale, passò davanti ad un bed & breakfast senza troppe pretese, piccolo ma situato in una posizione panoramica spettacolare e decise d’impulso di fermarsi lì.

Il vetusto portone di legno celava un giardino pieno di rose di ogni colore e di ortensie, ombreggiato da un tiglio, un ippocastano e un’acacia e disposto su due livelli: su quello inferiore, al quale si accedeva per una ripida scala di pietra, c’era una piscina che sembrava un laghetto. Tutto intorno, le linee morbide delle colline ordinatamente coltivate, con i piccoli borghi arroccati sulla sommità, ognuno dominato e protetto da un’antica fortificazione, e qualche bella tenuta a mezza costa. Fu accolta da una robusta signora sulla settantina che le fece visitare la vecchia casa in tufo a vista color paglierino, ravvivato dalle persiane rosse, con la cordiale affabilità che si riserva ad un ospite gradito. La sala per la prima colazione aveva un’intera parete a vetri scorrevoli che si apriva sul giardino, assorbendone la luce ed i colori, e la camera che le venne assegnata aveva un minuscolo ballatoio affacciato sullo stesso lato ed un arredamento austero e rustico.

Linda trascorse qualche giorno crogiolandosi in uno splendido isolamento: si trattenne tra giardino e piscina e si accorse di essere l’unica ospite, ma non le dispiacque affatto. In quel luogo silenzioso e appartato forse avrebbe saputo risolvere il disagio derivante da quello scollamento da sé che continuava ad affliggerla.

Un pomeriggio si appisolò su una sdraio all’ombra del maestoso ippocastano, cullata dal monotono frinire delle cicale. La risvegliò un vento teso che girava velocemente le pagine del libro che aveva posato in grembo, producendo un suono che le ricordò il rumore del cartoncino fissato con una molletta ai raggi della bici, nelle estati lontane della sua infanzia. Si accorse che il sole era scomparso dietro spumose nuvole bianche che rotolavano l’una sull’altra sospinte dalla brezza, e decise allora di prendere la macchina fotografica e di uscire in auto, alla ricerca di qualche bella inquadratura.

Mentre guidava piano per quelle strade sovente strette e tortuose, e anche assai poco frequentate in quel pomeriggio di metà luglio,

(si vedeva guidare piano per quelle strade sovente strette e tortuose, come se stesse guardando il film delle sue giornate),

rifletté che negli anni giovanili era stata sventatamente prodiga con tutti gli uomini con i quali aveva intrattenuto delle relazioni, e si era poi ritrovata inaridita, tanto da rinunciare a rivelarsi e ad esporsi pienamente con l’unico uomo che l’avesse mai amata veramente. E adesso oltre a patire la sua assenza aveva anche il rimpianto di essergli vissuta accanto con un certo distacco, ingannando prima di tutto se stessa. Andò indietro nel tempo con la memoria fino a risalire a quello che individuò come l’errore primario, quello da cui poi ne derivarono molti altri.

Un tuono fragoroso la fece sobbalzare, interrompendo le sue divagazioni: le nubi avevano rapidamente mutato di colore, ora erano nere e gonfie di pioggia e lampi luminosi guizzavano nel cielo oscurato. In mezzo a quelle colline tutte uguali, Linda non aveva idea di dove si trovasse, ed incominciò a piovere a dirotto. Rallentò, perché si trovava su una strada a mezza costa e dal lato che stava percorrendo, protetto solo a tratti da una bassa ed inefficace barriera di contenimento in legno, scorgeva le vigne molto più in basso. Guardando nello specchietto retrovisore si accorse che un’auto la stava tallonando a distanza talmente ravvicinata che non ne scorgeva nemmeno l’alone dei fari.

“… come a Milano quando c’è la nebbia, figurati se non mi ritrovo appiccicato il solito imbranato che ci vede meno di me”,

considerò, intanto che la pioggia si faceva sempre più fitta.

Mantenne un’andatura molto prudente ma continuò a tenere d’occhio quell’auto scura che le stava incollata, di cui tuttavia non riusciva a scorgere il guidatore, sicuramente a causa del vapore sollevato dalla pioggia e dalla necessità di lanciare solo brevi occhiate per non distrarsi dalla guida. In un tratto di rettilineo provò a rallentare ulteriormente per farsi sorpassare, ma quello rimase dietro. Allora accelerò leggermente, e l’altro non la mollò di un millimetro.

L’acquazzone divenne tempesta e chicchi di grandine delle dimensioni delle palline di naftalina si abbattevano sulla lamiera con un fracasso da mitragliatrice; Linda scorse un uomo con un grosso cane che cercava riparo sotto una pensilina alla fermata del pullman e si mise a passo d’uomo. Fu allora che ebbe la percezione di un leggero urto nella parte posteriore e vide dallo specchietto la sagoma della vettura che la seguiva farsi sempre più incombente, e allora ebbe paura.

Il cuore le batteva forte e aveva le orecchie piene di tutto quel frastuono di temporale e di grandine: assecondò un prepotente istinto di fuga e accelerò bruscamente con gli occhi sullo specchietto,  vide troppo tardi la curva e tirò dritto, sfondando la barriera. Allora si girò di scatto e fece in tempo a vedere il veicolo scuro passare oltre senza fretta: le parve un vecchio modello, e al volante non c’era nessuno.

Che brutto momento per rientrare in se stessa, proprio ora che stava precipitando, mentre qualche albero pietoso frenava un poco la caduta, ma la sua mente era agitata da un unico assillo:

“…non sono mai stata un passo indietro, abbiamo sempre camminato affiancati, solo avevo perduto il coraggio delle parole e non ti ho detto che eri il compagno che volevo, e che era amore quello che provavo per te. Non te l’ho mai detto, e ora è troppo tardi”.

La tempesta si era di nuovo girata in pioggia battente, e ora l’auto era ferma. Linda fluttuava decisamente fuori di sé, in una dimensione incorporea parallela e distante, e si vedeva bloccata sul sedile a testa in giù, nell’auto capovolta in mezzo alle vigne.

Ma fu solo un attimo, poi la scena cambiò e si ritrovò in una notte d’estate di tanti anni prima, in quella sala da ballo vicino al Parco Sempione. Ed eccolo lì, l’errore primario, che attraversa la sala con grazia felina e punta nella sua direzione un irresistibile sorriso da carnivoro.

“Posso cambiare il corso della mia storia, ora che ne conosco il finale”,

e si sentiva lì, con la mente ed il cuore invecchiati nel suo corpo ancora giovane, e aspettò che lui fosse vicino e si chinasse vicino al suo orecchio, allora poté ritrovare il suo odore leggermente aspro, e il fiato caldo vicino al suo viso le diede una leggera vertigine quando le disse:

“…se ce ne andassimo da qui?”

Allora si alzò senza dire nulla e lo prese per mano, esattamente come allora.

Fluttuava di nuovo sopra il suo corpo intrappolato nell’auto, ma ora udiva l’abbaiare di un cane e grida indistinte in quell’ininterrotto scroscio d’acqua. Si sentì sospingere violentemente verso il basso, aveva male dappertutto e boccheggiò in cerca d’aria, mentre nella sua mente si componeva nitidissimo un pensiero:

“mi sono sempre sentita inseguita dai miei errori, invece li ho superati, e sono stati tutti ugualmente necessari perché mi hanno condotta fino a te, Beppe: questa è la mia storia e non cambierei nulla. Le parole che non ti ho detto, in fondo non erano necessarie, e tu lo avevi capito”.

Fu afferrata da due robuste braccia e sentì la pioggia sferzarle il volto, aprì la bocca per respirare ed ebbe coscienza del suo corpo dolorante e vivo.

Un’ora dopo aveva smesso di piovere e un arcobaleno attraversava etereo e luminoso il cielo che si stava schiarendo. L’uomo con il cane aveva sentito lo schianto dell’auto che precipitava dalla scarpata e aveva subito chiamato i soccorsi: fortunatamente le piante avevano attutito la caduta e la vettura si era infine adagiata sulla vigna sottostante.   Apparentemente Linda se l’era cavata con qualche ammaccatura ma i paramedici l’avrebbero portata al Pronto Soccorso. Prima di salire sull’ambulanza, ringraziò l’uomo con il cane e dopo una lieve esitazione gli domandò:

“…mi scusi, lei ha visto l’auto che stava dietro di me?”

“…quale auto? A parte lei ed io con il mio cane, non c’era anima viva su questa strada”.

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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