Sconosciuta amica

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“La donna ora è perfetta – Il suo corpo morto ha il sorriso della compitezza, l’illusione di una necessità greca fluisce nei volumi della sua toga, i suoi piedi nudi sembrano dire: siamo arrivati fin qui, è finita. (Sylvia Plath, “Limite”, febbraio 1963)

 Milano, fine di luglio. Asfalto bollente, cielo bianco d’afa. Anche Brera aveva un aspetto dimesso, persino vagamente dismesso, molti milanesi erano già in vacanza, girava qualche turista sudato in bermuda e sandali, la macchina fotografica appesa al collo.

La saracinesca del Bar Jamaica, al numero 32 di via Brera, era abbassata, i tavolini e le sedie accatastati sul marciapiede: il giorno prima era scomparsa la centenaria proprietaria Lina Mainini, un anno dopo la morte del figlio Elio che la affiancava nella gestione del locale. Il Jamaica resisteva, andava avanti con la moglie e la figlia di Elio, ma i tempi erano cambiati, e nel nuovo millennio non era più l’eterogeneo covo di artisti, letterati e sognatori vari che fu nei decenni precedenti: viveva sugli allori di un glorioso passato  Un tempo vi si coltivavano sogni e ideali, nel 2002 vi  si custodivano già nostalgie.

 Non vi è dubbio che Milano nel ’77 fosse una città cupa e ripiegata su se stessa. Il ricordo vivido del fragore della bomba di Piazza Fontana si mescolava alle grida degli scontri nelle strade tra militanti di destra e di sinistra e alle pistolettate delle Brigate Rosse e dei Nar, ma anche delle bande di malviventi che si contendevano il controllo dei quartieri per spaccio, prostituzione e gioco d’azzardo.

Tuttavia a quell’epoca io non ne avevo una lucida percezione: respiravo casino dal primo anno di Liceo alla Manzoni, nelle cui aule all’interno del bellissimo e drammaticamente decadente Palazzo Dugnani, affacciato sui Giardini Pubblici di Porta Venezia, davanti alla fontana e proprio a lato dell’ingresso dello Zoo, tirava frequentemente aria di rivolta e di protesta. Approdai quell’anno alla Facoltà di Lettere alla Statale avendo già digerito l’intero Capitale e gli scritti di Marx ed Engels sulla Comune di Parigi del 1871 e sentendomi parte di un grandioso progetto rivoluzionario.

Le fotografie di Milano negli anni compresi tra la fine del ’77 e l’estate del ’79 che mi porto nel cuore hanno tutte tinte vivaci, anche quando ritraggono locali bui e saturi di fumo: una bettola a San Cristoforo dove si suonava e si cantava molto e si beveva altrettanto,  il Capolinea, il Derby, il Bar Jamaica in certi pomeriggi in cui vi si incontrava Allen Ginsberg, che non ebbi mai il coraggio di avvicinare (del resto che avrei potuto dire a uno che aveva scritto Howl and Other Poems nel ’56 e che aveva girato il mondo in sacco a pelo?),  ma stavo lì a guardarlo e respiravo la sua stessa aria.

L’aria che circolava nel locale della famiglia Mainini era certamente insalubre per i miasmi di troppe sigarette, ma per altri versi sopraffina, essendo intrisa delle parole e dei fiati di letterati, pittori e poi giornalisti e fotografi che dai primi decenni del Novecento  – quando era ancora la fiaschetteria Ponte di Brera  – costituivano la clientela abituale, spesso accompagnata da scollacciate e imbronciate muse, e altrettanto spesso non pagante: tanto la signora Lina Mainini, detta affettuosamente Mamma Lina, segnava, e fingeva di dimenticarsene. Nella suggestione di tante illustri frequentazioni, al Jamaica immaginavo con la medesima entusiasta ingenuità di cambiare il mondo o di mollare tutto per una vita contemplativa in qualche posto remoto e sperduto.

Era proprio in quel locale che mi aspettava al varco il destino: fu lì, in un dolce settembre, che mi imbattei nel Grande Amore e compresi sin da quella prima sera in cui ce ne andammo tenendoci per mano che per me nulla sarebbe mai più stato come prima, poiché era quello l’evento che separava nettamente un “prima” da un “dopo”.

Smarrito velocemente l’interesse per qualsiasi causa collettiva, ebbi la folgorante sensazione di avere cincischiato fino a quel momento, nell’inconscia attesa di quell’incontro fatale. La mia impetuosa storia d’amore finì relativamente presto e malissimo, dopo poco più di un anno di convivenza in un miserevole appartamentino, in un vetusto stabile su una traversa di Viale Monza.

Era di nuovo settembre, e in una notte che sapeva ancora di bella stagione, pur annunciandone in qualche subdolo modo l’imminente fine,  mi ritrovai a fissare il soffitto bianco sporco della camera da letto dalle pareti tinteggiate di un orribile color magenta, mentre lui mi diceva con la bella voce un poco nasale che gli dispiaceva tanto, ma si era innamorato di un’altra. Rammento che ebbi l’impressione che la vistosa macchia di umidità alla cui presenza mi ero abituata avesse acquisito le sembianze di un omino danzante. La mente elabora strategie singolari per distrarsi da un dolore che pensa di non poter sopportare.

Feci dunque ritorno in viale Tunisia, nella casa dove avevo vissuto con la mia famiglia la quale si era nel frattempo trasferita a Parigi, dove la grossa azienda chimica per la quale papà lavorava gli aveva affidato la direzione di un nuovo stabilimento. Nel frattempo, avevo mollato l’Università e lavoravo in una piccola litografia a Sesto San Giovanni, dove condividevo un ufficetto gelido in inverno e soffocante in estate con  un mellifluo direttore dai capelli impomatati e puzzolenti di barbiere da quattro soldi.

Prima, dopo.

A diciannove anni si può investire molto nell’amore. Anche dopo, certo: ma non con la medesima irragionevole disponibilità a sovvertire qualsiasi programma per eleggere un essere umano a centro di gravità della propria esistenza, senza il quale l’intero sistema sul quale essa si regge è destinato a disgregarsi. Una tale intensità di sentimenti non riesce quasi mai a diluirsi e a sfociare in un affetto profondo e stabile: piuttosto si esaurisce, si consuma e lascia solo macerie, che crollano addosso a chi dei due è ancora perso nel suo bel sogno d’amore.

Dopo, colui al quale l’illusione è stata sottratta anzitempo diventa più cauto e ragionevole, forse persino un poco più egoista. Vive ogni giorno con la coscienza che ciascuna singola scelta ha un prezzo, che si pagherà domani o più in là nel tempo, inevitabilmente. Apprende ad elaborare sempre un piano di riserva, a lasciarsi aperta una via di fuga, affinché nessuno possa mai più assurgere a indispensabile fulcro, ma costituire semmai un complemento migliorativo.

Chissà, forse l’amore vero, quello che resiste nel tempo, è un affetto più quieto, corroborato da affinità d’animo e di pensiero, una cosa più  di cervello e di sensibilità che di istinti e di chimica. Tuttavia, io compiango sinceramente coloro che non abbiano mai provato quella sensazione di totale abbandono, di stordimento dei sensi, di ineffabile completezza.

Superato lo smarrimento con la spietata disinvoltura con la quale a poco più di vent’anni si neutralizza comunque qualsiasi delusione, avevo ripreso padronanza di me stessa e pian piano la sofferenza era scemata fino a trasformarsi nel ricordo del dolore: un efficace deterrente per mantenermi alla larga da qualsiasi storia minimamente impegnativa. Mi tenni alla larga anche dal Jamaica, volendo simbolicamente chiudere un periodo della mia vita.

Mi capitò di tornarci una decina d’anni più tardi. Era di nuovo settembre, mese sontuoso e morente, e lui era lì, appoggiato al banco del bar. Fu un immediato rimescolamento di sensi e riaffiorò  la coscienza di un rancoroso dolore mai del tutto sopito. Benché avessimo conservato l’istintiva memoria dei gesti e del corpo dell’altro, fu evidente che dell’amore di un tempo non vi era più segno alcuno, né mai vi sarebbe stato. La mattina dopo, contemplando la sua ampia schiena nella quale avevo più volte fantasticato di piantare un coltello, sentii che non vi sarebbe stato nemmeno più il rimpianto a tenermi compagnia: ero davvero sola.

Riflettei a lungo sul caso e sullo strano ruolo che pareva giocare nella mia vita il Jamaica,  che presi a considerare alla stregua di un vecchio amante dal quale non si riesce a distaccarsi.

Gli anni trascorsero tra casa, lavoro (cambiai diversi impieghi, in quegli anni a Milano era piuttosto facile), parecchi viaggi a Parigi, da dove i miei non avevano più fatto ritorno. Qualche vacanza esotica, numerose amicizie superficiali, molte storie che sarebbe disonesto definire senza importanza, ma certo senza prospettiva futura, l’orgoglio della solitudine (indipendenza), un concetto molto di moda nei decenni ’80 e ’90.

Nell’estate del 2002 trovai impiego in un’agenzia pubblicitaria che stava in via Solferino, dunque il caso mi condusse di nuovo a Brera. Quell’anno saltai le vacanze, poiché l’agenzia non chiudeva per ferie ed io ero appena stata assunta, e presi l’abitudine di pranzare al Jamaica godendomi la provvisoria pace del periodo estivo e le chiacchiere della signora Vittoria, la moglie del compianto Elio.

Era appena la metà di settembre ma vi era da qualche giorno un tempo precocemente freddo e umido, dal cielo fosco grondava una malinconia incerta, i gas di scarico delle auto galleggiavano in dense nuvolette biancastre a pochi centimetri dall’asfalto. Ero entrata al Jamaica e mi stavo guardando attorno alla vana ricerca di un tavolino libero, quando il mio sguardo era stato attratto da una donna che sedeva sola, vicino alla vetrina.

Era di singolare bellezza, il volto dall’ovale perfetto sul quale si insinuava un accenno di sfioritura, l’incarnato roseo, gli occhi color pervinca posti in risalto dalle sopracciglia ad ala di gabbiano, la bocca ben disegnata dalle labbra tinte di rosso dolcemente prominenti. Aveva capelli biondo cenere che scendevano in larghe onde fin sulle spalle lievemente spioventi e un leggero maglioncino attillato rivelava il seno generoso sul busto sottile. Potevo intuire l’altezza della sua figura snella, e se non fosse stato per la raffinata sensualità che traspariva dalla sua persona avrebbe avuto un aspetto altero.

Tuttavia ciò che mi aveva colpito, rimandando i miei pensieri all’innegabile dominio del caso nelle umane vicende, ma anche all’insolito intrecciarsi del Jamaica con la trama della mia personale storia, fu il libro che giaceva sul tavolino, sulla cui copertina la donna di tanto in tanto passava il palmo di una mano con un gesto sollecitamente carezzevole, come se volesse toglierne un’invisibile polvere. Si trattava di un’edizione economica del romanzo di Dino Buzzati “Un amore”. Lo avevo riconosciuto subito poiché ne avevo uno identico nella borsa, la cui rilettura avevo incominciato proprio in quei giorni, durante la pausa pranzo.

Dovevo essere rimasta per un bel po’ imbambolata ad osservarla (pensavo a come sembrasse uscita direttamente dal passato di quel luogo, avrebbe potuto benissimo essere la musa di qualche pittore o scrittore) perché ad un certo punto se ne accorse, e mi sorrise con naturalezza, invitandomi a raggiungerla con un gesto della mano.

“…prego, si sieda con me. Non mi piace pranzare da sola, non si dovrebbe mai pranzare soli”.

Guardandola da vicino, mi resi conto che doveva aver superato la cinquantina, ma sarebbe stato difficile dire da quanto anche osservando le belle mani affusolate dalle unghie laccate di rosso vivo. Portava un unico anello all’anulare sinistro, un sottile cerchio in oro che montava un’importante acquamarina ottagonale ornata di minuscoli diamanti tutto attorno. Doveva essere un gioiello antico e notai che portava piccoli orecchini pendenti abbinati.

Le spiegai che mi aveva colpito notare che stavamo leggendo il medesimo romanzo e per di più in un locale del quale l’autore era stato un frequentatore assiduo, sedendo chissà quante volte proprio  a quel tavolino, e la vidi illuminarsi e dimostrare di colpo vent’anni di meno, qualunque fosse la sua età.

Pranzammo parlando delle vicende di Dorigo e Laide come se costoro fossero due nostri intimi amici, e di tutto ciò che metaforicamente rappresentavano in quel romanzo così differente da tutta la produzione artistica di un autore che entrambe amavamo.

“Era una delle tante giornate grigie di Milano però senza la pioggia, con quel cielo incomprensibile che non si capiva se fossero nubi o soltanto nebbia al di là della quale il sole, forse”,

e quando fui di  nuovo fuori, mi accorsi che il cielo era esattamente così.

Pur senza mai accordarci prendemmo a pranzare insieme al Jamaica tutti i giorni. Eva – così si chiamava – aveva una profonda conoscenza della letteratura del Novecento, sia italiana che straniera,  per la quale nutriva un interesse appassionato. La sua competenza entusiasta mi fece rimpiangere gli studi universitari che avevo interrotto e le due ore che trascorrevamo appollaiate sul ristretto tavolino di metallo divennero per me una consuetudine appagante.

Ci capitava pure di commentare episodi di cronaca, o di scatenarci in ardite e argute supposizioni sugli altri avventori del locale, dei quali immaginavamo storie improbabili in una sorta di gioco di narrazione a due voci. Eva sorrideva spesso, e un giorno mi ritrovai a considerare che sorrideva come solo una sopravvissuta a qualche enorme dispiacere può fare. Mi stupivo sempre dinanzi allo spettacolo della quieta voluttà con la quale consumava i cibi che preferiva, i dolci in modo particolare, e più la conoscevo più avevo la sensazione che fosse in grado di non rendere vano un solo attimo delle sue giornate.

Non sapevo se fosse sola o se avesse un compagno, dei figli, un cane o un gatto, e del resto nemmeno io le feci mai delle confidenze: nei nostri discorsi non affioravano le vicende passate o presenti, se non in modo appena accennato e marginale,  ma piuttosto la sostanza delle cose e dei sentimenti, e posso senz’altro affermare che ciò stabilì una conoscenza ancora più intima e profonda, forse perché non condizionata da fattori esterni. Sapevo appena che insegnava Lettere in un liceo milanese che immaginavo nelle vicinanze, e che era nata in un borgo di mare che in primavera si impregnava del profumo inebriante delle zagare in fiore.

 “Non capirò mai come facciate, voi milanesi, a fare a meno del mare. Che razza di anima avete?”,

diceva sovente scuotendo la bella testa bionda.

Né sentimmo mai il bisogno di estendere la nostra frequentazione ad altri momenti ed altri luoghi: ci rifugiavamo in quella bolla esclusiva dalla quale osservavamo e commentavamo il mondo, senza lasciarlo entrare. Sono anche certa che fu grazie a lei che divenni molto più selettiva nella scelta delle compagnie, perché non ero più in grado di sopportare conversazioni vacue e inutili. Ci separammo per le vacanze estive con la certezza che si saremmo riviste.

E fu di nuovo settembre, che è un mese che vivo sempre con una sorta di sotterranea apprensione, perché molti fatti importanti della mia vita, nel bene come nel male, si sono casualmente verificati proprio in quel mese.

Sapevo che le scuole a Milano erano iniziate in quei giorni, e mi stupii di non trovare Eva al Jamaica. In agosto avevo trascorso due settimane in una casetta a due passi dalla spiaggia in un paesetto della Gallura dove, in assoluto e perfetto isolamento, avevo contemplato il mare del colore dello smeraldo e avevo divorato il migliaio di pagine di cui si compone “Infinite Jest”, romanzo che mi aveva imprestato Eva prima di partire per le vacanze. Non avevo mai letto nulla di Wallace,  ne ero frastornata e scardinata fin nel profondo dell’animo, e non vedevo l’ora di discuterne con lei.

Ma lei non c’era, e l’attesi invano per tutta la settimana. Il lunedì successivo vi era il tempo malmostoso che preannuncia l’autunno, il cielo piatto e uniformemente pallido. Mi risolsi allora a chiedere alla signora Vittoria, che la salutava sempre con una certa confidenza e sapeva quasi tutto di quasi tutti, se ne avesse notizia.

“…ma come, non lo hai saputo? E’ mancata in agosto, povera Eva. Una malattia bastarda e implacabile, diagnosticata in luglio e dopo tre settimane non c’era più. Almeno è morta al suo paese, vicino a quel mare che le mancava tanto”.

Fuori, quel cielo incomprensibile s’era infine risolto per il peggio e cadeva un’acquetta fine e tiepida, mentre stavo ferma sul marciapiede a piangere la morte di un’amica che avrei ricordato e rimpianto fino all’ultimo dei miei giorni.

Ora sono tranquilla. Credo. Certo, ho imparato a fare a meno di molte cose, fino a non desiderarle più. Una linea piatta, con appena qualche lieve increspatura sulla superficie, di tanto in tanto, che subito s’acquieta e si disperde. Sarà così la vecchiaia, dunque? Null’altro che una pacifica assenza di turbamenti, di sentimenti, di aspirazioni? Ci si prepara pian piano all’assenza definitiva. Probabilmente sarebbe solo questo, se non vi fosse la memoria a rammentarci il tempo in cui si era vivi davvero.

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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