The passenger (Le Canzoni Inclinate)

I am a passenger
And I ride and I ride
I ride through the city’s backside
I see the stars come out of the sky

Ricordo quel giorno come se fosse oggi.

Mancavano alcune ore alla fine di un lungo turno e mi godevo qualche minuto di pausa fumando una sigaretta nel parco che circondava l’ospedale, racchiuso e separato fermamente dalla periferia milanese nella quale era collocato, in via Ippocrate al numero 45, da mura difficilmente valicabili.

Quelli normali fuori, gli altri dentro: perché dentro vi era un manicomio (va bene, ospedale psichiatrico, ma la sostanza non cambia), quindi gli altri erano variamente matti, semplificando molto un concetto assai complicato e complesso e una materia dai confini più labili di quanto si preferisca ritenere; in verità lavorare per qualche anno in quell’Istituto mi aveva indotta a dubitare della correttezza di tale categorica suddivisione.

Era dunque una giornata di ottobre del 1976, la Brianza era ancora parzialmente intossicata dalla nube di diossina scaturita in luglio dall’incendio di un impianto dell’Icmesa a Seveso e, a proposito di matti, alcuni appassionati al tema seguitavano a baloccarsi sulla natura dei problemi di Travis, l’autista di Taxi Driver, meraviglioso film giunto nelle sale italiane in febbraio.

Non faceva ancora freddo ma tra le frasche degli alberi del parco, trionfanti di gialli, marroni bruciati e rossi s’insinuava una nebbiolina lieve, quasi timida, a sfumare con gentilezza la fisionomia di quel luogo di sofferenza malamente espressa e dolorosamente soffocata.

Mi accorsi dell’avanzare di una figura solitaria sul viale d’accesso. Sbucava dalla foschia umida e il fumo della sigaretta, levandosi in lente volute dinanzi ai miei occhi, accresceva la sensazione bislacca di assistere al manifestarsi di uno spettro.  L’incedere fieramente bellicoso del lungo corpo macilento dell’uomo mi fece pensare a un cane randagio, un rissoso capobranco avvezzo alle dure leggi del marciapiede che si avventura spavaldo in territorio nemico.  Reggeva un logoro zaino sulle spalle ossute e di tanto in tanto scuoteva la testa con uno scatto repentino per scostare i capelli di un giallo opaco da stoppia di grano, lunghi e unti. Prima che due infermieri lo accogliessero accompagnandolo all’interno, feci in tempo a incrociare lo sguardo ardente delle iridi azzurro cupo divorate dall’abnorme dilatazione della pupilla e compresi che, prima di ogni altra cosa, doveva essere strafatto.

Ebbi modo di imbattermi nel paziente nei giorni immediatamente successivi al suo ricovero; appresi che qualcuno lo aveva accompagnato fino all’ingresso e poi aveva preteso di proseguire da solo. Giacomo Del Duca aveva appena trent’anni ma quindici anni di eccessi di vario genere, perpetrati con gioiosa dedizione mentre suonava con vari gruppi musicali negli Stati Uniti tra Seattle, New York e Detroit,  parevano avergli rosicchiato le membra e forse non solo quelle.

Ero allora una giovane psichiatra che faticava a comprendere l’approccio medico meramente contenitivo nei confronti delle malattie mentali e ancor meno i protocolli terapeutici, talvolta rudemente coercitivi. Avevo la nitida quanto avvilente cognizione che i pazienti fossero considerati quasi sempre incurabili, semmai oggetti di studio, e che mancasse, da parte della maggior parte del personale di tutti i livelli, un atteggiamento da me collocato alla base di qualsiasi interazione: la pietà.

Era tuttavia difficile provare compassione al cospetto di Giacomo Del Duca: come da prassi al suo arrivo egli era stato privato di qualsiasi effetto personale, eppure anche spogliato della sua individualità, i capelli tagliati alla bell’e meglio, infagottato nell’informe divisa identica a quella di tutti gli altri pazienti nella quale il corpo scarno si smarriva, esalava un enigmatico carisma, una sorta di energia brutale, di perenne tensione sorretta dallo sguardo furibondo, irridente o disperato, a seconda dei momenti.

La diagnosi riportata sulla cartella clinica era sindrome ipomaniacale, una patologia caratterizzata da marcati sbalzi d’umore, quest’ultimo sempre altalenante tra euforica iperattività, violenti accessi d’ira e periodi di profonda depressione. Si trattava di un’alterazione sovente riscontrabile negli artisti, persone alle cui doti innate si accompagna di solito una spiccata sensibilità: forse l’animo umano, soverchiato dall’espressione di un grande talento, finisce per arrendersi a un’insopportabile fragilità.

Io non saprei dire se egli fosse un musicista davvero dotato, poiché non amavo particolarmente il rock in voga in quegli anni; nemmeno riuscivo a decidere se dovessi credergli quando sciorinava come se gli fossero familiari nomi famosi e luoghi lontani.

A mano a mano che il trattamento disintossicante sortiva i suoi effetti, notai che l’arcano vigore che trapelava dalla sua persona si delineava e affermava con forza sempre maggiore, pur mantenendo una sostanziale indecifrabilità. Ero convinta che sapesse mentire con elegante spudoratezza e straordinaria forza di persuasione, tanto che arrivai a considerare che forse non erano menzogne bensì proiezioni della sua immaginazione: una distinzione artificiosa e paradossale dalla quale avrei dovuto comprendere che stavo scivolando verso un pericoloso scollamento dal raziocinio.

Era certamente un intrigante affabulatore orgoglioso della propria intima discrasia, ma riuscì pure a sorprendermi con frequenti digressioni rivelatrici di una profonda conoscenza di temi filosofici e di autori impegnativi appartenenti alla letteratura contemporanea e del secolo scorso.

Incominciai a sospettare che in qualche modo riuscisse a sottrarsi alla terapia farmacologica: era sempre troppo lucido e le oscillazioni umorali affioravano con una certa frequenza, eppure sembrava che in qualche modo stesse apprendendo il modo di gestirle.

Era frattanto giunto l’inverno; nell’istituto il personale scarseggiava nella settimana tra Capodanno e l’Epifania. Vivevo sola a Milano, essendo la mia famiglia originaria di un paesello nel Sud dell’Italia e avevo bisogno di soldi, perciò ero sempre disponibile a coprire i turni dei colleghi in ferie.  Avevo preso l’abitudine di raggiungere Giacomo nella sua stanza dopo il passaggio dell’ultimo giro degli infermieri per la somministrazione dei farmaci per la notte. In quelle ore mi sembrava particolarmente attento, i sensi pronti ad acuirsi come quelli di un animale notturno all’imbrunire.

Una sera, osservando dalla finestra l’oscurità appena affievolita dalla luminescenza lattiginosa di qualche lampione, gli feci notare che la permanenza in quel luogo sembrava non pesargli affatto. Era una considerazione emersa all’improvviso e che avevo espresso prima di decidere se intendessi davvero farlo.  Mi rispose con quella voce tenebrosamente melodiosa, calda e rotonda, priva di qualsiasi asprezza e del tutto incoerente con la figura secca e nervosa:

“Sono un viaggiatore, oggi sono qui, domani chissà. Il mondo è sempre là fuori da qualche parte, mentre lo osserviamo attraverso un vetro. Un giorno o l’altro occorrerà scendere dal treno, non crede, dottoressa?”

Un sorriso radioso raggrinzì le guance incavate, il sorriso ineffabilmente crudele di un neonato che deve ancora comprendere la differenza tra il bene e il male.

Mi ritrovai catturata dal suo sguardo bruciante mentre percepivo il calore di una furia lussuriosa irradiata dalla sua intera persona; riuscivo solo a pensare che volevo perdermi nel suo corpo per arrivare in fondo al suo animo sfaccettato, buio e splendente.

I stay under glass
I look through my window so bright
I see the stars come out tonight
I see the bright and hollow sky
Over the city’s ripped-back sky
And everything looks good tonight

Fu come essere risucchiata da un vortice potente; potei vedere tutto con incredibile chiarezza: passato, presente e futuro e ne fui irreparabilmente allibita, atterrita, annientata.

Lo vidi scomparire all’interno di una fiammata che si dissolse in pochi istanti, lasciando solo un alone nero fumo sulla parete bianca.

Rimasi dentro quelle mura, non più come psichiatra ma come ricoverata, sino alla chiusura dell’istituto che avvenne nel 1999, dopo la graduale dismissione susseguente alla legge Basaglia del 1978.  Ogni ricerca di Giacomo Del Duca fu vana e del resto io non riferii mai ad alcuno i fatti di quella notte né seppi spiegare quella macchia annerita sul muro, in assenza di qualsiasi traccia di fuoco. Mi barricai dentro un ostinato mutismo solo apparentemente catatonico che perdurò diversi anni e dal quale emersi con l’animo a brandelli e l’imprescindibile necessità di impedire alla mente di rivivere quei momenti e di tentare di spiegarli.

Ormai il mio tempo sta per scadere e sono consapevole di aver trascorso la vita immobile dietro un vetro, mentre fuori i giorni scorrevano. Dormo in qualche ricovero per senza tetto, campo di carità e della compassione di qualche anima pia, mentre vago per i bassifondi di giorno in giorno, nella folle, irrinunciabile speranza di ritrovarlo.

I am a passenger
And I ride and I ride…

 

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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