Una distrazione fatale

Allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre 2002 Miranda Dellegrazie si coprì le spalle con un leggero scialle e uscì sulla terrazza. Rivolse lo sguardo verso la costa che distava poco meno di un chilometro dalla sua casa ed ammirò lo spettacolo dei fuochi artificiali, che illuminavano la notte con mille bagliori palpitanti e colorati e poi precipitavano sibilando  nelle acque scure e tranquille del Mar dei Caraibi. Allora sollevò la coppa di champagne che reggeva tra le mani verso il cielo di San Pedro e mormorò

“felice anno nuovo, Miranda”.

Come tutti i giorni, alle sei meno un quarto Suor Miranda aprì il portone del Palazzo delle Stelline in Corso Magenta, mentre diversi milanesi si stavano già muovendo con passi frettolosi nel gelo del primo mattino per iniziare una giornata di onesto lavoro. Era ancora buio e il freddo pizzicava la pelle,

“sono proprio i giorni della merla”

 pensò Suor Miranda e fu in quel momento che scorse il voluminoso scatolone di cartone dal quale proveniva un mugolio indistinto.

L’anziana suora si avvicinò cautamente e sollevò un lembo della coperta sudicia che ne celava il contenuto: il piccolo volto arrossato di un neonato si raggrinzì subito in una serie di smorfie che furono il preludio di un pianto disperato. Poco dopo, un medico stabilì che si trattava di una bimba di circa un mese. Non era così infrequente che qualche disgraziata – o disperata – abbandonasse la propria figlia davanti al portone di Corso Magenta. Va detto che le piccole orfane (le “Stelline”) che qui venivano accolte, oltre alla certezza di pasti regolari e di panni dignitosi avevano anche quella di una  buona educazione e di una discreta istruzione, entrambe impartite dalle religiose che gestivano l’Istituto, e tutto ciò grazie alla generosità delle donazioni elargite dalle famiglie milanesi più ricche.

Suor Miranda, che a settant’anni suonati si commuoveva con una certa facilità, si prese a cuore la sorte di quella bimba sulla quale vegliò con particolare dedizione. Fu lei a deciderne il nome ed anche il cognome, che le fu ispirato dalla vicinanza con la Basilica di Santa Maria Delle Grazie. Così, la piccola sconosciuta venne registrata all’anagrafe milanese il 30 gennaio 1952 con il nome di Miranda Dellegrazie.

Crebbe serena fino a quando non assimilò il concetto di “famiglia” e si rese conto di vivere una situazione anomala e per definizione infelice: orfana, con l’aggravante che i suoi genitori non erano defunti, l’avevano abbandonata (nel merito, aveva assillato Suor Miranda di domande e la poveretta si era infine risolta a dirle la verità). La ragazzina aveva quattordici anni quando la religiosa morì e sentì di avere perso l’affetto più importante della sua vita. All’improvviso prese a patire la forzata condivisione di spazi, attenzioni ed averi – questi ultimi ben pochi, per la verità – con le compagne. Incominciò a chiedersi che ne sarebbe stato di lei quando avesse compiuto 18 anni, età limite per le ospiti dell’Istituto: si impegnò molto nello studio, perché sapeva che le più brave avevano la possibilità di essere collocate presso qualche ufficio in città. Col passare degli anni dimostrò di essere intelligente e sveglia e quando l’Avvocato Sangalli si rivolse all’Istituto (del quale era un generoso sostenitore) perché aveva bisogno di una stenodattilografa le suore non ebbero dubbi: Miranda era il soggetto ideale.

Tutte le mattine la ragazza si dirigeva a piedi verso via Meravigli, prendeva per via Dante, piazza del Duomo e proseguiva fino in Piazza Santo Stefano mescolandosi al flusso degli studenti diretti all’Università Statale – qualche volta fantasticava di essere una di loro, di essere come loro – poi tagliava per via Laghetto e costeggiava un pezzo dei Giardini della Guastalla, fino a raggiungere l’austero studio legale in corso Francesco Sforza.  Questo percorso quotidiano (i primi giorni accompagnata dalla giovane Suor Celeste, poi da sola) rappresentò un sovvertimento radicale della rigida routine che regolava le giornate all’Istituto e dalla quale conseguiva una vita appartata ed esclusiva. Miranda si affacciò sulla città all’inizio del 1970, quando l’eco dell’esplosione di Piazza Fontana (che dentro le mura delle Stelline era arrivata attutita ed aveva generato razioni supplementari di rosari recitati a mezza voce) rimbombava ancora nelle orecchie dei milanesi mantenendo vivo il ricordo di un orrore irrisolto. Dopo un mese di prova Miranda venne assunta; avendo compiuto 18 anni si trasferì al pensionato a pagamento delle Stelline, dove per la prima volta nella sua vita poté dormire in una stanza tutta sua.

L’anziano avvocato Sangalli, valente penalista originario di un paesetto della Brianza, condivideva lo Studio con il figlio Edoardo il quale, benché ormai trentenne, non era sposato né tanto meno fidanzato. Edoardo era irrimediabilmente brutto: alto e massiccio, leggermente claudicante per via della poliomielite che lo aveva colpito da piccolo, aveva un enorme naso che campeggiava nel mezzo di un volto floscio, sopra una bocca dalle labbra sottili. Gli occhi, piccoli, scurissimi  e leggermente asimmetrici erano sormontati dalle sopracciglia dritte e folte; nonostante la giovane età, era già avviato verso una precoce calvizie. Dopo essere stata tanto ingenerosa, la natura lo aveva dotato di un’intelligenza acuta, di una memoria di ferro e di un’abilità oratoria eccezionale; tutto ciò lo facilitava grandemente nella professione, ma non lo aiutava un granché con le donne. Dotato (e afflitto) da robusti appetiti,  succedeva spesso che trascorresse le sue serate alla ricerca di un contatto fugace e disinvolto nel buio dei viali del Parco Ravizza o in via Vitruvio.

Quando si imbatté nell’ingenua, tranquilla bellezza di Miranda se ne invaghì immediatamente ed incominciò perciò a farle una corte discreta ma accerchiante, colmandola di piccole attenzioni ed incantandola con la sua abile parlantina, fino a convincerla ad accettare di uscire con lui. La portò al ristorante, al cinema e a teatro, le fece trascorrere domeniche indimenticabili in giro per Milano sulla sua lussuosa Mercedes, le fece scoprire il lago di Como e la Brianza.

Miranda finì per non dare peso alla sua bruttezza, perché quell’uomo la faceva sentire amata, desiderata, prescelta – per la prima volta nella sua vita. Le suore l’avevano accolta e protetta per carità cristiana, ma non l’avevano scelta. Sua madre l’aveva abbandonata, e lei aveva un disperato, recondito bisogno di appartenere a qualcuno e di possedere qualcosa di esclusivamente suo. Così, quando Edoardo una sera accompagnandola al pensionato le mise tra le mani un anello di fidanzamento, lei disse subito di sì. La famiglia Sangalli non fece salti di gioia alla notizia, anche se il padre, molto prosaicamente, zittì velocemente le recriminazioni della moglie:

“Renata, hai guardato bene tuo figlio? Ormai  ha più di trent’anni, almeno questa è una brava ragazza, carina e senza grilli per la testa. Starà a casa, farà un paio di figli e amen”.

Un anno dopo si sposarono e Miranda lasciò il lavoro: a malincuore, perché non era abituata a stare con le mani in mano, ma su questo suo marito e sua suocera furono irremovibili, perché “non stava bene” e basta. Edoardo si stava affermando come brillante penalista ed era sempre più impegnato; Miranda si aggirava nel bell’appartamento che occupava gli ultimi due piani della palazzina di proprietà della famiglia in via Santo Spirito e non sapeva cosa fare. La suocera la trattava con cortese distacco, come i pochi amici di famiglia che aveva avuto modo di conoscere – perché essere caritatevoli con gli orfani  andava bene, portarseli a casa un po’ meno – e la domestica, alla quale istintivamente si sentiva più vicina, si irrigidiva in una fredda, irritante deferenza. Le giornate di Miranda tornarono a scorrere ai margini della vita, in un’atmosfera rarefatta e sospesa.

Gli anni trascorsero senza che i figli attesi arrivassero e una serie di esami clinici a cui la coppia si sottopose rivelarono che Edoardo era completamente sterile.  Fu più o meno da quel momento che il suo interesse per la moglie incominciò velocemente a scemare. Consapevole del suo allontanamento sempre più evidente, lei tentò invano di attirare la sua attenzione, di recuperare quel confortante senso di appartenenza e di possesso che l’aveva indotta ad innamorarsene – difficile dire se poi fosse davvero amore o gratitudine – e a sposarlo, ma lui divenne sempre più solitario e distante.

Morti entrambi i genitori, all’inizio degli anni ‘90 Edoardo si associò a due giovani e promettenti avvocati e negli anni successivi il suo impegno professionale aumentò ulteriormente. Nel frattempo, Miranda si iscrisse alla British per imparare l’inglese, prese la patente, strinse qualche superficiale amicizia e ricominciò a lavorare, nonostante il parere contrario di Edoardo. Dopo avere cercato invano di coinvolgerlo in una serie di visite nelle città italiane più interessanti, incominciò ad andare in vacanza da sola.  Al dolore per l’indifferenza di Edoardo, che l’aveva di nuovo relegata nel ruolo di “abbandonata”, si sostituì presto un sordo rancore derivante dalla coscienza della sua posizione di dipendenza economica dal marito (il modesto stipendio che percepiva le avrebbe consentito a malapena di campare, e non aveva un posto dove andare) e dalla percezione che in quegli anni il mondo stava andando avanti velocemente, e senza di lei.  Miranda stava anche scoprendo che non stava poi così male da sola – in fondo, lo era stata per la maggior parte della sua vita –  e divenne sempre più insofferente alla presenza fisica di suo marito, per quanto rara e distratta. Col tempo, aveva capito che era un affabulatore che si serviva della sua abilità dialettica per manipolare il prossimo e nel privato, quando smetteva i panni dell’avvocato  perspicace e smaliziato era grossolano ed apatico.

Un pomeriggio che era fuori per una serie di commissioni per l’ufficio le capitò di passare in viale Espinasse, e mentre si guardava attorno con le mani posate sul volante e la mente che intrecciava pensieri a caso, nell’attesa che la coda si sbloccasse, scorse Edoardo. Lo vide che usciva da uno squallido alberghetto, in compagnia di una giovane donna che stringeva a sé cingendole la vita, mentre lei lo guardava sorridendo. Li guardò bene, volle essere sicura. Non sentì niente: nessun dolore né turbamento alcuno, ma pensò che non avrebbe sopportato anche questo. Era il 30 gennaio del 1999, giorno del suo quarantasettesimo compleanno, del quale Edoardo pareva essersi del tutto dimenticato.

Infatti, quando rincasò la sera non ne fece minimamente cenno. Cenarono in silenzio, mentre al telegiornale locale si commentava la ripresa della Borsa milanese e del balzo del titolo Fideuram

(“dopo le divagazioni dei giorni scorsi sui titoli medio – piccoli, Piazza Affari riscopre le blue – chips. E di conseguenza il mercato ritrova un assetto più stabile”).

Miranda attese che Edoardo salisse al piano di sopra, lo seguì e lo affrontò nel corridoio sul quale si affacciava il suo studio:

“oggi pomeriggio ti ho visto uscire da quell’albergo in viale Espinasse”,

disse con voce forte e chiara rivolgendosi alla schiena imponente dell’uomo.

Lui si voltò lentamente e le rivolse uno sguardo infastidito e rabbioso dal quale lei istintivamente si ritrasse arretrando di un passo.

“E allora…?”

“E allora me ne voglio andare, voglio il divorzio”

(aveva votato “sì” al referendum abrogativo del 1974, ma mai come in quel momento apprezzò che avessero vinto i “no”).

Colse un’altezzosa commiserazione nell’occhiata che lui le lanciò quando le rispose

“no, bella mia: hai vissuto da parassita da quando sei nata, dove pensi di andare? Io ho fatto un investimento per la mia vecchiaia, sposandoti”.

Chiuse l’argomento con una risata beffarda, decise di tornare al piano di sotto e le passò accanto scostandola con un gesto sgarbato.

Lei osservò l’uomo che le girava le spalle e si allontanava verso la scala

(quanti anni sono che mi gira le spalle?)

e sentì la rabbia salire velocemente dalle viscere al cervello, in ondate potenti e calde, e decise di accoglierla e di liberarla.

Lo seguì silenziosamente, lo raggiunse mentre lui afferrava il corrimano e posava il piede sul primo gradino, gli posò le mani a palmi aperti sulla schiena e spinse con tutte le sue forze.

Rimase a guardarlo mentre il suo corpo pesante e impacciato per via degli anni e della gamba offesa dalla poliomielite perdeva l’equilibrio e cadeva in avanti sulla ripida scala di marmo, emettendo una serie di lamenti soffocati. Lo vide rivoltarsi a metà scala e quando la sua testa urtò con violenza la ringhiera di ferro percepì un tonfo molle e attutito, come di un frutto troppo maturo che cade a terra e si spacca.

Edoardo giaceva immobile in fondo alla scala, con un braccio e una gamba piegati in un’angolazione innaturale. Gemeva debolmente e una macchia di sangue scuro e denso si allargava velocemente sotto la sua testa.  Miranda scese lentamente le scale, scavalcò il corpo del marito e gli si accucciò accanto, osservando gli occhi che si stavano appannando, immoti in uno stupore estremo e conclusivo. Restò lì, paziente e tranquilla, a guardarlo morire. Infine, gli mormorò il suo addio:

“non avevo mai pensato al nostro matrimonio come a un investimento per la vecchiaia: ma in fondo, perché no?”

Il medico del Pronto Intervento non poté fare altro che accertare la morte dell’Avvocato Edoardo Sangalli,

“è stata colpa mia, si è distratto mentre scendeva le scale per ascoltare ciò che gli stavo dicendo…”,

disse la moglie.

Intervenne anche la polizia che le fece un sacco di domande, poiché la morte accidentale di un uomo ricco con moglie più giovane e nullatenente desta sempre qualche sospetto, ma i dubbi non poterono essere confermati da alcuna prova e così il fatto venne archiviato come incidente.

Miranda era l’unica erede di un ingente patrimonio del quale ebbe contezza per la prima volta, e ne fu sbalordita.  Qualche mese dopo, diede le dimissioni ed incaricò un notaio di gestire la vendita degli immobili di famiglia, poi partì per il Belize.  Si era stupita di non provare il minimo rimorso per ciò che aveva fatto, semmai uno smisurato sollievo e l’elettrizzante sensazione che la sua vita cominciasse in realtà da quel momento. Tuttavia, anche se non temeva il castigo divino, la preoccupava che la polizia sospettasse di lei, così aveva pensato che fosse prudente trasferirsi in un paese che non avesse convenzioni di estradizione con l’Italia.

Il Belize, appunto. Un piccolo Stato dell’America Centrale dove avrebbe potuto campare di rendita per tutta la vita, con il denaro che possedeva. In fondo, Milano non era mai stata davvero casa sua, non le sarebbe mancata. Acquistò una bella dimora coloniale a San Pedro, unico centro abitato dell’atollo di Ambergris Caye, e si accomodò in un nuovo, confortevole quotidiano fatto di quiete, letture, lunghe passeggiate sulla spiaggia e piacevoli momenti con qualche turista di passaggio o con i pensionati europei e americani che avevano deciso di mollare tutto per ritirarsi in un paradiso a basso costo. Era di nuovo una vita elusiva e priva di empatia, ma Miranda si era convinta che quello dovesse essere il suo destino, fin da quel lontano giorno in cui sua madre l’aveva abbandonata dentro uno scatolone.

Il giovane ispettore milanese Alberto Patané emerse dalle acque del Mar dei Caraibi dopo l’ennesima immersione nella riserva marina che si estendeva in una profonda spaccatura della barriera corallina. Era stata una scelta felice per una vacanza, anche se il periodo non era il migliore: pioveva spesso ma erano brevi acquazzoni e poi tornava a splendere il sole. Mentre si asciugava i capelli sfregandosi vigorosamente con un asciugamano, ripensò all’elegante signora originaria di Milano che aveva conosciuto la sera prima in un locale a San Pedro. Donna affascinante, con una conversazione colta e gradevole. Chissà perché si era irrigidita ed era improvvisamente diventata evasiva,  quando le aveva detto che era un ispettore di polizia.

“…in fondo, ognuno di noi ha qualcosa da nascondere”,

pensò l’Ispettore, non sapendo minimamente quanto ciò fosse vero.

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Pubblicato da Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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