Viaggi intergalattici: al popolo, del popolo, per il popolo.

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Guai al popolo che per la speranza di una grandezza impossibile o per semplice disperazione giunge a considerare il suo «Capo» come un essere provvidenziale e sacro, dotato di un potere magico e di un’onnipotenza miracolosa. Di sacro non c’è altro che il diritto naturale della persona umana.

Karl Jaspers

 

Il popolo molte volte desidera la rovina sua, ingannato da una falsa specie di bene: e come le grandi speranze e gagliarde promesse facilmente lo muovono.

Niccolò Macchiavelli

 

Di nuovo in collegamento cerebrale con il maggiore Thomas “Tom” Hodgkinson ci immergiamo in un nuovo viaggio intergalattico.

Al popolo, del popolo,  per il popolo e chi al popolo si oppone sia messo alla gogna per alto tradimento del popolo. Era l’anno intergalattico nono e ci trovavamo a tre anni luce dal sistema solare. La filodiffusione cosmica aveva dedicato un programma al canto retorico delle ideologie passate. Ricordo noiosissime serate passate ad ascoltare i cori dell’Armata Rossa, mentre i colleghi Russi dell’equipaggio si commuovevano sinceramente. Nella parte d’universo in cui eravamo diretti regnavano i consoli e la nostra missione consisteva nel negoziare una complessa fornitura di un minerale locale, la exionite, valida sostituta del litio, ormai esaurito sulla Terra.

Sbarcati nel pianeta capitale di quel regno, siamo stati alcuni mesi fermi in quella landa, incontrando funzionari, bevendo una specie di birra locale azzurra e mangiando robaccia. La televisione tridimensionale e l’internet delle fregnacce impestava quei luoghi. Ogni genere di menzogna era oggetto di propaganda e la parola popolo intasava le orecchie peggio del cerume. Era incredibile, quasi ogni settimana vedere folle oceaniche di alieni adunarsi come pecore negli spazi pubblici, festanti e plaudenti di fronte a maxischermi in cui comparivano i consoli a far promesse assurde ed ovviamente irrealizzabili. Quando non c’erano comizi i consoli comparivano ad ogni ora del giorno e della notte in televisione e nell’internet delle fregnacce. Si vociferava avessero decine di sosia pronti a comparire in questo o quel talk show anche in contemporanea. La ricetta dei loro discorsi era sempre la stessa: c’era una minaccia incombente, un male assoluto che serpeggiava subdolo rettile, un’epidemia, una sopraffazione possibile, una perdita irrimediabile. Il terrore e altri malefici infettavano l’intero pianeta a loro dire. Impazzava il terribile morbo della paura.

Parallelamente alla paura c’era puntualmente un nemico, un untore, un subdolo gruppo alieno, una tribù avversa e incombente, una colonna infame, responsabile di ogni minaccia. Ogni giorno inventavano un nemico nuovo, un pianeta vicino, un finanziere con yacht, un oppositore, un professore unversitario, un attore o uno scrittore, un banchiere o il droghiere. Ripetevano più o meno le stesse cose, sia che parlassero di campionati mondiali di erisonna (lo sport più diffuso da quelle parti, una specie di fusione tra calcio e rugby) sia che si trattasse di costruire un nuovo aeroporto per i commerci spaziali o di garantire assistenza agli anziani. “Al popolo, del popolo, per il popolo!” declamavano con gravità e facce seria. Nel frattempo dopo una decina di giorni che eravamo accampati in quell’umida landa le nostre ossa iniziarono a lamentarsi e le birre a far cattivo sangue e ci fu tutto chiaro. Quei gaglioffi non avevano affatto i giacimenti di exionite di cui andavano cianciando. Incatenati alle menzogne e alla retorica ne avevano fatto un modus operandi anche nei commerci interplanetari. Incominciammo a notare di essere seguiti. Approntammo la bonifica elettronica degli indumenti e della nave e si rivelò un disastro: eravamo imbottiti di virus e cimici virtuali. Questi ci spiavano anche alla toilette. Dovevamo trovare il modo di far ciao, ciao e sparire dai loro radar. Uno di noi imbottito di virus andò a noleggiare una piccole nave come diversivo, mentre con il resto dell’equipaggio, Russi compresi,  mi intrufolai ad un enorme concerto, disperdendomi tra la folla e restando in contatto solo con segnalatori programmati con frequenze esclusive. Eravamo aghi in un pagliaio. Il concerto tra l’altro non fu niente male…..Malgrado il discorsetto iniziale dei consoli sul diritto del popolo a divertirsi ed a ballare spensieratamente: “Al popolo, del popolo e per il popolo”.

Il nostro compare mezzo nudo lasciò il suo ed il nostro vestiario infestato sulla nave noleggiata e si ricongiunse a noi che eravamo già puliti. In un punto prestabilito iniziammo una bonifica massiva del nostro veicolo spaziale intergalattico. e ne uscimmo puliti come angioletti, noi e la nave. Mentre il nostro esperto Russo attivava la partenza a distanza della piccola nave esca, noi fuggivamo nello spazio profondo per sfuggire alle menzogne dei consoli e della loro gang di bugiardi impenitenti. La paura come strumento di pressione e il consenso come promessa di protezione erano alle nostre spalle. Dalla televisione tridimensionale uscivano immagini di repertorio da epoche remote.

Certo ci videro sui loro radar stratosferici e provarono anche ad inseguirci con tre intercettori, ma avevamo un vantaggio incolmabile. Non so come sia finito oggi quel pianeta disgraziato, so però per certo che non ci furono altre missioni commerciali dell’alleanza intergalattica o di altri e finì nel limbo degli isolazionisti, pianeti poveri e chiusi in orizzonti autarchici, con un’atmosfera intellettuale debole e discontinua e processi involutivi di flora, fauna e DNA. Mi sono giunte dopo anni chiacchiere sui due consoli e di come avessero portato illegalmente enormi ricchezze su un altro pianeta, ma erano voci di corridoio a cui non mi interessai in nessun modo.
Ho ricordi appiccicosi di quel luogo. L’umidità, bevande e cibi scadenti, le continue menzogne amplificate in ogni spazio pubblico o privato, il cielo coperto da una sottile coltre di nuvole. La paura è una gran brutta bestia che ci condanna a morire attimo dopo attimo in un pantano di impotenza ed a chiedere aiuto proprio a chi ci vuol fare affogare in quel pantano.

“Al popolo, del popolo, per il popolo!” sembravano parole vuote, mentre l’astronave tagliava la Via Lattea verso il sistema solare.

 

Dove si fa violenza al linguaggio è già iniziata la violenza sugli umani.

Italo Calvino

 

 

E se i fatti lo negano, bisogna cambiare i fatti. In tal modo la Storia viene continuamente riscritta. Se poi si deve dare un nuovo ordine a  ciò  che  si  ricorda  o  falsificare  i documenti  scritti,  diviene  necessario dimenticare di aver agito in quel modo.

George Orwell

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Samora

king for a day, fool for a lifetime
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