L’uomo in grigio

Tempo stimato di lettura: 8 minuti

“…se c’è una tela dev’esserci un ragno – si tratta certo di un nemico esterno – come un padrone o un guardiano o un Dio – ma stiamo attenti: potrei essere anch’io” da “La Ragnatela”  (Giorgio Gaber, “Anche per oggi non si vola”)

Il ragionier Gianni Banfi era un uomo abitudinario e poco incline ai cambiamenti e alle novità, avvezzo da sempre ad intrappolare le sue giornate dentro schemi rigidi e ripetitivi. A parte una evidente predisposizione innata, era stato educato così da una madre autoritaria che si era ritrovata da sola con un bimbo piccolo ed era stata costretta ad organizzarsi in maniera rigorosa da quando il marito non aveva più fatto ritorno – insieme a tanti altri –  dalla tragica ritirata dell’Armata italiana in Russia nell’inverno tra il ’42 e il ‘43.

Le malelingue (che ci sono sempre state anche in una grande città come Milano, perché alla fine nelle corti delle case di ringhiera vi era una grande solidarietà ma si sapeva tutto di tutti, e fiorivano i pettegolezzi), conoscendo il carattere dispotico della signora Amalia avevano insinuato che il marito in Russia avesse colto la sua grande occasione per sottrarsi e rifarsi una vita: ma alle malelingue, si sa, non bisogna dare ascolto.

Prima di diventare il ragionier Banfi, Gianni era stato un bambino tranquillo e un po’ introverso che non scendeva nemmeno in cortile a giocare al pallone con i suoi coetanei e nel ’55 era un ragazzo posato e solitario che la domenica non andava all’Idroscalo, al Caffè o al dopolavoro ferroviario, dove c’era la bocciofila ma anche la sala da ballo, preferendo una tranquilla passeggiata per le via del centro (che raggiungeva a piedi da Corso di Porta Vigentina dove abitava), così pulite e ordinate, con quei meravigliosi edifici storici e le vetrine accattivanti dei negozi di lusso. Tutte le domeniche, a meno che le condizioni del tempo non fossero proibitive.

Con l’intercessione di un parente che era un alto prelato, dopo il diploma in ragioneria la signora Amalia riuscì a sistemare il figlio presso una filiale dell’Istituto Bancario San Paolo di Torino nei pressi di via Larga e così la passeggiata verso il centro divenne quotidiana ma frettolosa, ben diversa dal giro domenicale, rilassato e contemplativo.

A ben pensarci, la vita del ventitreenne Gianni che si affacciava all’inizio degli anni ’60 era più che altro un elenco di cose non fatte e di luoghi non visti e le poche cose che faceva erano sempre le stesse, reiterate secondo un calendario  inalterabile.

Ciononostante conobbe Luisa, la figlia della sarta che abitava all’inizio di Corso di Porta Romana, dalla quale gli capitò di accompagnare la signora Amalia un sabato pomeriggio. In realtà le due madri, entrambe vedove (la sarta un po’ più fortunata, con quel mestiere che le rendeva bene e uno spazioso appartamento di proprietà del defunto consorte Maresciallo Donati, che era di buona famiglia, e sul quale ora si proiettava l’ombra dinamica e modernista della Torre Velasca), si erano consultate e avevano pensato di fare incontrare i due ragazzi, coetanei ed entrambi così schivi.

“Poi, quel che sarà, sarà”,

 si erano dette mettendo a punto il piano.

A Gianni piacque subito quella ragazza alta come lui e sottile come un giunco, non propriamente bella ma di un’eleganza intrinseca, tanto educata e discreta, ed incominciò un corteggiamento metodico, privo di slanci ma determinato. La mamma di Luisa insisteva perché la figlia accettasse e ricambiasse le attenzioni di quel bel ragazzo biondo dai lineamenti fini, che era anche un discreto partito, con un impiego in una banca importante. La ragazza, i cui studi si erano fermati alla scuola di avviamento professionale e poi si era messa ad affiancare la madre apprendendo il mestiere di sarta, era cosciente del tempo che passava e delle occasioni che non aveva avuto e che non avrebbe potuto avere, in parte per quel lavoro che le piaceva ma la relegava in casa, ma anche per via di una grande timidezza che le aveva fatto rifuggire la frequentazione dei luoghi di aggregazione tipici dei ragazzi della sua età.

Così mise da parte i sogni di un grande amore travolgente, tormentato e liberatorio che ti cambia per sempre la vita, come quelli narrati dai romanzi di Tolstoj, di Emily Bronte o di Jane Austen, divorati nelle domeniche pomeriggio mentre la vita pulsava fuori dalle finestre di casa, e diede retta a sua madre.

Si sposarono in un tiepido mattino di maggio del 1962 in San Nazaro Maggiore, con il sole che illuminava l’austera facciata romanica della chiesa e partirono subito dopo per il viaggio di nozze che li portò a Rimini, dove sarebbero stati ospiti dei fratelli della mamma di Luisa, perché era tutto quello che si potevano permettere. Trascorsero due settimane sballottati tra pranzi interminabili dai numerosi e cordialissimi parenti romagnoli e passeggiate sul lungomare della cittadina, che si stava  preparando per l’estate imminente.

Andarono ad abitare in via Dolci, a San Siro, il che costrinse Gianni a ridisegnare la mappa delle sue abitudini quotidiane – già sufficientemente sconvolte dalla necessaria condivisione degli spazi con una persona che non era sua madre – poiché per andare in banca doveva prendere il tram n. 15, che passava sotto casa e scendere in Piazzale Cordusio o in via Orefici.

Con il medesimo tram Luisa raggiungeva tutti i giorni via Torino e poi si recava a piedi in Corso di Porta Romana, dove continuava a dividere il lavoro ed ora anche i guadagni con la madre. Smise solo all’inizio del nono mese di gravidanza e per i sei anni successivi si dedicò alla figlia Stella. Luisa aveva spesso riflettuto che se non fosse rimasta subito incinta e non avesse avuto una creatura che la impegnava a tempo pieno non avrebbe resistito al fianco di quell’uomo tanto noioso e prevedibile, persino nell’abbigliamento: abito grigio scuro, camicia bianca e gilet di lana grigia in inverno, abito grigio chiaro e camicia bianca in estate.

Tra l’altro, dopo la nascita della figlia Gianni la confinò nel ruolo di madre e smise del tutto di vederla come donna, lasciandola nella deriva del tedio mortale di un rapporto basato su un conto in comune e qualche garbata conversazione la sera sul divano, davanti alla televisione. Mancava del tutto quell’intimità e quella complice conoscenza profonda e reciproca che trasformano due persone in una coppia. Luisa ne aveva sofferto in silenzio, e quando Stella aveva incominciato la scuola elementare aveva cercato di non farsi avviluppare dal grigiore della sua vita matrimoniale: con l’aiuto di una cliente della madre trovò impiego in una nota casa di moda milanese, dove ebbe in seguito modo di affermare e sviluppare il suo innato talento per il disegno di figurini di moda. Negli anni successivi fu totalmente assorbita da una carriera in sorprendente ascesa e dall’impegno di seguire adeguatamente la figlia, la quale fortunatamente aveva ereditato dagli zii materni un carattere estroverso e spigliato e si scontrava spesso con il padre anche per i motivi più futili.

Gianni preferì tenersi a prudente distanza sia dalla donna energica e indaffarata, tanto diversa dalla ragazza quieta e remissiva che aveva sposato che dalla figlia che non capiva affatto  e proseguì indisturbato nella rassicurante monotonia di giorni tutti uguali che gli era più congeniale.

Tuttavia, qualcosa successe alla fine di maggio dell’89, quando in banca arrivò una nuova impiegata trasferita da una filiale di Torino, mentre Piazza Tien an men era occupata da migliaia di dimostranti che insorgevano contro il regime cinese e a Lipsia germogliavano e ribollivano i fermenti che avrebbero abbattuto, qualche mese dopo, il muro di Berlino. Insomma, soffiava impetuoso un vento di cambiamento.

Giulietta Dalmasso era una quarantenne con un viso un po’ infantile incorniciato da corti riccioli biondi e dalla figura florida, la cui gestualità era dominata da una congenita civetteria, coltivata e raffinata nel corso degli anni. A parte qualche fattorino troppo giovane per essere preso in considerazione, il ragionier Banfi, poco più che cinquantenne e di bell’aspetto, tra i colleghi meno anziani era di gran lunga il più appetibile e la signora Dalmasso, che si raccontava fosse vedova ma nessuno lo sapeva di preciso, diresse ben presto le sue attenzioni su di lui.

Gianni era turbato dalla fisicità burrosa della donna, che gli chiedeva spesso aiuto per questioni di lavoro e pareva pendere dalle sue labbra. Un giorno per sdebitarsi volle offrirgli un caffè in Galleria e mentre camminavano nel tardo pomeriggio di maggio, immersi in una luce dorata e liquida che si riversava sulle vetrine dei negozi e sui volti delle persone, Giulietta lo prese a braccetto e lui poté percepire la morbidezza del suo fianco e si sentì fiero di passeggiare tra la folla con lei, tanto da raddrizzare la schiena e guardarsi attorno con fare compiaciuto. Non molto tempo dopo, un pomeriggio lei inventò una scusa alla quale lui volle credere per farsi accompagnare a casa, e lì successe quel che doveva succedere.

Allora incominciarono le menzogne: gli straordinari fino a tarda sera, qualche cena con i colleghi per festeggiare una promozione, un’improvvisa passione per il tennis, al quale prese a dedicare molti pomeriggi domenicali. Le assenze del marito non preoccuparono Luisa, che nell’appartamento di Corso di Porta Romana, nel quale si erano trasferiti dopo la morte di sua madre, si muoveva più a suo agio senza la sua inutile quanto fastidiosa presenza. Tuttavia, si stupì non poco quando si accorse dei suoi recenti acquisti di abiti estivi azzurri e beige. Dopo decenni di grigio.

Fu solo successivamente e conseguentemente a questa scoperta che notò anche l’espressione imbesuita e sognante del marito quando capitava che guardasse la televisione nella penombra della sala, come se accarezzasse col pensiero una qualche privata felicità. Si meravigliò di provarne solo un leggero fastidio, e molta invidia.

Luisa guadagnava bene e poiché sia lei che il marito erano sempre stati dei grandi risparmiatori, sul conto comune che avevano presso la filiale dove lavorava Gianni avevano una discreta disponibilità che si incrementava di mese in mese da quando Stella, laureata in architettura, aveva iniziato a lavorare ed era andata a vivere da sola. In banca la relazione del ragionier Banfi con la signora Dalmasso era sotto gli occhi di tutti e per il Direttore, che conosceva Luisa poiché era padrino di battesimo di Stella, era una situazione imbarazzante. Cercò dapprima di affrontare Gianni, che reagì malamente, ma quando si accorse che negli ultimi due mesi dal conto intestato ai due coniugi il ragioniere aveva distratto somme consistenti se ne fregò della discrezione e fissò un appuntamento con Luisa fuori dalla Banca.

Decise di andare subito al dunque, ma era impacciato e a disagio:

“Cara Luisa, sono mio malgrado costretto ad interferire in vicende che…”

Luisa gli sorrise e gli venne in soccorso:

“Dottore, so che mio marito ha una relazione, se è di questo che vorrebbe parlare…”

“…in un certo senso, ma indirettamente. Mi preme di più richiamare la sua attenzione sui cospicui e frequenti prelevamenti  effettuati da suo marito negli ultimi tempi. Ne è al corrente?”

Non ne era al corrente. Seguì il consiglio del Direttore: prelevò la somma che corrispondeva alla metà dei loro averi prima delle ultime operazioni (volle così, perché era una donna giusta e non le interessava la vendetta) e la versò su un nuovo conto intestato solo a lei. Il Direttore si occupò personalmente della pratica e le portò tutti i documenti da firmare in modo che lei non dovesse recarsi in filiale.

Naturalmente, Gianni se ne accorse pochi giorni dopo e si rese conto che avrebbe dovuto affrontare la moglie. Ne era intimorito e sollevato al tempo stesso: con Giulietta non aveva mai parlato di un possibile futuro comune, ma lui era innamorato e il corso degli eventi lo stava spingendo nella direzione giusta. Fu tutto molto più facile di quanto potesse immaginare.

Quando rincasò quella sera di luglio, affannato e sudato per il caldo che ancora soffocava la città  e per la febbrile agitazione che lo aveva colto, nella gradevole penombra dell’ingresso c’erano due enormi valigie e la moglie era seduta su una poltrona del salotto, in evidente attesa. Il Ragionier Banfi era un uomo dai processi mentali lenti ed ora era anche comprensibilmente confuso. Sua moglie, invece, che era sempre stata una donna concreta, nella solitudine di quasi trent’anni di matrimonio aveva maturato una solida sicurezza di sé, e lui non se ne era nemmeno accorto.

“Ho pensato di facilitarti le cose preparandoti le valigie con gli abiti estivi, potrai organizzarti per ritirare il resto, nei prossimi giorni”,

gli disse con un tono pacatamente gelido. Lui se ne risentì:

“…non penserai di cacciarmi di casa? E che fine hanno fatto i soldi che hai prelevato dal nostro conto?”

“E’ casa mia, hai una relazione con un’altra, hai speso molti soldi che erano anche miei senza consultarmi. Sì, potremmo dire che ti sto cacciando di casa. Il mio avvocato ti notificherà la richiesta di divorzio all’indirizzo di tua madre: mi pareva di cattivo gusto fartela mandare in banca”.

Gianni boccheggiò. Reagì scompostamente, le disse che era colpa della sua freddezza e del suo disinteresse se si era innamorato di un’altra: Luisa reagì con un piccolo gesto eloquente della mano e con una frase che spazzò via all’istante anni di granitici convincimenti, lasciandolo interdetto:

“Fuori dalle palle, per favore”.

Chiamò un taxi, caricò le due valigie e diede l’indirizzo di Giulietta. Si sentiva abbattuto ma cercò di concentrarsi sul pensiero che la sua nuova vita stava per iniziare. Purtroppo, il ragionier Banfi di donne non aveva mai capito nulla.

Giulietta Dalmasso non accolse con gioia la notizia che era un uomo libero, pronto a condividere la vita con lei: la gattina mielosa si trasformò in iena ringhiosa davanti ai suoi occhi esterrefatti e saltò fuori che da qualche parte c’era pure un marito. Era ormai notte quando l’uomo suonò al campanello della madre e scoppiò a piangere sul pianerottolo, seduto su una delle due valigie.

La signora Dalmasso fu allontanata dalla banca e si scopri che era sposata con un disgraziato nullafacente che viveva nella loro vecchia casa di Rivalta Torinese, mentre la moglie si dava da fare per arrotondare lo stipendio, con il suo benestare.

Il Ragionier Banfi tornò a vivere con la madre, riprese a vestirsi di grigio ed incurvò le spalle come un vecchio: anche se era stato tutto falso, aveva conosciuto l’amore ed ora che lo aveva perduto ne avrebbe patito la mancanza per tutta la vita, una miserabile vita grigia.

Stella era appena uscita di casa dopo un lungo colloquio con Luisa, al termine del quale aveva abbracciato la madre:

“sono così felice per te, mamma. Hai finito di vivere con uno scialbo estraneo in casa”.

Rimasta sola, Luisa aveva acceso la radio e passando davanti al grande specchio in camera da letto aveva lasciato che i piedi all’improvviso seguissero le note di un motivetto orecchiabile e il corpo aveva incominciato ad ondeggiare al ritmo di quella musica, seguito docilmente dalle braccia, e ad occhi chiusi aveva sentito il sangue che scorreva un poco più veloce. Aveva lasciato scorrere le lacrime da sotto le palpebre chiuse, provando una feroce nostalgia per l’affanno del respiro e per la mollezza delle gambe che non aveva mai conosciuto, ma solo immaginato. Poi aveva riaperto gli occhi e aveva considerato che la sua solitudine era finita, che la musica continuava a suonare e forse c’era ancora tempo per un ultimo ballo.

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

Latest posts by Sonia Fantozzi (see all)

Precedente Bond age: il dolore non è sufficiente Successivo L'acchiappatore di nuvole

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.