Canzone per un’amica

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In un tempo lontano, l’estate milanese era la fila per entrare al Lido o all’Idroscalo la domenica mattina.

Era il grigio manto stradale rammollito dalla calura nel quale affondavano i tacchi delle belle scarpe con il cinturino alla caviglia della mamma, un clima appiccicoso e snervante, un bastoncino nero di liquirizia intinto nel limone e le bolle di sapone soffiate dal cilindretto di un rocchetto di filo per cucire sul balcone, al riparo della spessa tenda verde scuro. Salivano eteree e scintillanti di bagliori perlacei, danzando per qualche istante nell’aria arroventata, ed esplodevano con un impercettibile, liquido “plop”, mirabile quintessenza dell’effimero.

In questo agosto strangolato da correnti africane alle quali i meteorologi si dilettano ad affibbiare nomi spaventosamente evocativi, l’estate a Milano è un andamento lento nella città semi deserta. Le panchine nei parchi e nei giardini nelle ore meno torride sono stabilmente occupate da anziani in ciabatte, braghette e maglietta che smuovono l’aria calda sventolando la Gazzetta dello Sport tra chiacchiere pigre, quando non sfrecciano su vetuste vetturette, proditoriamente incuranti di rotatorie e di semafori lampeggianti, o al contrario pedalano pigramente cambiando all’improvviso direzione con serena noncuranza, “tanto in questi giorni non c’è in giro nessuno”.

Per le vie del centro cittadino girano gruppetti e coppie di stranieri con la guida turistica in mano ed il naso sovente all’aria, un poco meravigliati della bellezza antica e modernissima di questa metropoli, mentre i residenti che sono rimasti in città solidarizzano e riscoprono il piacere di fermarsi a scambiare qualche parola per strada. Nelle periferie, c’è solo più silenzio, ed una sensazione di tempo ristagnante. Partiti i figli ed i nipoti, i nonni si riappropriano della città, girano annusando la pista del tempo che fu, ricordano com’era Milano una volta, “ai miei tempi”, dicono utilizzando un’espressione popolare ingenuamente ed irreparabilmente amara, poiché sancisce che gli anni che contano sono quelli della giovinezza, che ormai si protrae allegramente oltre la quarantina, poi al massimo ci si lascia vivere, e ogni tanto ci si rammarica di tutto ciò che non è più.

Io non saprei cosa rimpiangere: non i figli che non sono arrivati, perché non sono mai riuscita a decidere se li volessi davvero, non il percorso professionale che ad un certo punto si è arenato né le occasioni perdute perché vi ho deliberatamente rinunciato, non il fatto di non essere mai andata via da Quarto Oggiaro e da questa periferia ringhiosa, che poi non è né meglio né peggio di tutte le altre, e sicuramente oggi è più vivibile di quarant’anni fa.

Penso che tutta la mia vita sia stata condizionata da un eccesso di prudenza che si è spesso tradotto in irresolutezza, cosicché mi è sempre rimasto il dubbio di non avere scelto ciò che davvero volevo.

Però, guardando la foschia calda che stamattina ristagna su via Amoretti, e questo cielo incombente di colore incerto e biancastro, rimpiango di avere sollecitato il pacato confronto che un anno fa ha condotto me e mio marito Carlo a prendere atto che l’amore tra noi era finito, senza traumi né fattori scatenanti, per mero deterioramento fisiologico, e che l’affetto un poco distratto che ne era rimasto, sebbene supportato dalla stima e da molti comuni interessi, a lui non bastava. Così si era innamorato di un’altra donna. Io lo ascoltavo parlare chiedendomi confusamente quando pensava di dirmelo, in preda ad una sensazione di straniamento che funzionava da blando anestetico, indecisa tra uno sbigottito dispiacere ed un sotterraneo senso di sollievo.

Ci siamo separati, a sessant’anni e dopo trent’anni di vita in comune. Carlo si è trasferito a Trieste con la nuova e giovane compagna, mentre io continuo a dormire dalla parte sinistra del letto matrimoniale, e di tanto in tanto nel dormiveglia mi capita di allungare una gamba pensando di imbattermi nella tiepida solidità confortante del suo corpo accanto al mio. Ed ora che l’ufficio è chiuso per ferie, ed io non ho saputo decidermi tra l’andare e lo stare, mi chiedo cosa farò di queste giornate vuote.

“Marisa, non immagineresti mai chi ti ha cercata qui da me, non avendo più il tuo numero di telefono”

“…chi, mamma?”

“…Eva, te la ricordi? E’ tornata a Milano”.

Eva, la mia amica d’infanzia, la mia amica del cuore, la mia sorella elettiva. Come potrei non ricordarmi di lei?

Abitava con la madre nella vicina via Orsini e fu la mia compagna di banco fin dalla prima elementare. Non aveva un padre, ma nessuno sapeva se la signora Piera, giunonica, energica e riservatissima, fosse vedova o nubile. Faceva l’infermiera all’Ospedale di Vialba ed era sottoposta a turni impegnativi, e quando i miei appresero che la mia compagna stava spesso in casa da sola, a volte anche la sera, incominciarono ad invitarla a casa nostra.

La prima volta andammo a prenderla io e la mamma. La signora Piera era pronta per uscire nella nebbiolina uggiosa del tardo pomeriggio invernale, le toccava il turno di notte. Nello spazio ristretto di quei due locali  spogli ma pulitissimi, il tavolo nel tinello ricoperto da una cerata bianca e rossa con qualche piccolo strappo dai bordi anneriti, sul quale pendeva un piccolo lampadario con il piatto in ceramica ed una lampadina tonda da pochi watt, oltrepassammo la sottile linea che separa una condizione modesta come quella della nostra famiglia, nella quale lavorava solo papà, dalla povertà, dignitosa finché si vuole ma comunque uno stato di sofferta, faticosa inferiorità, e ne percepimmo il disagio. La signora Piera ringraziò la mamma con imbarazzata rigidezza, e ci vollero anni di frequentazione e di pranzi di Natale a casa nostra perché si ammorbidisse appena un poco, senza tuttavia rivelare mai alcunché delle sue vicende.

Eva era vivacissima e curiosa, di gesti bruschi e tendente ad una certa prepotenza, e poiché io ero al contrario una bambina tranquilla e riflessiva, amatissima figlia unica di una coppia molto unita, nel nostro sodalizio fu presto chiaro che il capo era lei.

Compresi quanto fosse cosciente della sua povertà e quanto ne soffrisse quando eravamo in seconda elementare: era Carnevale ma nessuna delle due poteva permettersi un costume per la festicciola del sabato grasso a scuola, così la mamma ci aveva comprato il cappello da fata, a punta e con le stelle dorate appiccicate, e la bacchetta magica con il pennacchio di fili dorati sulla punta. Lei aveva ringraziato educatamente, ma quando eravamo arrivate a scuola era scappata in bagno e non aveva voluto saperne di uscire. Piangeva silenziose lacrime di frustrazione, e disse abbracciandomi forte:

“Quando saremo grandi andremo via di qui, e io guadagnerò un mucchio di soldi e comprerò un bellissimo costume di Carnevale, anche per te”,

ed io ne fui straziata, e d’un tratto provai vergogna per quel cappelluccio azzurro e per quell’asticella di cartone rigido che non avrebbe mai potuto avere alcun potere magico, nemmeno nella mia fantasia.

Frequentammo la stessa scuola media e in quegli anni perdemmo gradatamente l’interesse per certi giochi infantili, dirigendo la nostra curiosità sui coetanei di sesso opposto. Poi ci iscrivemmo al medesimo Liceo Linguistico, lei con il progetto di fare la hostess e girare il mondo, io con l’aspirazione di divenire traduttrice per qualche importante casa editrice. Fu in quegli anni che strappammo il permesso di uscire la sera, e scoprimmo Milano di notte e molte altre cose ancora.

Eva non era propriamente bella: al pari della madre era alta e robusta, i fianchi stretti e le spalle squadrate ed ampie, il volto dai tratti decisi e marcati, i medesimi capelli biondissimi, dritti e spessi, quasi bianchi alle tempie, gli occhi azzurri troppo chiari, come quelli di certi gatti siamesi non proprio di razza, i denti larghi e forti dagli incisivi lunghi. Tuttavia, esprimeva una vitalità ferina che la rendeva attraente, e ne fu presto consapevole.

Aveva l’irruenza di un’improvvisa folata di vento, che tutto scompiglia e cambia per sempre, e la fonda voce suadente mitigava la perentorietà dell’eloquio ricco e stringente. Avrebbe potuto essere un’abile manipolatrice, se non fosse stato per il tedio e per il disinteresse che ad un certo punto inevitabilmente la coglievano, e allora si guardava attorno distratta con quello sguardo trasparente improvvisamente vacuo.

Ci divertimmo in quegli anni, sebbene io fossi molto meno disinvolta di lei e mi sentissi a volte in imbarazzo per la sua sfacciataggine. Per quanto ci abbia ripensato, non ricordo tuttavia la minima discussione o rivalità, solo un immenso affetto ed una totale complicità.

La signora Piera si sposò con un brav’uomo alla fine del nostro quarto anno alla Manzoni e si trasferirono in un appartamento più grande in via Val Trompia, dove sul tavolo non vi era più quella cerata consunta, mentre mia madre si trovò un impiego in un ufficio in centro. Uscite da scuola, passavamo sovente il resto della giornata insieme, a studiare e a dire le sciocchezze che si possono dire a quell’età. Ci iscrivemmo alla Facoltà di Lingue della Statale, guadagnando qualche soldo con dei lavori part time che ci impegnavano al pomeriggio, e grazie ai quali potemmo persino permetterci la settimana di ferragosto sulla riviera romagnola insieme ai due fidanzatini di allora.

Le cose cambiarono al terzo anno di università, quando lei incontrò l’amore della sua vita. Lo conoscemmo una sera d’estate in una sala da ballo, era aitante e fascinoso, di modi caldi ed accomodanti, ma qualcosa di vagamente sfuggente nel suo sguardo mi fece sospettare una certa mollezza interiore, l’istintiva amoralità di un affascinante, inaffidabile felino. Dopo un mese durante il quale la vidi poco, perché di quella storia che l’assorbiva totalmente Eva divenne subito gelosa ed avara di confidenze, mi annunciò che sarebbe andata a vivere con lui. Non dissi nulla per dissuaderla, ma quella notte piansi a lungo, perché compresi che l’avrei perduta. Smise di frequentare l’università, i nostri incontri si diradarono e poi anche le telefonate, ed io mi struggevo per non essere riuscita a dirle che qualunque cosa fosse successa, mi avrebbe sempre trovata ad aspettarla.

L’amore della sua vita si annoiò abbastanza in fretta della sua passione e della sua incondizionata dedizione, e l’estate successiva la mia amica ricomparve all’improvviso. Mi telefonò in una sera di luglio, i miei erano al mare ed io stavo preparando l’ultimo esame della stagione. Un’ora dopo era a casa mia, e la sua sofferenza era evidente come una malattia: la trovai smagrita, lo sguardo annebbiato ed incerto, le mani mosse da un lieve tremito incessante, la bella voce arrochita dal pianto e dalle troppe sigarette. Rimase con me per tutta la settimana, io non diedi l’esame e lei se ne andò quando rientrarono i miei.

Ricominciammo a frequentarci con regolarità ma non assiduamente come prima. Non riprese più gli studi, qualcosa in lei si era irrimediabilmente incallito, ed era incattivita e cinica.  Nel corso dei due anni successivi, la vidi accompagnarsi ai tipi più differenti, senza che nessuno permanesse nella sua vita per più di qualche mese.

Era di nuovo estate, mi ero appena laureata e uscivo da poco con Carlo quando mi annunciò che sarebbe partita per la Sardegna, dove avrebbe fatto la stagione alla ricezione di un grande albergo in Costa Smeralda. Continuò a lavorare in quel posto anche dopo la fine dell’estate, e sebbene mi avesse più volte invitata ad andare a trovarla, trovai sempre una scusa per non andarci, volendola forse punire per il suo abbandono, ed infine i nostri rapporti si ridussero agli auguri natalizi, conditi della vana promessa che prima o poi ci saremmo riviste.

Non la invitai nemmeno al mio matrimonio, e mi meravigliai quando qualche anno dopo ricevetti la partecipazione delle sue nozze. Non avevo raccontato un granché a Carlo della mia amica, ma poiché era luglio e stavamo partendo per una vacanza proprio in Sardegna, fu lui ad insistere perché ci andassimo.

Il marito di Eva era un affascinante, distinto signore che aveva trent’anni più di lei ed era il proprietario dell’albergo nel quale era andata a lavorare quell’estate di diversi anni prima. La trovai bene, certamente rasserenata, lo sguardo di nuovo limpido e fermo, ma lontana, terribilmente lontana.

“Se ci ritroveremo vecchie e sole, cara Marisa, andremo a vivere insieme e ci faremo compagnia: andremo al cinema, a teatro, ai giardini, se avremo i soldi faremo dei viaggi, ci aiuteremo a non dimenticare le cose belle, seppelliremo quelle brutte. Ci stai?” Eravamo giovani, era una specie di scherzo, o forse no.

Dopo una telefonata colma di titubanti silenzi, decidiamo di incontrarci ai Giardini di Porta Venezia, davanti a Palazzo Dugnani, che era la sede della Manzoni “ai nostri tempi”, e lei dice con il sorriso nella voce densa:

“…tanto l’età per una panchina ai Giardini ce l’abbiamo, no?”

Riconosco da lontano la sua chioma biondissima e compatta, ora ha i capelli tagliati a caschetto e la sua figura ha acquisito il medesimo aspetto matronale di quella della signora Piera quando eravamo ragazze. Avvicinandomi mi accorgo che anche il suo viso, nel quale spicca quello sguardo trasparente come l’acquamarina, si è allargato ed un poco appiattito.

Ci guardiamo per qualche istante senza dire nulla, ognuna delle due con l’animo in leggero tumulto, perché certi affetti, per quanto li si trascuri, non si spengono mai, sono come quelle piantine grasse irte di spine alle quali basta una minuscola goccia d’acqua per riprendere vigore: poi ci ritroviamo in un abbraccio lungo, potente, consolatorio, avvolgente, che stempera la distanza di più di vent’anni.

Il pomeriggio scivola nella sera e il cielo alle spalle di Palazzo Dugnani si tinge di rosa e di giallo, e c’è un ragazzo proprio davanti all’ingresso con una chitarra collegata ad un altoparlante, sta suonando da un’ora solo brani dei Beatles, i lunghi capelli biondi spioventi sul volto acerbo.  E’ bravissimo ed ha una bella voce pulita, sta cantando per gli alberi, per le statue che popolano i Giardini, per tutti quelli che si godono il tramonto milanese, tanto c’è tempo per rincasare, e magari non vi è nessuno a cui tornare, sta suonando per noi, che ci raccontiamo vent’anni davanti al luogo simbolo delle nostre giovanili aspirazioni.

Il marito di Eva è mancato tre mesi fa, e mi racconta di un matrimonio senza slanci amorosi, più un’amicizia che un amore, forse per questo ha funzionato così bene. Mi dice che ha intenzione di vendere i tre alberghi che ha ereditato ed ha già visto un appartamento che le piace da queste parti.

“Ma tu, sei stata felice?”,

mi chiede Eva all’improvviso.

“…sì, lo sono stata, in qualche momento. Quando mi sono innamorata di Carlo, poi sono stata più serena che felice. Avrei potuto continuare ad essere serena con quello che avevamo, io”.

“L’amore è effimero come una bolla di sapone, e quando passa nemmeno te lo ricordi: rammenti i fatti, ma non le sensazioni. Tutta quella passione, quella fusione di anime e di corpi, sparisce, ti ha cambiata senza che tu possa riviverla nella memoria”.

Ci alziamo dalla panchina e ci dirigiamo verso via Palestro tenendoci a braccetto.

“Comprerò questo appartamento in via Borghetto, dal terrazzino si vede l’ingresso dei Giardini su Corso Venezia. Ci sono due camere da letto, una è per te, se vuoi. Rammenti quei viaggi di cui fantasticavamo ai tempi del liceo? Bene, ora ho un mucchio di soldi, e potrei anche  comprarti tutti i costumi di carnevale che vuoi”.

Mi fermo bruscamente e la costringo a guardarmi in volto:

“Perché, Eva? Dopo tutto questo tempo, tutta questa lontananza?”

Lei mi osserva reclinando leggermente il capo, e un lampo di allegria accende il suo sguardo chiaro:

“Perché oramai sei l’unica alla quale posso mostrarmi svestita senza vergogna. Perché era una promessa. Perché non ho mai smesso di volerti bene”.

Una folata di vento, che tutto scompiglia. Una sola, minuscola goccia d’acqua, e la piantina rinsecchita riacquista turgore, e forse tra qualche tempo sboccerà un fiore dal colore sgargiante.

N.d.A.: E’ ora di andare, cari voi, di perdersi di vista per qualche tempo. La valigia è pronta, la mia sarà sempre troppo colma, come se non volessi più tornare. Ma sarà una fuga per finta, il viaggio tra le pieghe e le ombre di Milano riprenderà sabato 26 agosto. A proposito, chissà se il Patané si sposerà mai alla fine, o se continuerà a farsi portare in giro dalla sua inquietudine. Dovrei provare a sentirlo. A voi, nel frattempo, buone cose.

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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