Un gioco perdente

“Ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera” (Salvatore Quasimodo, “Ed è subito sera”)

Rinaldo Martinelli era un imprenditore milanese che aveva costruito la sua cospicua fortuna sfruttando due peculiarità fondamentali: un fiuto innato per gli affari, soprattutto quelli facili, ed una spregiudicata intraprendenza.

Occorrerebbe tuttavia essere più precisi sulla sua milanesità, perché in effetti il Martinelli era uno di quei milanesi che i puristi definirebbero “ariosi”, ovvero provenienti da fuori e più precisamente dalla Brianza, dato che arrivava da Lentate sul Seveso

A ben pensarci anche la definizione di imprenditore sarebbe un tantino azzardata, nel senso che se è vero che aveva iniziato con una fabbrichetta di stampaggio di materie plastiche, che dava lavoro a una trentina di persone in uno scalcagnato capannone in zona Bovisa, è altrettanto vero che non era con quell’attività che aveva fatto i soldi.

Era stato all’inizio degli anni ’80, in una metropoli briosa che tendeva sempre di più a vivere al di sopra delle proprie possibilità, che l’allora trentenne Martinelli si era affacciato sul mercato immobiliare e in seguito a una serie di circostanze, in buona parte fortuite ma comunque abilmente pilotate, era riuscito ad introdursi in quel sottobosco politico dove prosperano troppo spesso corruzione e malaffare. Nel giro di pochi anni le sue entrate erano lievitate ed il suo stile di vita vi si era rapidamente e sfacciatamente adeguato. Dal modesto appartamento familiare in via Lambruschini alla Bovisa, la zona industriale situata a nord ovest di Milano che si era sviluppata  nella seconda metà del ventesimo secolo attorno ai binari delle Ferrovie Nord, si era trasferito in un pretenzioso e costosissimo attico in Foro Bonaparte, prestigiosa celebrazione della Milano capitale, fondata su valori democratici e borghesi, edificata dopo la liberazione dal dominio austro ungarico da parte dell’esercito napoleonico.

La fabbrica ereditata dal padre, scomparso prematuramente, aveva allora assunto un ruolo marginale e di facciata, e da piccolo imprenditore si era trasformato in faccendiere.

Rinaldo Martinelli non era bello: brevilineo e tarchiato, con una certa tendenza alla pinguedine, aveva il viso dai tratti marcati, un poco grossolani, ma lo sguardo intelligente e vivacissimo rendeva interessante quel volto sovrastato da una capigliatura folta e precocemente brizzolata. Aveva anche un innato buon gusto e potendosi permettere abiti di alta sartoria, della sua figura poco elegante finiva col risaltare quell’energia aggressiva e persino un poco brutale che, unita a delle indubbie doti di affabulatore, sebbene talvolta incline alle iperbole e alle fanfaronate, faceva di lui un uomo di un certo indiscutibile fascino.

Nell’inverno del ’92, dopo l’arresto di Mario Chiesa e l’avvio dell’inchiesta denominata “Mani Pulite”, su certi ambienti milanesi imperversò un vento impetuoso che buttò all’aria molti castelli di carta. Durante quei mesi travagliati Rinaldo Martinelli tenne un profilo basso e si preoccupò di mettere al sicuro i suoi ingenti beni, dopodiché attese  lo svolgersi degli eventi e si preparò al peggio lavorando alacremente alla costruzione di una linea difensiva.

Meditò anche sulla possibilità di mollare tutto e trasferirsi in qualche Paese che non avesse sottoscritto accordi di estradizione con l’Italia, ma poi gli venne in mente che certe carte di cui era in possesso, se opportunamente utilizzate, avrebbero potuto servirgli da salvacondotto per uscire indenne da quella guerra.

Così, contrariamente a qualsiasi ragionevole previsione riuscì a farla franca, mentre molti noti personaggi con i quali era solito condividere interessi decisamente opachi uscivano dalla scena milanese non propriamente a testa alta.

Seppe essere paziente e quando il sistema minato dal filone di inchieste legate all’operazione “Mani Pulite” si riorganizzò secondo schemi appena un poco più prudenti e meno sfacciati, riallacciò i rapporti giusti e i suoi affari ripresero a prosperare. In taluni ambienti dove ci si muoveva costantemente in bilico su un’immaginaria linea di confine tra il lecito e l’illecito optando sovente per l’illecito, cosicché diveniva più comodo e tranquillizzante spostare a piacimento quella linea, il suo prestigio dopo tali vicende aumentò considerevolmente. Fu da quel momento che la sua autostima crebbe a dismisura e si convinse di essere intoccabile, deviando lentamente verso un pericoloso delirio di onnipotenza.

Rinaldo Martinelli non aveva tempo, né energie né tantomeno interesse per i legami affettivi duraturi. A parte le avventure di una notte, epilogo di molte serate solitarie o in compagnia di qualche altro squalo di medio cabotaggio al Nepentha, al Porta d’Oro o in qualche altro night club milanese, per lo più trovava comodo allacciare relazioni con la segretaria di turno, che quindi veniva sostituita con una relativa frequenza.

C’era tuttavia qualcosa di distorto e addirittura di patologico, in questi rapporti: passato un primo periodo di assiduo corteggiamento (qualche volta, con i soggetti più difficili, un vero assedio), durante il quale il Martinelli esibiva il suo aspetto più amabile, generoso ed ammaliante, affiorava ben presto un lato autoritario e prepotente ai limiti della crudeltà. Pareva allora che il suo interesse si riducesse alla piena disponibilità di un soggetto sul quale collaudare e perfezionare la sua capacità di imporsi. Paradossalmente, finiva sempre che la ragazza di turno piombava in una sindrome di Stoccolma da manuale, manifestando un’inspiegabile dipendenza affettiva nei confronti di quel predatore gratuitamente feroce, il quale allora la allontanava con fredda determinazione.

All’inizio del nuovo millennio, dati i suoi rapporti sempre più stretti con gli ambienti romani, decise di trasferire la sede della società immobiliare nella capitale, in modo da poter contare su un luogo comodo e defilato per gli incontri con i suoi contatti. Dopo aver individuato l’ufficio adeguato in un anonimo palazzone all’EUR, si mise a cercare una segretaria, che naturalmente avrebbe dovuto essere una persona sveglia, affidabile e discreta.

Accettò di incontrare per un colloquio una laureata in giurisprudenza che gli era stata vivamente raccomandata da un anziano Onorevole al quale doveva un favore.

“E’ la figlia di una mia cara amica, lei mi capisce. Ragazza intelligentissima ma sfortunata, ha un gran bisogno di lavorare e una morale sufficientemente elastica, lei mi capisce. Sono certo che le piacerà…”.

Gli ammiccamenti dell’Onorevole lo avevano infastidito, ma poiché era in debito avrebbe dovuto almeno convocarla.

La mattina in cui incontrò Linda il sole primaverile che entrava dalla finestra aperta dell’ufficio si rifletteva sul piano lucente e sgombro in spesso cristallo della scrivania. La ragazza sedeva rilassata sulla poltroncina di fronte, le lunghe gambe accavallate con noncuranza, e sciorinava diligentemente e con un accenno di noia le sue precedenti esperienze lavorative.

Fiato sprecato, perché il Martinelli ascoltava il suono di quella voce profonda e pastosa senza afferrare il senso di una sola parola.

Originaria di Ferentino, frazione Porciano, colle in terra di Ciociaria affacciato sull’incantevole vista del lago di Canterno e popolato da un pugno di vecchie case e da un prestigioso rudere medievale, più che sfortunata, come aveva detto l’Onorevole – lei mi capisce – Linda Valeri era una donna ambiziosa che fino a quel momento aveva giocato male le sue carte. Notevoli, peraltro: alta e slanciata,  seno generoso, una chioma ondulata e corvina che incorniciava un volto dagli zigomi alti, il naso breve e dritto, la bocca piena e le iridi grigie, chiarissime vicino alla pupilla e più scure verso l’esterno. Una donna dall’incedere deciso ed altero che quando camminava fendeva l’aria creando una piccola turbolenza che scombinava gli animi e le cose, e tutti si giravano a guardarla. E poi un sorriso pericoloso e la voce sporca, confidenziale, che poteva rendere convincente la più debole delle argomentazioni.

Possedeva anche una mente agile e perspicace, una memoria fotografica eccezionale, una cultura superficiale ma sufficientemente ampia ed una capacità di percezione immediata e precisa dell’ambiente circostante, che le consentiva di muoversi con competente disinvoltura nei contesti più differenti. Purtroppo aveva sempre avuto scarsa attitudine per la fatica e un debole per i bei ragazzi, e quelli in cui si era imbattuta da quando aveva quindici anni erano invariabilmente velleitari e squattrinati. Così, a ventinove anni e dopo una collezione di storie tanto passionali quanto effimere ed inconcludenti, era decisa a concentrare i suoi sforzi per sistemarsi sul serio.

Grazie alle premesse dell’Onorevole, Linda sapeva chi aveva di fronte, e mentre il Martinelli, cinquantenne sempre più sovrappeso dai tratti biliosi la osservava in silenzio, con le pupille leggermente dilatate, le mani che vagavano irrequiete sul limpido piano di cristallo ed una sola idea in testa, lei pensò che con un piccolo sforzo avrebbe potuto baciare il rospo che non si sarebbe mai trasformato in principe azzurro e tessere la tela per un futuro agiato e senza preoccupazioni. Non necessariamente insieme a lui per sempre.

I primi tempi, l’uomo la circondò di mille cavalleresche attenzioni, offrendole regali sempre più impegnativi. Conobbe sua madre, donna ancora piacente e sottilmente sorniona e comprese finalmente le allusioni dell’Onorevole – lei mi capisce –. Fece di tutto per conquistare le sue simpatie, ritenendo utile averla come alleata e pericoloso ritrovarsela come avversaria.

Linda lo tenne sulla corda quel tanto che ritenne opportuno, poi finalmente si concesse. Ma con calcolata, cinica parsimonia, fino a quando il Martinelli, che ormai era ossessionato dall’idea del possesso di quella donna, non la chiese in moglie.

Il matrimonio si celebrò a Roma con uno sfarzo principesco e dopo le nozze la coppia si stabilì a Milano, nel lussuoso attico con vista sul Castello Sforzesco.

Il Martinelli dovette comprendere presto che il matrimonio, la vita agiata e tutti i lussi che offriva a Linda non gli garantivano affatto il possesso della donna, che continuava ad apparirgli sfuggente ed enigmatica. Provò allora con l’antica pratica della prevaricazione, dell’aggressione verbale, e lei reagì con un’energia belluina che lo affascinò e lo annientò al tempo stesso: fu come guardare dentro un pozzo oscuro, ed essere atterriti e al tempo stesso inesorabilmente attratti da quella profondità.

Si rassegnò allora a guardarla vivergli accanto, regale e inaccessibile come una gatta, e nel corso dei cinque anni successivi accettò le sue assenze e si ritrovò a penare dietro la porta della sua camera da letto, che rimaneva sempre più spesso chiusa a chiave.

Poiché era amareggiato dalla crescente indifferenza di Linda e turbato dalla sconcertante scoperta della propria vulnerabilità, riversò la sua frustrazione sugli affari e finì col diventare imprudente. Fece diversi passi falsi e molte altre porte, oltre a quella della camera da letto di sua moglie, gli si richiusero sul grugno.

Ormai certo che lo tradisse, decise di scendere fino in fondo all’abisso nel quale si stava calando ed assunse un investigatore privato. Un mese dopo, il professionista gli fornì le prove fotografiche della relazione di Linda con un brillante avvocato quarantenne molto noto negli ambienti milanesi altolocati: il suo avvocato di fiducia, e l’unico oltre a lui a possedere, anche se sigillati e in cassaforte, i dati relativi al suo conto cifrato presso una banca di Lugano.

Il Martinelli uscì dallo squallido ufficio di investigazioni in viale Zara stringendo sotto il braccio una voluminosa busta gialla contenente la rivelazione di una realtà che superava le sue peggiori aspettative.

Erano le sette passate di una sera di fine novembre, era già buio e tra i platani ed i vecchi palazzi del viale milanese stava calando  una nebbia umida e sottile. Si sedette in auto e guardò per un attimo la luce fredda che illuminava le lunghe vetrate del supermercato Esselunga. Quel supermercato era lì dagli anni ’60, se lo ricordava da quando era bambino perché era stato uno dei primi. Immaginò la fretta di rincasare delle persone in coda alle casse, ed invidiò le loro vite semplici, forse tribolate e la loro capacità di accontentarsi.

Aprì la busta e sparpagliò le foto sul sedile del passeggero. Ne cercò una in particolare, che lo aveva colpito e che voleva osservare con calma, per farsi del male fino in fondo. Era stata scattata in un mattino di sole, rammentò che si trovava a Roma in quei giorni. Sua moglie e l’avvocato erano ritratti davanti all’ingresso dell’abitazione di lui, una bella dimora signorile in via dei Cavalieri del Santo Sepolcro, in Brera. Apparivano rilassati e paghi e si tenevano per mano, scambiandosi uno sguardo complice e  sorridente.

Il Martinelli posò la foto sul sedile sopra le altre ed avviò l’auto muovendosi lungo il viale, nella nebbia che si infittiva velocemente.

Arrivò prima una fitta lancinante alla testa, poi registrò un improvviso intorpidimento al braccio destro e alla mano, che gli impedì di azionare la leva del cambio. Perse il controllo dei suoi pensieri e del suo corpo e si accasciò sul volante, mentre il piede destro premeva sempre più forte sul pedale dell’acceleratore della Cayman, che schizzò come un razzo urtando due vetture e deviando verso sinistra, dove volò sul cordolo che proteggeva la sede delle rotaie del tram e si fermò contro un grosso platano.

L’urto fu tremendo, e un principio di incendio si propagò nella parte destra dell’abitacolo,  accartocciando in pochi istanti le foto sul sedile. Qualcuno si precipitò fuori da un negozio con un estintore e le fiamme furono subito spente.

Quando Linda giunse al Fatebenefratelli, il medico di guardia le spiegò che suo marito era stato colpito da un ictus e che la parte destra del corpo era paralizzata. Sarebbe guarito dalle leggere ustioni, ma il recupero sarebbe stato lento e di esito  incerto.

Trascorsero sei mesi prima che il Martinelli rientrasse nell’attico in Foro Bonaparte dopo il lungo soggiorno in una clinica svizzera. La riabilitazione aveva consentito il recupero parziale della gamba destra e camminava a fatica poggiandosi ad un bastone, mentre il braccio rimaneva inerte lungo il fianco. La mascella pendeva disassata, di modo che non riusciva più a chiudere del tutto la bocca e respirava con difficoltà emettendo un lieve sibilo aspirato. A tratti un  rivolo di saliva scendeva lungo il mento, e all’espressione accigliata e vigile si era sostituita una maschera distorta, congelata in una vacuità incattivita.

L’infermiera lo sistemò nella poltrona davanti alla grande porta finestra affacciata sulla terrazza piantumata dell’attico. Linda sedeva in quella accanto e sfogliava una rivista di arredamento. Sollevò appena lo sguardo limpido e luminoso e lo distolse immediatamente, con una piccola smorfia di disgusto che increspò impercettibilmente la superficie immota della bella faccia.

Pensò che la degenza nella clinica svizzera era costata un patrimonio, i risultati erano stati scarsi e le condizioni generali si erano nel frattempo aggravate. Doveva sopportare ancora un poco, non le conveniva chiedere il divorzio: dopotutto, ci teneva alla villa a Porto Cervo e anche quell’attico le piaceva molto. L’Avvocato Carlo Rossini era una compagnia gradevole e rassicurante, ma poiché dopo l’incidente del Martinelli, in un momento di particolare trasporto era stato così generoso da consegnarle la busta ceralaccata con i dati del conto cifrato del marito in quella banca svizzera, lei aveva già provveduto al trasferimento del denaro su un nuovo conto anonimo. Considerata l’entità della somma, non aveva bisogno di nessuno.

Il Martinelli osservava la fronte liscia della moglie e gli occhi grigi assorti in un orizzonte lontano e non condivisibile e si interrogava sul significato dell’accenno di sorriso che aleggiava su quel volto, che con il passare degli anni non perdeva la sua sensuale armonia.

Il concitato ronzio di una mosca interruppe l’immobilità di Linda, che si volse ad osservare l’insetto intrappolato tra il vetro e la tenda della portafinestra. Lo guardò dibattersi, alla ricerca di una via d’uscita, mentre il respiro raschiante di suo marito si faceva via via più affannoso.

I medici avevano ipotizzato l’insorgere di simili crisi, infatti accanto alla poltrona c’era la bombola dell’ossigeno con il respiratore pronto per l’uso. L’infermiera era uscita per andare in farmacia, ma avrebbe potuto applicarlo lei. Linda notò che il colorito del volto dell’uomo virava progressivamente dal grigiastro al cianotico, mentre la fissava con gli occhi opachi dilatati a dismisura, battendo debolmente il piede sinistro sul lucido parquet chiaro.

Si sporse cautamente dalla poltrona ed aprì un battente dell’ampia portafinestra, mentre con delicata sollecitudine scostava la tenda dell’altro, indicando alla mosca la via verso la libertà. Contemplò quietamente lo svolazzare felice dell’insetto, e la brezza tiepida di un pomeriggio di maggio riversò nella stanza il rumore attutito del traffico cittadino insieme al profumo delle clematidi tardive che si arrampicavano su un lato della terrazza.

Il Martinelli se ne andò portando con sé il ricordo sgomento di quel gesto compassionevole nei confronti di una mosca, e concludendo che l’amore è un gioco perdente.

Quando fu certa che il suo cuore malandato si fosse arrestato, Linda pose la maschera del respiratore sul volto del marito inondandolo di inutile ossigeno, e si preparò ad allestire la scena di un dignitoso, affranto cordoglio.

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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