Il dono inutile

Tempo stimato di lettura: 9 minuti

Rosa salutò i colleghi, si strinse il cappottino marrone sul ventre prominente cercando invano di abbottonarlo ed aprì la pesante porta in vetro e metallo del bar tavola calda in via Camperio. Fu subito investita dall’aria fredda e sporca del dicembre milanese. Socchiuse gli occhi ed incassò il collo nelle spalle, tirandosi la sciarpa sulla bocca.

Sospirò, girò su via Giulini e poi su via Dante e proseguì a passi lenti e affaticati verso piazza del Duomo, passando per Piazza Cordusio e per via Orefici. In Duomo si incamminò su via dell’Arcivescovado dirigendosi verso Piazza Fontana.

Piccolina e mora, Rosa aveva diciannove anni ed era all’ottavo mese di gravidanza. Originaria di un paesetto agricolo nel Lodigiano, si era trasferita a Milano appena aveva scoperto di essere incinta, per evitare i pettegolezzi ed il giudizio dei benpensanti. Il padre del bambino era infatti un compaesano ammogliato che aveva reagito alla notizia squadrandola con improvvisa freddezza:

“siamo proprio sicuri che sia mio?”

Lei non aveva pronunciato una parola, aveva girato sui tacchi e se ne era andata, lì su quella stradina di campagna. Dopo pochi passi però si era fermata, aveva raccattato da terra una grossa pietra e l’aveva scaraventata con forza sorprendente per la sua persona esile contro il parabrezza della Fiat 500 nuova di zecca. Poi, incurante degli insulti, ma con un’altra pietra in mano perché non si può mai sapere cosa potrebbe fare un uomo in certi momenti, si era allontanata senza voltarsi, con un sorriso triste e cattivo sul faccino dai tratti delicati già un poco sciupato per le fatiche della campagna e per l’opprimente coscienza dell’impossibilità di sfuggire ad una sorte già tracciata.

Aveva lasciato poche righe alla madre e ai due fratelli maggiori (il padre se ne era andato che lei era piccolissima) e portandosi appresso le sue poche cose era salita sul treno per Milano, biglietto di sola andata. Riteneva che i suoi non l’avrebbero cercata e andò esattamente così

Fu la zia Ida, sorella minore della madre, sposata con un fotografo milanese, che le trovò quel lavoro al bar tavola calda: in principio stava al banco del bar, ma quando la sua gravidanza era divenuta troppo evidente e condizionante in quello spazio ristretto era stata trasferita in cucina. Non guadagnava molto ma andava d’accordo con i tre colleghi e i proprietari del locale, marito e moglie, erano gentili e discreti: pur essendo a conoscenza della sua condizione di ragazza madre non le avevano mai fatto domande. Dopo un mese di prova l’avevano assunta regolarmente, le pagavano i contributi e quando capitava che avanzasse qualcosa di cucinato le preparavano una borsa e gliela mettevano in mano, senza sprecare parole inutili e imbarazzanti.

Tuttavia dopo aver provveduto all’affitto e alle spese del soffocante abbaino nel quale viveva, in una casa di ringhiera in Corso di Porta Vigentina, e alle sue contenute necessità, le rimaneva ben poco. Con quel bimbo in arrivo, doveva proprio decidersi a chiedere un prestito, perché la zia Ida era stata molto chiara:

“Ti ho aiutata a trovare un lavoro e una casa, ma non aspettarti soldi perché non me ne avanzano”.

Così quel giorno, finito il turno di lavoro poco dopo le quattro del pomeriggio, aveva deciso che sarebbe andata alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, dove la zia le aveva fatto aprire un conto sul quale i soldi transitavano sempre troppo velocemente, e avrebbe chiesto un prestito. Un collega le aveva detto che con la garanzia di un lavoro, dimostrabile con l’esibizione della busta paga, non era difficile ottenerlo. Il venerdì pomeriggio, giorno di operazioni per molti agricoltori della provincia, l’orario di apertura si prolungava, dunque sarebbe arrivata in tempo.

Era quasi in fondo a Via dell’Arcivescovado, ma all’improvviso si sentì mancare ed un liquido caldo cominciò a scendere lungo le gambe. In quel momento un boato squarciò l’aria e la terra tremò sotto i piedi, e subito dopo si udì un fragore spaventoso di vetri infranti e di mura sbriciolate. Poi le urla, alcuni passanti attoniti ed altri che correvano verso Piazza Fontana, ma Rosa era a terra, svenuta.

Mancava poco alle cinque, ed era il 12 dicembre del 1969: per la città intera quell’anno sarebbe stato un Natale di lutto.

Nel trambusto qualcuno si accorse della giovane incinta che giaceva a terra e un’ambulanza la condusse alla Clinica Mangiagalli, dove poco prima di mezzanotte nacque il bambino che avrebbe portato il cognome della madre.

Rosa concentrò tutti i suoi sforzi per fare in modo che Norberto avesse quello che a lei era mancato: la possibilità di scegliere, per quanto illusoria potesse essere. Norberto, che fisicamente era il ritratto della madre, come se il patrimonio genetico paterno non avesse lasciato traccia alcuna,  era intelligente e giudizioso e fin dai tempi del liceo incominciò a guadagnare qualche soldo dando ripetizioni.

Negli anni ’80, quando le case di ringhiera di quel tratto di Corso di Porta Vigentina furono demolite, Rosa riuscì a farsi assegnare dal Comune un alloggio nelle case popolari alla Comasina, rione periferico nella zona Nord di Milano, tra Affori, Bruzzano e Novate Milanese, il cui nome era balzato agli onori della cronaca (nera) per le imprese del bel René. Sequenza di casermoni monolitici, stretti gli uni agli altri in grigi cortili dove alberelli striminziti faticavano a campare, tuttavia gli appartamenti erano ben strutturati ed avevano un balcone.

Rosa non lavorava più alla tavola calda in via Camperio, era commessa al reparto casalinghi dei Grandi Magazzini Coin in Piazzale Loreto, per cui tutti i giorni doveva prendere autobus e metropolitana e ci voleva quasi un’ora, ma lo stipendio era buono ed era contenta.

Norberto frequentava il primo anno di Ragioneria allo Schiapparelli in via Settembrini, la prima volta che gli accadde la cosa.

Un sabato di maggio, uscito da scuola andò a pranzo a casa di un compagno che abitava in via Battaglia. Studiarono per un po’, poi decisero di uscire e di fare un giro in Corso Buenos Aires. In Piazzale Loreto incontrarono un gruppetto di ragazzi dell’ultimo anno che Norberto conosceva di vista ma che non frequentava: erano tutti ripetenti e per di più chiassosi e maleducati. Erano diretti al Cinema Eros, in viale Monza, e li canzonarono perché erano troppo piccoli per entrare in una sala a luci rosse.

Repentinamente Norberto percepì un fastidioso formicolio alla base della nuca e si sentì assalire da una sensazione di angosciosa inquietudine che non comprese ma che lo fece sentire a disagio.

Apprese soltanto il lunedì che nel corso del secondo tempo della proiezione pomeridiana al Cinema Eros era divampato un incendio doloso (che fu poi attribuito ai due neonazisti noti con il nome di “Ludwig”, ferocemente attivi in Nord Italia e Germania tra il 1977 e il 1984). I quattro ragazzi dell’ultimo anno erano finiti all’ospedale, reparto ustionati.

Ripensò a quella strana, invadente sensazione che lo aveva disorientato, e non poté fare a meno di pensare ad una sorta di presagio. Lo raccontò alla madre, la quale era da tempo persuasa che se quel figlio dapprima subito e poi tanto amato non avesse deciso di nascere con un mese di anticipo, impedendole di raggiungere la sua meta, lei sarebbe stata una delle tante vittime della strage di Piazza Fontana, e lui non avrebbe mai visto la luce. Ed ora la scoperta di quel dono, perché tale doveva essere considerato, era la dimostrazione che il destino doveva avere in serbo grandi cose per lui: per cui gli suggerì di concentrarsi negli studi e di attendere pazientemente che la sua magnifica sorte si disvelasse.

Negli anni successivi la cosa, come la chiamava tra sé Norberto, si palesò spesso con intensità differente a seconda delle circostanze: se il presagio si riferiva ad un semplice contrattempo era una sensazione leggera, se si trattava di un fatto grave ma che non lo riguardava le sensazioni erano più accentuate, e nei casi in cui avrebbe potuto essere coinvolto direttamente in un evento tragico l’effetto era talmente acuto da essere doloroso. Sulla base di queste osservazioni aveva stabilito una personale scala di classificazione della premonizione e del rischio annunciato,  da livello 1 a livello 3.

La prima volta in cui si era imbattuto in un livello 3 si trovava a Cavalese per la settimana bianca. Era salito al Cermis nella mattinata e verso le tre del pomeriggio si era recato alla stazione dell’impianto per ridiscendere. Quando era stato il momento di salire sulla funivia, si era bloccato in mezzo alla gente in coda, ansante e con una pulsazione a martello alla nuca. Aveva mollato gli sci e si era accovacciato a terra, la testa fra le mani. Qualcuno lo aveva aiutato a rialzarsi e si era seduto boccheggiante su una panchina, fino a quando la cosa non si era ritirata, come una lenta marea vischiosa.

Era il 3 febbraio del 1998, e la funivia non arrivò mai a Cavalese, perché un aereo americano in esercitazione dal campo di Avio, volando troppo basso e troppo veloce, ne tranciò i cavi. Come è noto, sopravvisse solo l’operatore.

Nell’attesa di quella magnifica sorte che secondo Rosa gli era stata riservata, Norberto conduceva una vita solitaria e banale, al limite della mediocrità. La laurea in economia e commercio non lo aveva condotto oltre un modesto impiego in un grande studio di commercialisti, e il suo carattere schivo non lo aiutava certo a socializzare. A trent’anni viveva ancora con la madre, e l’unico lusso che si permetteva era qualche viaggio, di tanto in tanto.

Come quel viaggio a New York, nel settembre del 2001.

Si trovava nella metropoli da qualche giorno, e la mattina dell’11 aveva programmato una visita al World Trade Center. Non ci arrivò mai, perché a qualche isolato di distanza la cosa lo inchiodò al marciapiede e dovette appoggiarsi al muro di un palazzo, dove si lasciò scivolare lentamente a terra, gli occhi chiusi, le orecchie che ronzavano e un punteruolo arroventato che gli frugava la nuca.

Livello 3.

Vomitò sulle sue scarpe, poi udì il rumore dello schianto. Mentre le Twin Towers si sbriciolavano, una nube densa e acre di fumo e di polvere si stese sui dintorni, e una foschia malevola avvolse ogni cosa.

La vita di Norberto era condizionata dalla cosa, e faceva sempre più fatica a considerarla un dono. Non allacciava relazioni durevoli perché non avrebbe sopportato di presagirne la fine. Aveva paura di quel dolore e di quell’angoscia che gli schiacciava il cuore bloccandogli il respiro.

A poco a poco rinunciò anche ai viaggi. A 46 anni, nulla nella sua vita era cambiato. Decise allora di trascorrere una settimana a Parigi, cedendo alla suggestione che la “ville lumière” continua ad esercitare nell’immaginario di molte persone. Era novembre, ma non faceva così freddo, e la città era come se la era immaginata: una grande capitale europea con un fascino peculiare, e con le donne più belle del mondo.

Come Yvette, che faceva la cameriera nell’Hotel dove alloggiava nell’XI arrondissement. Sulla quarantina, bruna e sorridente, sottile e flessuosa, il volto appena segnato da qualche ruga sottile vicino agli occhi scuri e luminosi. Avevano avuto modo di chiacchierare e aveva scoperto che viveva da sola dopo il divorzio e che amava la musica rock, che per le sue orecchie era poco più che rumore. Ma lei era talmente bella e vivace, e allora si procurò i biglietti per il concerto degli “Eagles of Death Metal”, che si sarebbero esibiti al Bataclan venerdì sera, 13 novembre 2015, e con quelli in mano trovò il coraggio di invitarla.

Raggiunsero Boulevard Voltaire correndo perché erano già le nove passate e Yvette se lo tirava dietro tenendolo per mano, ed erano eccitati e spensierati come due ragazzi. Come i tanti ragazzi che erano già nella sala o che fumavano l’ultima sigaretta in strada prima di entrare.

Norberto dapprima pensò che gli mancasse il fiato per via della corsa, ma poi percepì il noto formicolio alla base della nuca, sempre più forte, poi una violenta sofferenza gli piegò le gambe e gli sconquassò lo stomaco.

Livello 3.

Aveva perso di vista la donna, che aveva lasciato la sua mano e doveva avere raggiunto l’ingresso, sospinta dalla ressa. Quando sentì i primi spari, si era già trascinato in una via laterale e stava seduto a terra con il capo tra le ginocchia, sconvolto dalla certezza che non avrebbe mai più rivisto Yvette.

Tornò a Milano prostrato da questa esperienza, e si persuase che avrebbe atteso invano l’accadimento che lo avrebbe strappato da quella scialba sequenza di giorni, tutti ugualmente vuoti e solitari. Perciò, quando verificò che il biglietto della Lotteria di Capodanno, acquistato come tutti gli anni senza alcuna reale speranza in una vincita, aveva il numero di serie corrispondente al primo premio, in un primo momento credette di essersi sbagliato. Quando constatò  che non era così, fu inebriato da una vertigine eccitata: in fondo, sua madre non si era sbagliata.

Poiché era un uomo prudente, attese che dalla Banca dove aveva aperto un nuovo conto corrente lo avvisassero che la vincita era stata accreditata (cinque milioni di euro, non riusciva nemmeno a pensarci). Allora andò direttamente dal Dr. Brusadelli, titolare dello studio dove lavorava, e consegnò la lettera di dimissioni, godendosi la sua espressione meravigliata.

“Motivi personali. Decorrenza immediata, dottor Brusadelli, mi spiace ma devo proprio andare”.

Era una bella giornata di inizio aprile e puntò verso Brera, fantasticando sull’appartamento che avrebbe comprato: uno molto grande, da poter dividere in due abitazioni separate ed indipendenti, oppure anche due sul medesimo piano. Avrebbe fatto una sorpresa a sua madre, alla quale ancora non aveva detto nulla. Passeggiò a lungo per le vie del centro con la mente sgombra ed un incredibile senso di leggerezza. Vagando aveva quasi tirato sera e non aveva voglia di tornare a casa, così telefonò e disse a Rosa che avrebbe cenato fuori con un collega.

Entrò in un negozio in via Della Spiga e pagò senza battere ciglio una cifra spropositata per un completo grigio perla, un soprabito ed una camicia bianca, e si fece incartare i suoi vecchi abiti, che pigiò in un cestino della spazzatura poco distante. Decise che anche le scarpe andavano cambiate e lo fece senza indugio. Soddisfatto del suo aspetto, attraversò Piazza della Scala e poi si diresse con passo deciso in Piazza Belgioioso. Non aveva prenotato ma era un mercoledì e al Boeucc, antico ristorante tradizionale milanese molto ben frequentato, il cameriere che lo accolse lo fece accomodare subito, e ad un tavolo apparecchiato con una tovaglia in candido lino e con  eleganti posate d’argento gustò un robusto e prelibato risotto con gli ossibuchi.

Uscì nella notte serena e frizzante, sempre sospinto da quella lieve ebbrezza euforica, ora accentuata dalla bottiglia di Nebbiolo d’Alba che si era scolato a tavola, che va bene che era milionario, ma con quello che costava mica poteva lasciarla lì. Si trovò a passare per via Turati, e quando passò davanti all’ingresso del William’s pensò che in tutta la sua vita non aveva mai messo piede in un night club. Osservò per un istante i cartelloni che mostravano la fila di ballerine con le gambe lunghissime e quei pennacchi in testa che le facevano sembrare ancora più alte ed era tutto molto Moulin Rouge, e gli tornarono in mente Parigi e Yvette, dunque entrò.

Era ancora presto ed era una serata morta. Notò un gruppo di cinesi compassati e un altro gruppo di tedeschi decisamente più disinvolti.

Si guardava attorno curioso ma non si sentiva del tutto a suo agio, così bevve molto. Quando la bionda prosperosa e poco vestita gli si sedette accanto gli girava un po’ la testa e non prestò molta attenzione alla conversazione, anche perché era distratto dal calore morbido della gamba velata di nero, poggiata con insistente noncuranza alla sua.

Quando decise di uscire la donna lo seguì, prendendolo a braccetto: sotto la luce bianca del lampione si accorse che era molto meno giovane di quello che sembrava, ma non gliene importava nulla. Fu lei a fermare un taxi che passava, e all’autista diede un indirizzo di Baggio. Scesero dall’auto in via Quinto Romano e la notte parve ad un tratto più buia.

La donna continuava a parlare ma Norberto non la ascoltava: era affascinato dalla singolare bruttezza di quella fila di palazzi in mattoni che parevano palafitte, perché si ergevano su colonne di nudo cemento e sotto quei portici si affacciavano le porte delle scale. Il cancelletto in ferro dello stretto cortile era spalancato ed i loro passi risuonavano ritmici sul selciato.

Videro il gruppetto di ragazzi appena girarono l’angolo: la donna tacque di colpo ed il suo passo divenne esitante. Norberto si accorse che portavano tutti felpe scure con il cappuccio tirato sulla testa e quando mossero nella loro direzione, muti e famelici come squali in cerca di prede, percepì il consueto formicolio alla nuca.

I ragazzi avanzavano e nessuno guardava la donna: erano concentrati su di lui, con il suo bel vestito e le scarpe nuove. Nella testa di Norberto vi fu una specie di deflagrazione e il ronzio nelle orecchie era talmente forte che incominciò ad urlare.

Livello 3.

Furono probabilmente le sue urla a scatenare la violenza del branco,  e scorgendo le lame dei coltelli scintillare in quell’oscurità ostile, Norberto pensò con amarezza che dunque il suo destino era sempre stato quello e si sarebbe compiuto in quella notte di primavera, senza che lui potesse fare nulla per cambiarlo. Non oppose alcuna resistenza e si arrese respirando l’afrore aspro di quelle giovani belve rabbiose ed insensate, confortato dal pensiero che la sua attesa era finita.

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

Latest posts by Sonia Fantozzi (see all)

Precedente The Game of Brexit Successivo Pian Piano all'idrogeno (un ritorno infiammabile)

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.