Il sogno della signora Elsa

“A proposito del sonno, avventura sinistra di tutte le sere, si può dire che gli uomini si addormentano quotidianamente con un’audacia che sarebbe inintelligibile se non sapessimo che è il risultato dell’ignoranza del pericolo”. (Charles Baudelaire, Diari intimi: Razzi, IX)

Elsa Perego smontò dal turno di notte alle sei di quella che si preannunciava come una radiosa giornata di giugno, almeno a giudicare dalle pennellate di rosa e d’oro che coloravano un cielo che da blu scurissimo stava velocemente virando verso il cobalto, così insolito a Milano e perciò sorprendente. Uscì dall’Ospedale di Niguarda e respirò avidamente l’aria ancora fresca, osservando il sole che faceva brillare i vetri delle finestre dei condomini di Viale Cà Granda.  Si diresse stancamente verso la fermata del 5 sul piazzale dell’ospedale. Abitava a poche fermate di tram, in viale Suzzani, e non vedeva l’ora di arrivare a casa e buttarsi sul letto: la notte nel reparto chirurgia donne era stata movimentata da diverse emergenze, costringendo lei e l’altra infermiera a correre avanti e indietro per buona parte della nottata ed ora era stremata. Come d’abitudine, prima di salire in casa si fermò in edicola e comprò il Corriere della Sera.

Si risvegliò nel primo pomeriggio con lo stomaco che borbottava e un discreto mal di testa; si stava preparando una tazza di caffè quando suonò il campanello. Era il suo vicino di casa, il ragionier Galimberti, vedovo settantenne di aspetto decisamente stagionato e tuttavia di spirito ostinatamente velleitario, che la avvisava  della prossima riunione condominiale convocata per il successivo lunedì sera, offrendosi “eventualmente” di accompagnarla. La signora Elsa declinò con gentile fermezza, con la scusa che lunedì avrebbe avuto di nuovo il turno di notte in ospedale, e lo congedò senza dargli il tempo di uscirsene con qualche altra proposta strampalata.

“Vecchio scemo, ha vent’anni più di me e solo perché mio marito lavora in giro per il mondo pensa di potersi permettere di fare il galante. Se lo sapesse Franco…già, se finissero di costruire quella maledetta diga in Nigeria e lui potesse finalmente tornare a casa, sarebbe tutto più semplice”.

La signora Elsa si guardò con occhio critico allo specchio a figura intera posto nell’ingresso, a lato dell’attaccapanni: era ancora una bella donna, pelle liscia e sguardo brillante, appena un poco appesantita dal trascorrere del tempo – ma neanche tanto – e nessuno credeva che avesse già cinquantasei anni. Eppure, aveva la sottile ma limpida intuizione di qualcosa nel suo animo che appassiva giorno per giorno.  Di certo, benché avvezza da sempre alle lunghe trasferte del marito, un Ingegnere edile che lavorava per una grossa azienda che costruiva dighe e gallerie in tutto il mondo, negli ultimi tempi aveva incominciato a patire la solitudine.

Come spesso faceva nei momenti di scoramento, si sedette alla scrivania, infilò un foglio di carta bianca nel carrello della Lettera 32 , regalo natalizio di suo marito, e si dispose a scrivergli.

“Caro Franco, ho appena letto sul Corriere di oggi che nella banlieue di Parigi continuano gli scontri tra studenti e polizia. L’onda di quello che ormai i giornalisti definiscono “il maggio francese” del resto si è propagata fin qui da noi, a Roma e anche a Milano. Questi ragazzi sono arrabbiati e sorridenti – lo so che potrà sembrarti contraddittorio, ma lo è solo in apparenza – e gridano motti che trovo tanto impraticabili quanto pieni di poesia:

“siamo realisti, pretendiamo l’impossibile!”

“la fantasia al potere!”

“diamo l’assalto al cielo!”

Ed io mi chiedo, caro Franco: e se avessero ragione loro? Se fossimo noi a camminare nella direzione sbagliata?

Non ho novità da riferirti, a parte una stranezza della quale voglio raccontarti: da qualche tempo mi capita di fare un sogno ricorrente nel quale mi trovo in una grande casa – sempre la stessa – che so essere “casa nostra” e in qualche modo nel sogno ci sei anche tu, benché la tua presenza fisica non si palesi ai miei occhi. Di questa dimora non vedo mai l’esterno e perciò me ne sfugge del tutto l’ubicazione. Mi aggiro in una stanza ampia e luminosa con i soffitti altissimi, arredata con divani e poltrone in cuoio scuro, con alte librerie ingombre di volumi colorati, perlopiù classici della letteratura con rilegature di pregio. Una parete di questa sala è completamente a vetri e comunica con un giardino d’inverno pieno di piante di limoni, che a sua volta si affaccia su un parco  che intravedo appena, o forse immagino. C’è poi una grande camera da letto con una porta finestra che si apre su una terrazza, dalla quale probabilmente si vede il mare. Dico probabilmente perché io non riesco a scorgerlo, ma qualcosa mi suggerisce che potrebbe esserci.

Sono certa di non essere mai stata in questa casa né in altre simili, e mi chiedo perché nel sogno non ne veda mai la parte esterna. L’ulteriore stranezza è che se l’ambiente è sempre il medesimo non lo è il momento, perché c’è una sorta di evoluzione temporale: la prima volta ho intravisto le piante di limoni che erano in piena fioritura, l’ultima ne ho potuto notare  i frutti gialli e numerosi. Strano, vero? Come è strano che al risveglio io abbia la sensazione che la stanza da letto sia impregnata di un intenso profumo di limoni…”

La signora Elsa, che aveva una mente analitica e rigorosamente logica, si irritava per un’evidente imprecisione di quel sogno: era palesemente estate e allora perché mai le piante di limoni erano all’interno della limonaia e non nel giardino?

“Credo, caro Franco, di sopportare ormai a fatica il silenzio di questa casa, svuotata del suono delle tue parole: mi mancano i nostri discorsi, la musica e le letture condivise, i piccoli gesti quotidiani dettati dalle regole non scritte ma tacitamente accettate da due persone che scelgono di condividere molto più di uno spazio comune. Quindi, nell’attesa di un tuo ritorno che mi auguro imminente, credo che accetterò l’invito di mio fratello a trascorrere le ultime due settimane di luglio a Viareggio, nella casa di sua moglie. Sai bene che sopporto a fatica mia cognata, quella fiorentina spocchiosa, superficiale ed arrogante che mio fratello non avrebbe mai sposato se non avesse portato in dote i soldi ed i servigi del padre, politico di mezza tacca legato al carro dei dorotei di Rumor e di Segni. Ma mi sto convincendo che cambiare aria per qualche tempo mi farà bene. Ti abbraccio con affetto”.

La vita della signora Elsa continuava a scorrere monotona tra il lavoro in ospedale e la quiete malinconica dell’appartamento in viale Suzzani, con la sola variante delle domeniche trascorse quasi sempre in compagnia di un paio di amiche di vecchia data, alla ricerca di frescura nei giardini del Parco Sempione o all’Idroscalo.

Le era di nuovo capitato di fare il sogno della casa; nel più recente la porta a vetri che comunicava con la limonaia era spalancata e l’effluvio di limone ancora più vigoroso. Ricordò che aveva commentato rivolgendosi al marito, del quale come sempre aveva avvertito la presenza pur senza vederlo:

“bene, così posso finalmente portare fuori le piante, che è ora, prima però raccoglierò i limoni”,

ma si era destata proprio mentre si stava incamminando verso quella porta. Si era messa a sedere sul letto ed aveva avvertito distintamente l’acuta fragranza di limone – uno strascico del sogno, certo -, si era alzata subito ed era andata ad alzare le tapparelle della finestra della camera, e allora aveva notato il libro sul suo comodino.

Era un grosso volume rilegato in brossura, con la copertina rigida rosso scuro, titolo ed autore incisi in vistosi caratteri dorati:

”Tutti i racconti di Edgar Allan Poe”.

Una splendida, vecchia edizione illustrata dal Doré, che aveva già notato sul tavolino basso posto tra i divani nella sala della casa del sogno. Era sempre stato lì, fin dalla prima volta.

La signora Elsa aveva avuto la sensazione di essere risucchiata in un vortice oscuro, ed aveva avuto paura.

Non c’era una spiegazione logica, e la sua mente rifiutava qualsiasi altra congettura. Non ebbe il coraggio di scrivere nulla di tutto ciò a Franco, né tanto meno di parlarne con il fratello o con le due amiche con le quali era solita trascorrere molte domeniche.

La signora Elsa aveva guardato a lungo il libro sul comodino, come se si aspettasse un qualsiasi segnale da quell’innocuo oggetto che ora le pareva tanto sinistro, poi lo aveva sfiorato con cautela ed infine lo aveva sfogliato. Era un normalissimo volume – per quanto prezioso – dalle pagine appena un poco ingiallite e sciupate, come se qualcuno lo avesse ripetutamente maneggiato: nulla di strano, dunque, tranne il fatto che si trovasse sul suo comodino.

Il mese di giugno stava ormai volgendo al termine e a Milano l’estate aveva abbandonato la gentilezza iniziale, con i colori vividi e le fragranze floreali e si stava facendo prepotente e torrida, con cieli caliginosi offuscati dall’afa e afrori pesanti che ammorbavano le strade cittadine, per non parlare dei mezzi pubblici.

La signora Elsa si era sforzata di non arrendersi all’esigenza di dormire per un paio di notti – troppo grande era il timore di oltrepassare il confine che separa la consapevolezza della veglia dalla vulnerabile incoscienza del sonno – ma infine era crollata senza nemmeno coricarsi, sulla poltrona vicino alla finestra del salotto.

E si era ritrovata di nuovo nella grande sala di quella casa, seduta su uno dei divani con il libro di Poe tra le mani aperto sulla pagina iniziale del racconto “L’appuntamento”.

Posò il libro e si spostò nella camera da letto, aprì la porta finestra ed uscì sulla terrazza. Udì il gioioso, stridulo garrire delle rondini e le osservò volare alte nel cielo sereno. Scrutando l’orizzonte, fu quasi certa di scorgere il mare. Tornò sui suoi passi e si accorse della presenza di Franco, che sfogliava la raccolta di racconti di Poe accomodato sul divano, leggermente di traverso e con le gambe compostamente accavallate, come era solito fare.

“Oh, sei qui, finalmente”

Suo marito abbassò sulla punta del naso gli occhiali da lettura e la guardò sorridendo:

“E’ da un pezzo che sono qui, cara”.

La signora Elsa provò allora un enorme sollievo, l’animo confortato dalla certezza che non sarebbe mai più stata da sola.

“Andrò a raccogliere i limoni, così mi potrai aiutare a spostare le piante nel giardino. Poi torneremo a sederci qui, abbiamo molte cose da raccontarci”.

Avvertì sulla schiena il rassicurante tepore del sorriso del marito mentre varcava la soglia della porta di comunicazione con la limonaia. Comprese in quell’istante con assoluta chiarezza che stava andando verso un punto di non ritorno.

Ne fu all’improvviso atterrita, si impose di svegliarsi, lottò per riemergere dall’oblio del sonno. Quando riaprì gli occhi, si trovava ancora all’interno della limonaia, immersa nella calda luce di un tardo pomeriggio estivo, le narici piene del profumo di terriccio umido e di limoni maturi.  Nella sala adiacente, suo marito si era nuovamente immerso nella lettura dei racconti di Poe. Pensò che presto si sarebbe seduta accanto a lui e avrebbero potuto parlare pacatamente, come un tempo, sfiorandosi di tanto in tanto una mano in un piccolo gesto d’affetto e di vicinanza, e sorrise tra sé mentre incominciava a staccare i fragranti agrumi gialli dalle piante.

La caposala del reparto chirurgia donne dell’ospedale Niguarda era seriamente preoccupata: la signora Elsa Perego, della quale  conosceva bene la serietà e la puntualità, mancava da due giorni dal lavoro e non rispondeva nemmeno al telefono. Dopo molti dubbi e ripensamenti, verso mezzogiorno chiamò il fratello della donna, che risultava essere il familiare da contattare in caso di emergenza.

Cesare Perego saltò in auto e partì immediatamente. Fece la strada da Firenze a Milano oppresso da un oscuro presentimento e si rimproverò di avere trascurato la sorella, che gli aveva praticamente fatto da madre dopo la morte prematura dei genitori, da quando si era trasferito a Firenze.  Arrivò in viale Suzzani verso sera, nel momento in cui l’asfalto cittadino restituisce il calore accumulato durante il giorno in folate bollenti e maleodoranti. Provò a suonare il campanello, senza peraltro attendersi nessuna risposta che infatti non ebbe, quindi entrò con le sue chiavi.

La casa era buia perché le tapparelle erano abbassate, dai vetri aperti giungevano i rumori del traffico cittadino di una sera d’estate.

Accese la luce e in quell’istante, mentre una parte del suo cervello registrava un pungente aroma di agrumi, vide la sorella seduta sulla poltrona vicino alla finestra.

“Elsa, ma perché non…”

Ma si rese subito conto che Elsa non poteva sentirlo: gli occhi aperti guardavano un altrove lontanissimo ed impenetrabile, il volto era disteso ed immoto, le mani trattenevano in grembo con un gesto inspiegabilmente, assurdamente tenero, una quantità di limoni fragranti e freschissimi, come se fossero stati colti da poco.

Gli fu subito chiaro che l’aveva perduta per sempre.

Sul piccolo scrittoio vicino alla poltrona, a lato della macchina da scrivere giaceva un’ordinata pila di fogli dattiloscritti: erano lettere che la signora Elsa aveva scritto al marito Franco, morto un anno prima in un tragico incidente durante la costruzione di una diga in Nigeria. Una maledetta diga.

“Possano gli dei misericordiosi, se esistono davvero, proteggerci in quelle ore in cui vengono meno sia la forza di volontà, sia le droghe inventate dagli uomini per salvarci dall’abisso del sonno. La morte è pietosa, perché da essa non c’è ritorno, mentre per colui che è uscito dalle più profonde camere della notte, consapevole e stravolto, non c’è più pace”. (H.P. Lovecraft, “Hypnos”)

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Pubblicato da Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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