India tra sottosviluppo ed inquinamento

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Nello scorso millennio le ansie ambientaliste fotografavano Los Angeles. La città sterminata, costruita sull’automobile, era il primo bersaglio della coscienza ecologica. Il suo paesaggio meraviglioso era deturpato dalla cappa d’aria nera che la sovrastava. Atterrando nei suoi numerosi aeroporti si scorgeva il contrasto netto tra la purezza del deserto e la patina scura che incombeva sulle palme e sulle scogliere del Pacifico. Un famoso studio del 2004 ha rilevato che i bambini cresciuti nelle zone più inquinate di Los Angeles hanno forti possibilità di una riduzione cronica delle capacità polmonari, con tute le malattie associabili a questa diagnosi. Eppure oggi la qualità dell’aria nella metropoli californiana è incomparabilmente migliore di quella di New Delhi. Nel secolo in corso l’indice si è scagliato contro Pechino. Sono immagini ricorrenti le file interminabili di auto, le ciminiere in citta, il riscaldamento a carbone, le tempeste di sabbia dal deserto. Alcune visioni sono apocalittiche; gli stranieri lasciano la città, è in corso una guerra di nervi e di numeri tra l’ambasciata Usa e il Ministero dell’Ambiente cinese sulla veridicità delle affermazioni. Il particolato nell’aria – la miscela di sostanze inquinanti sospese nell’atmosfera – ha effettivamente superato i livelli comunemente accettabili.

Eppure la qualità dell’aria a Pechino è molto migliore rispetto a New Delhi, dove la particella più pericolosa per i polmoni, la PM 2.5, è più di 2 volte superiore alla capitale cinese. Lo rileva uno studio recente dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Il documento è ancora più impietoso nei confronti dell’intero paese: più della metà delle città più inquinate al mondo (13 su 25) si trovano in India. Lanzhou è l’unica città cinese tra le prime 50, Pechino si trova nella 79^ posizione. Questi numeri ammettono poche divagazioni intellettuali. Rilevano che il fronte degli attacchi dovrebbe cambiare perché aveva colpito bersagli sbagliati e probabilmente frutto di propaganda. Il problema per Los Angeles e Pechino era ed è indubbiamente serio, ma è tragico per l’India. La negligenza diventa ancora più seria se l’analisi si espande alle cause dell’inquinamento atmosferico. Esso non va infatti addebitato allo sviluppo industriale quanto al sottosviluppo sociale.

È facile incolpare le fabbriche, ma ugualmente responsabili sono la mancanza di un sistema fognario, di una raccolta ragionata dei rifiuti, di strutture sanitarie adeguate. La metà dei cittadini indiani, dunque 600 milioni di persone, espleta i suoi bisogni fisiologici all’aperto. La densità abitativa nelle grandi città si accompagna alla presenza di animali e scarse condizioni igieniche, lo smaltimento dei rifiuti avviene con gli incendi. La mancanza di acqua potabile, unità al clima caldo, acuisce il problema, minando alla base le minime richieste di qualità della vita. Colpisce la relativa indifferenza a questo problema drammatico. Forse l’India ha smesso di evocare suggestioni e incita alla rassegnazione; forse non è un nemico accertato e dunque bersagliarla non è redditizio. Rimane la conclusione amara che il sottosviluppo non solo è tragico, ma anche inquinante.

Limmagine in testata è © Shutterstock
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Alberto Forchielli

Presidente dell’Osservatorio Asia, AD di Mandarin Capital Management S.A., membro dell’Advisory Committee del China Europe International Business School in Shangai, corrispondente per il Sole24Ore – Radiocor

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