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James M. Cain, la nascita del noir e la diabolica ragazza dei cocktail

Nel 1942, in un’Italia martoriata dalla guerra e dal fascismo, esce un film diretto da Luchino Visconti con due conturbanti attori, Clara Calamai e Massimo Girotti, protagonisti di un torbido e sensuale intrigo con una locandiera che si innamora di un vagabondo; ambientato nella bassa padana, alla foce del Po, si trattò della prima trasposizione cinematografica di quello che divenne poi un grande classico, in seguito più volte messo in scena sulla pellicola: “Il Postino suona sempre due volte” di James M. Cain (1892-1977).

Nato nel Maryland da genitori cattolici di origini irlandesi, Cain è oggi da considerarsi fra i fondatori del genere noir (con Dashiel Hammet e Raymond Chandler): sempre attento al contesto sociale e al linguaggio “della strada” dei suoi personaggi, non stupisce che i suoi lavori abbiano trovato grande affermazione nel cinema.

Ed infatti, ne abbiamo già parlato presentando il lavoro di Alessandro Robecchi, definire il “noir” non è facile, dobbiamo mettere insieme il contesto metropolitano, le storie di crimini, ma anche una forte connotazione sociale, a capire il “perché” certi crimini avvengono, oltre al “come” e al “chi” tipico dei giallo.

Lo strano legame fra Cain e Visconti è stato opportunamente indagato dalla critica, che prima lo ha sminuito per poi rinvigorirne il significato nel lungometraggio del regista milanese, e ci consente ora di inquadrare l’autore americano, che fu per molto tempo sottovalutato, come riporta Lino Miccichè informandoci che Alfred Kazin, critico letterario americano, lo definiva “a metà strada fra la letteratura thrilling e i trattati popolari sul lesbismo”(*). Il Time rubricò i suoi libri come “carnali e criminali” rincarando poi la dose e definendo Cain “un vecchio provocatore…che ha coltivato per anni storie al limite del trash. Perfino le sue opere migliori …emanavano un fetore della strada ed è senz’altro per questo che sono diventati tutti dei film”(**).

E allora, che Visconti (ma anche De Santis e Moravia, che lavorarono alla sceneggiatura) siano stati attirati da questo (molto) ipotetico parvenu della letteratura ci dice molto su quanto invece guardavano avanti le sue storie, fra l’altro enormemente attente all’universo femminile (come vedremo), alla debolezza sociale, al bisogno, alle difficoltà economiche che portano i suoi protagonisti a delinquere.

Detto di chi sia e cosa rappresenti James M. Cain, oggi parliamo di un suo romanzo postumo, edito nel 2012, che a nostro parere coglie perfettamente quello che questo autore ha da dirci, che non è poco: si tratta de La ragazza dei cocktail (Isbn Edizioni, 2012, pag 242, Euro 19.90).

E’ una classica storia di questo autore, potremmo dire il suo testamento: scritta nel 1975, due anni prima della sua morte, la sua stessa pubblicazione è un giallo, ben ricostruito dalla interessantissima post-fazione dell’editore americano Charles Ardai: ve n’erano più copie in circolazione e l’editing fu molto impegnativo, per raccogliere tutti gli indizi che un Cain malato e stanco, ma comunque molto prolifico, aveva disseminato nelle varie stesure.

La ragazza dei cocktail è Joan Medford, nata Woods, una giovane donna che vediamo nel tempo dei suoi travagliati e vissuti ventun anni, che è anche l’io narrante della storia, con un incipit che è tutto un programma:

“Ho incontrato per la prima volta Tom Barclay al funerale di mio marito, come mi avrebbe rinfacciato più avanti, anche se allora mi aveva fatto un’impressione così blanda che non ricordavo di averlo mai visto prima”.

In capo a poche righe, Cain utilizza il racconto in prima persona di Joan per riavvolgere magistralmente il nastro del racconto e dei vari rivoli che prenderà la storia: Tom è un addetto delle pompe funebri, nota Joan e le sue gambe, ma lei non nota lui, è troppo preoccupata di “avere a che fare con la polizia”, e delle strane manovre della cognata, Ethel, che potrebbe portarle via il figlio (dato che non può averne).

E non passano che poche altre righe per informarci che il defunto marito ha sbattuto con l’auto contro il muro perché Joan lo aveva buttato fuori casa; e lei lo aveva buttato fuori casa perché era ubriaco e violento; così riferisce alla cognata che tuttavia, lì al funerale, è piuttosto esplicita:

“Allora Joan, finalmente hai ottenuto ciò che volevi. Sarai contenta”.

Ecco Cain, lo vedete come fa: non usa allusioni e perifrasi, spiattella tutto senza vergogna, mettendo in scena un alterco in piena regola, lì al funerale, fra vedova e cognata, con la nostra Joan che apostrofa Ethel:

“…dillo Ethel che ti sbagli di grosso, di’ che ti sbagli altrimenti ti prendo a ceffoni qui, davanti al reverendo, davanti ai tuoi genitori, davanti agli amici di Ron”.

Un bell’ambiente, si dirà. Certo, perché, come abbiamo detto, è questo vissuto che Cain mette in scena nei suoi romanzi. Non c’è ipocrisia, non c’è giro di parole, non ci sono circonlocuzioni per salvaguardare chissà quale forma: c’è il confronto con i fatti ed il parlare come si deve parlare.

Ovviamente, ed è fondamentale in questo romanzo, noi abbiamo il punto di vista della narratrice, Joan, sappiamo ciò che lei ci vuole far sapere; e lei ci dice che ora, vedova con un figlio (temporaneamente alloggiato dalla cognata), è sul lastrico e deve trovarsi un lavoro. Ma prima ci tratteggia a rapide pennellate la sua vita di figlia di avvocato, promessa sposa di un facoltoso rampollo, ma

“Fred mi annoiava a morte e la situazione con lui è degenerata”.

E poi va a Washington dove un’amica lavora in Campidoglio, e aspetta che si liberi un posto:

“…facevo anticamera tutto il santo giorno e la faccenda stava diventando terribilmente frustrante, oltre che mortalmente solitaria. Quando il vicino ha bussato, l’ho fatto accomodare e, sai com’è, da cosa nasce cosa. Per farla breve, sono rimasta incinta”.

Joan, ventun anni, vedova con figlio a carico e la necessità di sbarcare il lunario: questa lotta quotidiana con la paura della miseria, con l’affitto da pagare, la luce staccata, le bollette, è senza dubbio una di quelle dimensioni “sociali” della scrittura di Cain che abbiamo ricordato; l’avevamo già trovata in Mildred Pierce, altro romanzo trasposto più volte sui set cinematografici, con protagonista un’altra donna di grande tenacia e determinazione, che lì addirittura riesce a creare un impero della ristorazione.

La nostra “ragazza dei cocktail” ci racconta così la sua versione della storia, vuole affidarla alla carta per riabilitarsi: è stata sui giornali locali, come la donna che ha cacciato di casa il suo uomo, che poi si è schiantato; è preda dei pettegolezzi e delle malelingue, vuole chiarire la sua posizione e così ci lascia il suo racconto.

E la vediamo, Joan, ottenere il posto di cameriera al Garden of Roses, dove è intraprendente, ci sa fare, e rapidamente rimedia mance sufficienti a rimettersi un po’ in sesto; conosce un anziano abitudinario cliente, Earl K. White, e sicuramente immaginerete cosa succederà, inutile rivelare altri particolari della trama avvincente e movimentata, resa con un prosa arguta, ammiccante, sibillina, sfrontata.

Forse uno degli aspetti che amiamo di più della letteratura (o forse dovremmo dire, con Mario Vargas Llosa, della “buona letteratura”) è questo portarci sempre a cercare di precisare meglio, tramite di essa, il senso di quello che ci accade, quel confine sempre labile fra il bene e il male, fra la gioia e il dolore; e il noir, lo abbiamo detto, si muove sempre in questo piccolo spazio, nella zona grigia fra il bianco e il nero, il colpevole e l’innocente, fra giusto e sbagliato.

Noir è quando la gente non trova ciò che sta cercando; noir è quando devi gestire le conseguenze”

ha dichiarato James M. Cain. Joan Medford, la ragazza dei cockatail, è un personaggio riuscitissimo, nitido nella sua ambiguità, ed impersona bene, a nostro parere, tutto questo grande universo narrativo “nero” messo in scena da James M. Cain. Joan è innocente? Colpevole? Giusta? Opportunista? Abile? Maledetta? Noi non potremmo dire nulla con certezza nemmeno dopo 242 pagine. Provate a cimentarvi voi.

 

* Lino Miccichè, Visconti e il Neorealismo, Marsilio, 1990

** (riportato nella post-fazione de La ragazza dei cocktail, di Charles Ardai)

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Pubblicato da Leonardo Dorini

Manager, consulente, blogger. Mi occupo di finanza ed impresa, amo lo sport. Ma sono qui per l'altra mia grande passione: la letteratura.

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