La bella estate

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Quella sera del mese di marzo del 1994 Milena Viganò rimase a lungo a fissare lo schermo del televisore dopo l’annuncio su Rai Tre della morte di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin. Pensò che era una cosa senza senso, morire così, o forse un senso (orribile) c’era e nei giorni, mesi, anni successivi si fecero molte ipotesi, sfiorando verità che non poterono mai essere dimostrate.

Le tornò alla mente il suo sogno giovanile di diventare giornalista: le erano forse mancate le occasioni, l’audacia, l’ardire di trasformare il sogno in un progetto realizzabile. Figlia unica di una famiglia di onesti impiegati milanesi che l’avevano allevata con amorevole rigore, negli anni dell’adolescenza, mentre i suoi compagni si lanciavano nelle vivaci sperimentazioni che movimentarono gli anni 70, Milena non si era concessa distrazioni di sorta, si era laureata in lettere ed aveva subito trovato impiego in una grossa azienda farmaceutica.  A 42 anni era Responsabile del personale nella medesima azienda, guadagnava bene e viveva da sola in un piccolo appartamento di proprietà in via Paolo Sarpi.

Milena aveva una corporatura minuta che le conferiva un aspetto perennemente acerbo e lineamenti delicati, era graziosa ma un poco appannata. Forse avrebbe potuto essere bella ma riusciva a passare inosservata, complice anche l’abbigliamento fin troppo sobrio.  In realtà, portava in giro la sua persona senza alcuna fierezza, senza l’ambizione di lasciare una qualsiasi traccia del suo passaggio.

Era fidanzata da circa dieci anni con Gianni: un uomo tranquillo che aveva 8 anni più di lei, commercialista affermato e titolare di un arioso studio pieno di quadri e tappeti in via Della Moscova, presentatole da una comune amica. Avevano incominciato a frequentare insieme i cinema d’essai e le gallerie d’arte e a fare qualche breve viaggio nelle capitali italiane ed europee. A poco a poco ne era nato un rapporto alimentato dalle affinità, dall’affetto e dalla consuetudine, nel quale il sesso occupava una posizione relativamente poco rilevante. Non avevano mai sentito la necessità di condividere il quotidiano affrontando una convivenza, e ad un certo punto la mamma di Milena si era arresa ed aveva smesso di chiedere quando si sarebbero sposati. Tra i due il propulsore era lui: Milena si adeguava volentieri ed apprezzava le capacità organizzative di Gianni, che come lei non amava lasciare le cose al caso. Dall’anno precedente Gianni aveva preso a praticare il ciclismo su strada e se ne era rapidamente invaghito: si era comprato una costosissima bicicletta da corsa e tutta una serie di accessori ed aveva incominciato ad allenarsi con un gruppo di altri amatori. Milena non aveva patito più di tanto per il fatto che lui avesse meno tempo per lei: era comunque certa della sua presenza, e tanto le bastava.

Tuttavia, restò un poco spiazzata quando in una luminosa serata di giugno, mentre il suo orologio da polso faceva la gibigiana sulla finestra del salotto catturando l’ultimo raggio di sole milanese, lui le annunciò che aveva deciso di trascorrere le ferie di agosto in montagna insieme al gruppo dei ciclisti per cimentarsi con i passi dolomitici. Per la prima volta da quando si frequentavano, Milena si dissociò (non proprio una ribellione, ma certo una posizione differente):

“bene, io invece andrò a Ischia”.

Qualche anno prima i genitori di Milena avevano deciso di investire le rispettive liquidazioni nell’acquisto di un piccolo appartamento sull’isola, poiché la mamma in settembre si sottoponeva abitualmente alle cure termali. Nei mesi estivi normalmente veniva affittato, così Milena avvisò l’agenzia immobiliare che se ne occupava di mantenerlo libero per tutto il mese di agosto e si organizzò per il viaggio.

Il giorno prima della partenza si recò alla Rinascente per gli ultimi acquisti per la vacanza. Fu lì che incontrò Maria Laura.

Conosceva Maria Laura da vent’anni ed era rimasta allibita quando l’amica le aveva annunciato al telefono che avrebbe lasciato il marito perché si era “irrimediabilmente innamorata” (così aveva detto) di un pittore spagnolo conosciuto a Madrid durante un breve viaggio di lavoro.

Milena aveva cercato di farla ragionare presentandole una serie di garbate obiezioni, ma lei l’aveva bruscamente interrotta:

“Lascia stare, Milena: tu non puoi capire”.

Milena si era risentita per quelle parole e per il tono definitivo con cui erano state pronunciate, e da allora non si erano più sentite.

In effetti, non poteva capire: lei aveva sempre accuratamente rifuggito qualsiasi situazione che potesse portare ad una seppur momentanea e parziale perdita di controllo. Non aveva mai fumato uno spinello, non si era mai ubriacata, nelle sue poche storie amorose aveva sempre privilegiato le affinità intellettuali all’attrazione fisica.

Quella mattina, al Bar al 7° piano della Rinascente, le due donne si erano praticamente scontrate: si erano quindi salutate con un certo imbarazzo e Maria Laura le aveva presentato l’uomo che la accompagnava:

“…lui è José”,

il quale le aveva stretto la mano con un ampio sorriso e l’aveva invitata ad accomodarsi con loro per un caffè. Milena non aveva potuto rifiutare. Mentre si palleggiavano cortesi banalità,  non poté fare a meno di osservare l’amica: la trovò leggermente smagrita, i capelli non più tirati a fon le incorniciavano il volto come una voluminosa criniera. Aveva un’aura splendente e beffarda. Milena si accorse che i due continuavano a stringersi le mani sotto il tavolino, come se non potessero fare a meno di un contatto fisico costante. Fu presto infastidita da questa tangibile quanto intima corrente chimica, e si sentì a disagio. Mormorò una scusa qualsiasi e si dileguò velocemente.

Decisamente, non capiva.

Era da un po’ che non metteva piede nella casa di Ischia: situata nella parte alta di Casamicciola, faceva parte di un complesso residenziale di modeste proporzioni. Una bella strada ombreggiata scendeva fino alla costa, tra alte mura a protezione degli ampi giardini di fascinose ville storiche, che si potevano scorgere a malapena dai cancelli in ferro battuto.

Prima di partire, Milena aveva riattivato l’assicurazione della vecchia Vespa 50 che tenevano nel microscopico garage, e che era comodissima per muoversi sulle strade interne di Ischia. La mattina dopo il suo arrivo, quando la Vespa partì al primo colpo  provò una fanciullesca botta di allegria.

Decise che sarebbe andata fino a Forio, al Parco Termale Giardini Poseidon: un centro termale accogliente e ben tenuto che le era capitato di frequentare nei suoi rari soggiorni a Ischia. Passò la mattinata immergendosi nelle numerose piscine termali; dopo un rapido spuntino si diresse verso la spiaggia, si accomodò su un lettino  e si dedicò alla lettura del primo dei tre racconti della raccolta “La bella estate” di Pavese, il libro che aveva scelto per le sue letture vacanziere.

Quando una piccola, innocua nuvoletta bianca oscurò per un attimo il sole Milena alzò gli occhi dal libro ed abbassò gli occhiali da sole, guardando verso il mare.

Fu allora che lo vide.

Il ragazzo che stava uscendo dall’acqua si passò le mani sul volto e si ravviò i chiari capelli ricci, mentre minuscole gocce di acqua salata scivolavano leggere e veloci sul corpo abbronzato. Quando le diede le spalle per raccogliere l’asciugamano da un lettino, Milena continuò ad osservarne il fisico atletico con un imbarazzante turbamento, che tuttavia non ebbe voglia di scacciare. Fu questione di pochi attimi, poi  si concentrò nuovamente nella lettura. Si appisolò, ma fu svegliata da un tuono potente e si accorse che nubi temporalesche rotolavano rabbiose nel cielo e un vento impetuoso scuoteva i pochi ombrelloni ancora aperti.

“Si metta al riparo, qui fra poco diluvia!”

Era il ragazzo che aveva sfacciatamente ammirato poco prima, che correva ora per la spiaggia chiudendo gli ombrelloni, e Milena immaginò che facesse parte del personale del Parco. Stava raccogliendo frettolosamente le sue cose quando vide stagliarsi all’orizzonte l’inconfondibile sagoma di una tromba d’aria, che si avvicinava velocemente alla spiaggia. Rimase a fissarla, affascinata e spaventata in egual misura.

“Via, venga via!”

Stava già piovendo a scrosci impetuosi, il ragazzo la afferrò per una mano e ricominciò a correre tirandosela dietro, diretto verso un piccolo capanno che serviva da ricovero per lettini e ombrelloni. Riuscirono a ripararsi un attimo prima che incominciasse a grandinare, mentre il vento strappava dai supporti alcuni ombrelloni facendoli turbinare nella colonna d’aria che stava spazzando, per fortuna in modo marginale, la costa.

Stettero qualche istante in silenzio ad ascoltare la grandine che mitragliava il tetto in lamiera del capanno, ansimando leggermente per la corsa

(“è per la corsa”, si disse Milena, perché in quel momento aveva bisogno delle sue certezze),

poi lui parlò, cercando di sovrastare il fracasso furibondo del temporale:

“mi scusi per l’irruenza, ma questi temporali improvvisi sono sempre violenti. Mi chiamo Tonino, lavoro per il Parco”.

“…no, si figuri, grazie. Piacere, Milena”.

Si strinsero le mani bagnate e si scambiarono un sorriso intimidito dalla forzata promiscuità di quello spazio angusto. Quando smise di grandinare, ricominciò a cadere una pioggia torrenziale. Milena e Tonino si accucciarono per terra ed incominciarono a conversare. Tonino le disse che aveva trent’anni ed era di Forio, lavorava per il Parco Termale da quando era ragazzino e stava cercando di laurearsi in architettura all’università di Napoli, ma andava un po’ a rilento.

Milena lo guardava parlare –lo “guardava”– , lo ascoltava distrattamente, però le piaceva il suono della sua voce, morbida, un poco cantilenante, carezzevole, mentre un languore sconosciuto stava già impercettibilmente sfilacciando i confini delle sue innumerevoli barriere difensive. Non era così curiosa di conoscere la sua storia, non voleva il suo passato e nemmeno il suo futuro, ma solo un breve tratto del suo presente.

Quando lui seppe che sarebbe dovuta rientrare a Casamicciola con una Vespa scoppiò in una fragorosa risata:

“Senti, andrà avanti a piovere forte ancora per un bel po’ – nel frattempo erano passati al tu – e ti vedo proprio male su una Vespa. Aspettiamo ancora un poco, poi facciamo un’altra corsa fino alla mia macchina e ti accompagno a casa. Metterò la tua Vespa al riparo, al recupero ci penseremo domani”.

Ci penseremo domani.

Fu in quel preciso istante che Milena seppe che lì e in quel momento erano solo due persone che vedevano le cose allo stesso modo, e decise che avrebbe lasciato che fosse, qualunque cosa fosse stata.

Fu una bella estate.

Fu un mese rovente e famelico, furono giornate luminose e piene nelle quali lei si scordò di mangiare ad orari regolari – no, non  è vero, perse l’interesse in tutto ciò che era regolare e consueto – e furono notti passate a cercarsi e a lasciarsi fluire,  a rincorrere le stelle sulla spiaggia e a girare per feste paesane tenendosi per mano nel costante timore di perdersi di vista, con gli occhi illuminati dai bagliori dei fuochi artificiali che si tuffavano in mare colorati e crepitanti.

E così capì Maria Laura, e guardandosi un giorno allo specchio vide brillare la medesima irragionevole bellissima luce.

Poi arrivò la fine di agosto e giunse il momento di ritornare a Milano.

Gianni le stava raccontando entusiasta delle sue gesta ciclistiche sul Falzarego e sul Sella, ma Milena non gli prestava attenzione. Non le interessava. Lui si interruppe, scoraggiato dal suo silenzio e la guardò a lungo.  All’improvviso, la sua distanza lo colpì come uno schiaffo e non seppe più cosa dire.

“Ti trovo molto bene. L’abbronzatura ti dona”.

“Sì, è stata una bella estate”.

Tonino le telefonava tutti i giorni, e Milena non trovava le parole per spiegargli che nella sua vita milanese non c’era spazio per un trentenne spiantato con il quale aveva vissuto una sincera ed intensa storia che tuttavia non era amore, né lo sarebbe diventato. Avrebbe conservato gelosamente il ricordo tenero e grato di quel fuoco d’estate che aveva liberato una consapevolezza di sé ed una capacità di emozionarsi che aveva sempre negato, e le aveva rivelato in modo inequivocabile  che voleva qualcosa di diverso da un’affettuosa amicizia con un uomo con gusti simili ai suoi, ed ugualmente non trovava le parole per spiegarlo a Gianni.

Eppure, avrebbe dovuto trovarle. Le avrebbe cercate e le avrebbe trovate, e poco importa se non avessero capito: l’importante era che avesse capito lei.

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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