La grande bellezza della crescita

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la grande bellezza

Nessun anno in cui l’Italia ha vinto l’Oscar come miglior film straniero è stato un anno di recessione. L’ultima volta che l’Academy ci ha premiato era il 1999, con “La Vita è bella” di Roberto Benigni. Il PIL quell’anno era cresciuto dell’1,46%.

I film più acclamati negli Stati Uniti e all’estero sono sempre stati realizzati in periodi di crescita economica, che hanno portato a produzioni straordinarie.

Prendete il periodo 1948-1958. Un decennio che ha visto il nostro Paese trasformarsi in un’economia più dinamica: nel 1949 venne varato il Piano Casa (sì, proprio quello che qualcuno ancora tira fuori dal cappello come panacea di tutti i mali), nel biennio 1950-51 fu approvata la Riforma Agraria che espropriava centinaia di ettari di latifondo incolto a vantaggio dei contadini. Negli stessi anni venne fondata la Cassa per il Mezzogiorno. E non erano tutte rose e fiori: altissimo il tasso di disoccupazione, per tanti aspetti il nostro era un paese sottosviluppato, con la maggior parte degli italiani che si guadagnava da vivere grazie al terziario. Tuttavia vennero irrobustiti il sistema bancario e l’industria di stato (Piano Vanoni). All’Iri e all’industria siderurgica pubblica si aggiunsero l’Eni, la Stet e la Rai. Nel 1957 nacque il Ministero delle partecipazioni statali. E in quegli anni straordinari abbiamo vinto 5 Oscar:

1948 – Sciuscià

1950 – Ladri di Biciclette

1951 – Le Mura di Malapaga

1957 – La Strada

1958 – Le Notti di Cabiria

Per gli Oscar successivi abbiamo l’attesa è durata cinque anni. Anni in cui lo sviluppo dell’Italia fu straordinario: Pil, produzione industriale ed investimenti aumentarono in maniera vertiginosa. Migliaia di persone si trasferirono dalle campagne alle città, dal Sud al Nord. Anni d’oro per il nostro cinema. 2 Oscar vinti, con film memorabili: 

1964 – 8 e Mezzo

1965 – Ieri, Oggi e Domani

Altri cinque anni di attesa, fino al 1971. Anni in cui l’economia si prese una pausa. Le imprese gravarono sui prezzi l’aumento del costo del lavoro chiesto dai sindacati, con la successiva perdita di competitività e di inflazione. La contestazione studentesca e le lotte operaie, l’incapacità della politica a riformare la società. Piazza Fontana. L’economia resiste, ma il cinema diventa buio. Si torna a vincere però:

1971 – Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto

1972 – Il giardino dei Finzi-Contini

1975 – Amarcord

Poi il vuoto. Per quindici anni. Nessun Oscar, nessuna idea brillante. La crisi degli anni Settanta iniziò a colpire il Pil globale, che per l’Italia si tradusse in una brutta fase di bassa crescita tra il 1981 ed il 1982, fase che si concluse nel 1984. La ripresa fu causata dall’aumento delle quotazioni del greggio, che però fece crescere l’inflazione. Lo Stato contrasse molti (troppi) debiti per garantire l’approvvigionamento dei prodotti petroliferi: la disoccupazione crebbe. Solo all’inizio degli anni Novanta siamo tornati a vincere, prima della crisi della Prima Repubblica, e dopo una ripresa economica che ha accompagnato gli ultimi anni degli ’80:

1990 – Nuovo Cinema Paradiso

1992 – Mediterraneo

Il resto è storia. Altri sette anni di attesa. Anni in cui l’economia tornò a crescere, fino al +2,83% registrato dal Pil nel 1995. Una cavalcata trascinata dagli Stati Uniti, che ci ha portato ancora a  vincere:

1999 – La vita è bella

E poi. E poi altri quindici anni, come il periodo buio degli anni Settanta/Ottanta. Il crollo delle Torri Gemelle, la fine dell’illusione delle Dot.Com, i mutui subprime, il fallimento delle banche, la Grecia, la crisi del debito europea, lo spread. Nessuna idea nel nostro cinema, neanche il racconto del dolore di una recessione che fa male. Nessun nuovo neorealismo per raccontare i pezzi d’Italia che vengono strappati via a morsi. Solo la grande bellezza che resta.

“E’ uno strano Paese, l’Italia, ma è bellissimo”

ha detto Paolo Sorrentino.

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Vadria

Giornalista finanziaria e Mamma.

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Un commento su “La grande bellezza della crescita

  1. La Grande Bellezza che resta? O la grande decadenza e il compiacimento del proprio degrado?

    La bellezza o è dentro o non è.

    Un popolo vecchio e cinico, fatto di grotteschi ed eterni giovani, talmente egoisti d’aver rubato il futuro ai propri figli. I giovani senza bussola e coscienza di se, quando non vegetano, fuggono, altrimenti sono già vecchi. La società è corrotta, disgregata, incapace di autorigenerarsi.

    Della bellezza di questo paese resta poco e quel poco è antico e in rovina.

    Il paesaggio è devastato dalle infinite speculazioni edilizie, dai campi di eolico e dai ruderi velenosi dell’industria che fu.

    Il made in Italy? Vestigia del passato, ridotto a gadget da duty-free shop per stranieri arricchiti.

    L’Italia veste e mangia made in China o in ovunque che non sia l’irraggiungibile made in Italy.

    Lo Stato fallito, una parodia di se stesso, alla mercé dei burocrati europei, per non dire di potenze straniere.

    Decadenza e privilegio, le cifre del Bel Paese.

    No, non è la “Dolce Vita” ma come direbbe Petrolini un “vuoto senza orrore di se stessi”.

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