L’estate della signorina Marisa

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“Ha toccato! Ha toccato il suolo lunare!” urlò Tito Stagno, e forse non era ancora vero, aveva ragione Ruggero Orlando e il modulo lunare toccò il suolo alcuni secondi dopo, ma tant’è.

 

Come circa 20 milioni di italiani, la signorina Marisa aveva trascorso buona parte della notte tra il 20 e  il 21 luglio del 1969 incollata al  grosso televisore posto nella sala da pranzo di Villa Ines, insieme ai ragazzi ospiti del kinderheim, a tutto il personale  e ai coniugi Raimondi, i proprietari e gestori, perciò il giorno successivo ebbe la serata libera…

Insegnante di scuola elementare, la signorina Marisa viveva a Milano. Si spostava ogni giorno in tram dall’appartamento nel quale viveva con gli anziani genitori in Corso di  Porta Vigentina,  alla scuola nella quale insegnava, nel rione Sant’Ambrogio alla Barona.

In quegli anni la Barona, che si sviluppava tra il Naviglio Pavese ed il Naviglio Grande con i lunghi edifici curvilinei del rione Sant’Ambrogio, frutto di una discussa sperimentazione architettonica,   non era ancora assurta al rango di zona residenziale e nelle serate di nebbia i milanesi perbene preferivano starsene chiusi in casa.

La signorina Marisa aveva folti capelli biondo miele, occhi castani illuminati da   pagliuzze dorate e una figura alta e snella.  A 46 anni, sfioriva lentamente osservando con un certo distacco le vite altrui ed appassionandosi molto di più ai libri che leggeva, non appena ne aveva il tempo.

Era sempre stata riservata e poco incline alla coltivazione dei rapporti di amicizia, ed aveva perso per strada quelle poche amiche che aveva, le quali  si erano sposate ed erano state interamente assorbite dagli impegni familiari, cosicché i contatti si erano ridotti a qualche sporadica telefonata.

Molti anni addietro aveva avuto un fidanzato che aveva voluto andare a cercare fortuna a New York aprendo un ristorante a Brooklin,  e che avrebbe dovuto  raggiungere non appena il ristorante avesse reso a sufficienza per camparci in due e per pensare di metter su famiglia.

Col passare del tempo, lui aveva smesso di rispondere alle sue lettere, ed infine la signorina Marisa aveva appreso da conoscenti comuni che lui aveva trovato fortuna, ma aveva deciso di condividerla con un’altra, con la quale si era sposato.

Così, aveva smesso di scrivergli.

Aveva continuato a fare la spola tra Porta Vigentina e la Barona, rassegnandosi al fatto che quella sarebbe stata la sua vita.

Non c’erano stati altri fidanzati, erano mancate le occasioni o se c’erano state, le aveva ignorate: così la vita della signorina Marisa scorreva tranquilla e senza sorprese.

Da diversi anni trascorreva i mesi di luglio e di agosto a Milano Marittima, facendo l’istitutrice a Villa Ines: gli ospiti erano ragazzi e bambini, per lo più milanesi, i cui genitori potevano permettersi di pagare per un mese di soggiorno una cifra che sarebbe bastata per le vacanze di una famiglia di quattro persone.

A lei venivano affidate le ragazze dai 13 ai 17 anni, che l’adoravano perché era una presenza discreta ed accomodante.

Per la signorina Marisa era una sorta di vacanza, due mesi di vita tranquilla, giornate di spiaggia e di buon cibo e serate a passeggio per le vie animate di Milano Marittima, con le ragazze che ad un certo punto si imbucavano nella sala giochi “Il Dollaro”, mentre lei aspettava paziente e vigile (ma non troppo) seduta sulla panchina antistante l’ingresso.

…un leggero vento caldo portava con sé profumo di salmastro,  di pineta e di estate marina al massimo del suo splendore.

Il cielo era ancora luminoso ma di una luce più morbida, più condiscendente, che pareva aver perso l’aggressività delle ore pomeridiane e si rassegnava a cedere il passo ad un crepuscolo rosato, mentre le rondini volavano alte e chiassose.

La signorina Marisa diresse i suoi passi verso il centro, comprò un cono gelato e si sedette sulla solita panchina davanti al “Dollaro”: era posta proprio sotto un lampione, il che le avrebbe consentito di continuare a leggere il libro che portava con sé nella borsa di paglia.

Si accorse del ragazzo solo quando lui le si sedette accanto.

“Il Deserto dei Tartari. Lettura impegnativa, per una sera d’estate. D’altronde, metafora della vita: ci asserragliamo dentro le nostre piccole vite, in attesa di un grande evento che le cambi. E che non arriva mai”.

La signorina Marisa distolse gli occhi dal libro e lo guardò stupita: sembrava molto giovane ed era piuttosto bello.

“scusa, mi chiamo Federico”.

Le aveva porto la mano, lei l’aveva meccanicamente accolta nella sua e si era arresa ad una stretta vigorosa ed asciutta.

Avevano subito incominciato a conversare, lui le aveva raccontato che viveva a Milano e frequentava l’ultimo anno all’Accademia di Brera, e trascorreva i mesi estivi  dai nonni a Milano Marittima facendo il bagnino per guadagnare qualche soldo: terminata l’Accademia, voleva trasferirsi a Parigi, o forse a Madrid, ancora non aveva deciso.

Dopo un poco lui le propose di fare due passi, via dal vociare e dalla musica che uscivano dalle porte aperte della sala giochi.

La signorina Marisa accettò.

Passeggiando per le traverse, lui le parlò della sua passione per la scultura classica greca, e si entusiasmò descrivendo  la potenza espressiva delle figure di Prassitele e di Fidia e la sensuale morbidezza dei panneggi che avvolgevano quei corpi perfetti.

Lei lo ascoltava attenta, e le venne spontaneo raccontargli del suo amore per i classici della letteratura russa ma anche per i gialli di Scerbanenco e per le storie surreali di Buzzati.

Parlando e camminando, erano giunti sulla spiaggia.

La signorina Marisa non trovò nulla di strano nel fatto che Federico la prendesse per mano, intrecciando le dita alle sue, e la conducesse verso le barche capovolte sull’arenile per la notte.

Senza lasciarle la mano, lui si sedette sulla sabbia, con la schiena appoggiata al fianco panciuto di una barca, e lei fece altrettanto.

Lui avvicinò il volto al suo, e con un gesto gentile le scostò i capelli dalla fronte. Lei sentì il suo fiato sul viso e percepì il lieve aroma di qualche fragranza maschile.

Poi, lo lasciò fare.

La luna – quella stessa luna che dalla notte precedente aveva cessato di essere inviolata – impallidiva in un angolo del cielo e il sole emergeva lento e dorato dall’acqua.

La signorina Marisa pensò che era la seconda notte consecutiva che passava in bianco.

Il cielo diventava via via più chiaro e la spiaggia cominciava ad animarsi per la presenza degli uomini addetti alla pulizia dell’arenile: il giorno incombeva e i sogni si ritiravano velocemente in qualche angolo remoto della memoria, per non squagliarsi al sole.

Si alzarono e cercarono di scrollarsi di dosso la sabbia umida.

Federico le sorrise e le riprese la mano; alla luce del giorno  la sua giovinezza si rivelava impietosa, e lei provò un’improvvisa e ragionevolissima  stretta al cuore.

Camminarono in silenzio fino alla panchina davanti al “Dollaro”: lì, lui l’abbracciò e mormorò nel suo orecchio:

“è stato un piacere incontrarti, signorina Marisa”

poi si voltò e se ne andò, prima che lei potesse dire qualsiasi cosa: lo guardò allontanarsi e provò un’acuta nostalgia per tutto ciò che non sarebbe mai stato.

Non si rividero mai più.

Anche quell’estate giunse al termine, e la signorina Marisa fece ritorno alla sua vita milanese.

Oggi è una mite giornata di ottobre, i pini del parco della Casa di riposo Villaverde di Milano Marittima odorano di resina e le rose sono ancora in piena fioritura.

La signorina Marisa siede su una panchina, i capelli candidi sono appena scompigliati dalla leggera brezza che arriva dal mare, le labbra distese in un accenno di sorriso che è intimamente suo, un sorriso di quelli che non si vogliono condividere.

Ha in grembo un libro molto amato, che ha letto più volte: è “Il Deserto dei Tartari”, di Dino Buzzati.

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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