Miles Davis elettrico nel jukebox all’idrogeno

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Con il Maestro Davis si devono attraversare eoni nella storia della musica e lui se li è surfati un po’ tutti da protagonista, così come Muhammad Ali ha attraversato ere geologiche della nobile arte da indiscusso campione.
Oggi vi facciamo assaggiare un Miles difficile, un Miles che amava la musica contemporanea e Stockhausen, dedicava brani a Duke Ellington ricevendo in cambio commenti al veleno. Stappiamo per intenderci uno di quei vini che vanno lasciati in caraffa un’oretta altrimenti non se ne gusta tutta la bellezza: ci vuole pazienza, ne avrete? Il viaggio inizia nel 1969 con un album dove buona parte dei futuri Weather Report lo affiancano, per scrivere uno di quei dischi che più di un critico ritiene epocali e Miles, bontà sua, ne ha sfornati parecchi. Abbassate le luci, con Bitches Brew si entra in una dimensione spirituale. Chiude gli occhi, sente la sabbia  sui polpacci e fra i piedi, fa caldo e le sembra di galleggiare in un’altra dimensione.

A Davis andava stretta l’etichetta del jazz in quegli anni e i prodromi di quella malattia che affligge anche oggi molto jazz contemporaneo, perso nella tecnica ed in stanchi rituali, da ripetere in maniera selvaggiamente ortodossa iniziava a manifestarsi. Allora Miles si gira verso James Brown e con grande scandalo dei benpensanti se ne esce con un funk sanguigno con “On the corner”, album che non posso non consigliarvi per danze intelligenti. La rivedo che balla come una pazza, i lunghi capelli neri e la pelle chiara.

Sono anni in cui il nostro è fragile. Cerca strade nuove, osteggiato dalla critica, cerca di scavalcare il jazz, ma viene guardato con sufficienza dalla musica colta e disprezzo dal jazz. Troppo avanti, e si dovranno aspettare decadi per riscoprire, anzi scoprire la carica innovativa di dischi come questo, veri e propri viaggi cosmici degni dei Tangerine Dream, con uno spessore musicale però ben maggiore.. Sono anni in cui si ammazza di droga e ne sperimenta di brutte e di belle (girano session con Hendrix), ma proprio con questo mood il nostro dà alla sua tromba una voce ingenua e fresca, come nessun altro sa fare.

Respirate la malinconia di queste note: pura poesia. Si era addormentata sul divano e la casa che prima scoppiava di caos e bottiglie di birra e fumi non identificati era ora deserta, le finestre spalancate malgrado ottobre e lei bellissima con le labbra appena aperte.

Miles cerca con la fame di chi vuole buttarsi fuori da ogni recinto ed esplorare abbracci nuovi. Cerca nel blues e nel rock e sembra anticipare il dub. Eccolo in uno dei miei brani preferiti. Qui il lungo brano dedicato a Duke Ellington che ricambierà con disprezzo, avendo ormai le orecchie impreparate ad un nuovo millennio in cui Miles non sarebbe entrato in carne ed ossa, ma che avrebbe vissuto da protagonista per il suo lascito. Fate buon viaggio o voi che ascolterete. Ascoltatelo in auto, quando è già buio o spegnete le luci in casa e lasciate andare. Is this jazz? What does it matter?

L’energia che sprigiona questa musica la possiamo ancora toccare con mano nella performance di Davis all’isola di Wight, con una band impressionante, con Dave Holland e Keith Jarrett fra gli altri.
Le masse giovanili ascoltavano Miles allora e una punta di rammarico non si può non averla toccando con mano il trasporto per musiche così astratte e difficili, mentre ora si è ridotti ad un pop plastificato ed inerte, buono per la raccolta differenziata


Gli aveva detto un amico che ora viveva in campagna e cresceva i figli della sorella, spesso via per lavoro, e malgrado gli anni era ancora bellissima. Si fece forza e prese il telefono fra le mani.

Il profumo dell’orchidea
penetra come incenso
le ali di una farfalla.

Matsuo Basho

Le opzioni che offre lo chef per la prossima domenica sono a furor di rivoluzione:
a) Area di rivoluzione: Demetrio Stratos&friends.
b) King Crimson: rivoluzione dello spirito.
c) Steve Reich la rivoluzione del suono.
Votate qui su twitter

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