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Nemesi: Philip Roth e l’epidemia di polio del ’44

 

Nemesi - Roth

Si sa, l’attualità spesso si incarica di ricordarci la storia e, ancora più spesso, supera la realtà romanzesca; l’Italia del Coronavirus ci fa riflettere su quanto siano importanti certi valori che diamo per scontati, come la capacità e la libertà di spostarci, di frequentare luoghi, di lavorare, di riunirsi: di vivere, in sostanza.

E anche i sentimenti più negativi e spesso deteriori degli esseri umani in questi momenti si mostrano nella loro cruda realtà: la paura, l’irrazionalità, il panico fanno spesso assumere comportamenti pessimi: siamo pronti a lasciare il passo agli istinti meno intelligenti, più egoisti, più supponenti.

Sono stati molti i richiami alla letteratura che ci sono stati ricordati in questi tempi, da Manzoni a Camus. Ma noi ricorriamo ancora a Philip Roth, grande narratore della profondità dell’animo umano: avevamo già raccontato di Indignazione, e nello stesso ciclo, è presente il suo ultimo romanzo, Nemesi (Einaudi, 2010, 160 pag.), che dà il nome a tutto il ciclo degli ultimi 4 lasciti del grande scrittore di Newark (gli altri due sono Everyman e L’Umiliazione).

Si tratta di un romanzo straziante, pubblicato nel 2010 in Italia, che racconta dell’epidemia di polio del 1944, proprio della cittadina dove Roth è nato: leggiamo le prime righe:

“Il primo caso di polio quell’estate si verificò agli inizi di giugno, subito dopo il Memorial Day, in un quartiere italiano povero all’altro capo della città rispetto al nostro”.

Siamo nel quartiere ebraico di Weequahic e conosciamo Bucky Cantor, un giovane insegnante e animatore del campo estivo: orfano, cresciuto coi nonni, riformato al servizio militare a causa della vista (e tormentato dal non poter servire il suo Paese), egli è una classica figura rothiana di americano di grandi e saldi principi, di ferreo senso del dovere, ma anche di profondi e contrastati sentimenti.

Eccolo nella descrizione di uno dei suoi alunni:

“..lui era, per noi ragazzi, l’autorità più esemplare e riverita che conoscessimo, un giovane di salde convinzioni, accomodante, cortese, equanime, premuroso, equilibrato, gentile, robusto, muscoloso…un compagno ed insieme un leader”.

La narrazione è dolente e ci accompagna in un’atmosfera quasi rarefatta nell’estate torrida del ’44, nel campo estivo della scuola Chancellor: un gruppo di italiani arriva al campus e inizia a sputare per terra: “Siamo venuti a portarvi la polio” dicono beffardi i bulli. Cantor li affronta, da solo, li mette in fuga, e diligentemente pulisce gli spunti con ammoniaca.

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Il narratore annota:

“nel quartiere si sparse la voce che la malattia era stata portata a Weequahic dagli italiani”

ma Bucky è persona che ragiona e fa ragionare:

“Gli italiani non ci hanno attaccato niente. Io c’ero. So cosa è successo. Erano un branco di furbastri, tutto qui. Hanno sputato per strada, e noi abbiamo pulito. La polio è la polio…nessuno sa come si attacca.”

Ma è complicato, lo stiamo vedendo anche in questi giorni, e tutti hanno qualcosa da dire: il nostro Bucky cammina per la via principale del quartiere e viene apostrofato dai passanti, interrogato, maltrattato: “E il servizio sanitario cosa fa?”, ma lui è solo un insegnante. “Quando ero piccolo io ci mettevano le palline di canfora al collo”, ma Bucky cosa ne sa, è solo l’animatore del campo estivo. “Perché non spandono per le strade qualche prodotto chimico e lo fanno fuori così?”, “Lei è un agente della squadra igienica?”, e via di questo passo.

Muore un ragazzino del gruppo di Bucky, Alex, e Roth ci racconta da par suo la sua visita alla famiglia, al padre straziato, con altri due figli in guerra, che ha perso il più giovane ed aitante in 72 ore, e la madre che non riesce ad alzarsi dal letto.

Nel bar dove Alex ha mangiato un hot dog prima di ammalarsi non va più nessuno, il gestore si lamenta:

“Come fai a prendere la polio da un hot dog bollito? Sono stronzate”.

Bucky Cantor è una figura straordinaria che si staglia in questa società atterrita da una minaccia incombente e misteriosa, senza alcun strumento per gestire la paura, come quella di un uomo tormentato, pieno di dissidi e di dubbi, in cerca della migliore strada per aiutare la sua comunità; un giorno la fidanzata, insegnante anche lei in un campo estivo a Indian Hill, lo chiama, c’è un posto per lui lì, e così si metterebbe al sicuro; Cantor è tormentato, il senso del dovere lo trattiene a Newark, ma vorrebbe mettersi in salvo con il suo amore.

Lasciamo ai lettori conoscere come finirà questa storia, con l’ultimo capitolo che rivela l’espediente narrativo cui l’autore è ricorso per raccontarcela; ma ricordiamo, e lo abbiamo visto anche in Indignazione: sono le piccole decisioni che a volte cambiano il corso delle vite:

“Il caso – la tirannia della contingenza – è tutto”.

Come tutti i 4 libri delle Nemesi, anche questo è un romanzo sulla morte contro la vita, sulla malattia e sulla sofferenza del corpo, sull’amore e sulla debolezza dei sentimenti; lo sappiamo, Philip Roth lo ha detto, che a lui interessa narrare delle “persone quando non sono felici”. L’ultimo romanzo del grande scrittore ce ne restituisce un esempio spietato e senza sconti.

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Pubblicato da Leonardo Dorini

Manager, consulente, blogger. Mi occupo di finanza ed impresa, amo lo sport. Ma sono qui per l'altra mia grande passione: la letteratura.

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