Pian Piano: un ballo nel delirio e nell’incubo?

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Di attacchi massivi ne abbiamo già avuti nel salottino e son tutti piuttosto violenti e difficili da digerire. Lasciano vetri rotti, disordine e sporco, liquidi organici, instabilità mentale, ed esprimono spesso un delirio profondo e molto contemporaneo, una pazzia tipica e diffusa. Sono un riflesso molto sinistro di quel che siamo di fronte allo specchio del nostro essere orrore, specchio dove stiamo mal volentieri, anche se a volte immergersi nelle tenebre è salutare, come un bagno nel fuoco. Accomodatevi dunque all’inferno e state comodi. Non mi perderò nella poetica dei Massive Attack, nelle apocalissi interiori che raccontano di ragni enormi occupati a divorar anime. Di “Take it there” mi ha colpito la coreografia, per me bellissima, un ballo nel dolore, un salto nell’oblio e nella perdita di sé, un annegare fra le braccia del niente, come in un racconto di Thomas Bernhard. Un delirium tremens della psiche.

Avete appena sentito dell’enorme perdita di metano da un deposito nel sud della California? Agli abitanti sanguinava inspiegabilmente il naso. Sapete che il metano per l’effetto serra rende la CO2 un gattino inoffensivo e salutare? Vi siete accorti forse come l’acqua scarseggi semmpre più? Magari nella vostra città d’estate la si raziona già. L’apocalisse forse è solo una barzelletta per depressi e poveri pessimisti rincoglioniti. Qui nel salottino vorremmo tanto fosse così e non vediamo l’ora di ricevere insulti da social network per questo gratuito terrorismo da strapazzo. Sono evidentemente le fole di un povero idiota affetto da rimbambimento cronico per via dell’età, pagliacciate di un profeta di sventura in vena di burle di cattivo gusto. Battezzatemi pure e coltivate sabbia per raccoglier deserto.

“Quando mi capita di perdere completamente ogni speranza, cerco la speranza con tutto me stesso e senza compromessi, fino a cadere a terra esausto”.

Scusate la pazzia e la contraddittorietà, ma quel che accade giorno dopo giorno è com’è. Calarsi nell’orrore di tanto in tanto fa bene. Magari è solo un esorcismo… Le muse mi portano in trofeo la testa tagliata di un vecchio pazzo allucinato. La appoggio sul tavolo. La testa mozza parla e dice di essere un certo Edgar Allan Poe. Chiacchieriamo un po’, mentre cala la sera e quando ormai il buio ha allagato la stanza, mi offre una delle sue poesie per il nostro atroce diletto.

Terra di Fate

Valli di nebbia, fiumi tenebrosi
e boschi che somigliano alle nuvole:
poi che tutto è coperto dalle lacrime
nessuno può distinguerne le forme.
Enormi lune sorgono e tramontano
ancora, ancora, ancora…
in ogni istante
della notte inquiete, in un mutare
incessante di luogo.
E così
spengono la luce delle stelle
col sospiro del loro volto pallido.
Poi viene mezzanotte sul quadrante lunare
ed una più sottile delle altre
(di una specie che dopo lunghe prove
fu giudicata la migliore)
scende giù,
sempre giù, ancora giù,
fin quando
il suo centro si posa sulla cima
di una montagna, come una corona,
mentre l’immensa superficie,
simile a un arazzo,
s’adagia sui castelli
e sui borghi (dovunque essi si trovino)
e si distende su strane foreste,
sulle ali dei fantasmi, sopra il mare,
sulle cose che dormono e un immenso
labirinto di luce le ricopre.
Allora si fa profonda – profonda! –
la passione del sonno in ogni cosa.
Al mattino, nell’ora del risveglio,
il velo della luna si distende
lungo i cieli in tempesta e,
come tutte le cose,
rassomiglia ad un giallo albatro.
Ma quella luna non è più la stessa:
più non sembra una tenda stravagante.
A poco a poco i suoi esili atomi
si disciolgono in pioggia: le farfalle
che dalla terra salgono a cercare
ansiose il cielo e subito discendono
(creature insoddisfatte!) ce ne portano
solo una goccia sulle ali tremanti.

Edgar Allan Poe

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