Prima che venga a prendermi

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“Bisogna che io racconti la verità, tutta e subito. E’ fin troppo facile chiacchierare di orride vicende misteriose, o di avventure oltre i limiti del reale, quando si tratta di cose accadute ad altri. Ma in una storia che è un puro resoconto di cui il protagonista sia il narratore stesso, c’è una differenza…una terribile differenza. (“Gli occhi della mummia”, Robert Bloch)”

Dagli appunti di Antonella Gemelli:

Nel 1985 frequentavo il primo anno di filosofia alla Statale, in via Festa del Perdono. A Milano era divenuta abitudine diffusa chiudere la serata trascorsa in una delle tante discoteche o sale da ballo (quelle con l’orchestra, tanto per intenderci) in una paninoteca: nulla di diverso da un bar, con l’unica differenza che stavano aperte tutta la notte e proponevano panini caldi farciti con combinazioni che incominciavano a diventare fantasiose. Iniziò l’evo delle salse e della rucola, ingredienti che ho sempre detestato e che divennero invece il complemento irrinunciabile di qualsiasi panino notturno.

Comunque, fu in un posto del genere che incontrai Nicola, il quale un venerdì sera di inizio marzo si era aggregato alla nostra compagnia poiché amico di qualcun altro.

Originario di Leuca, sulla costa ionica della penisola salentina, era la prova vivente della permanenza dei Normanni in Puglia: alto ed atletico, capelli chiari e mossi, fronte alta e mascella squadrata, naso dritto e sottile e gli occhi verde chiaro. Il suo lato “latino” si manifestava invece in un modo di fare elegante, misurato ma accattivante, enfatizzato da una voce profonda e lievemente nasale, musicale e carezzevole.

I miei erano fuori per il fine settimana, ed io rientrai a casa la domenica pomeriggio. Ci lasciammo davanti al portone della mia abitazione, in viale Certosa, con un senso condiviso ed insopportabile di lacerazione e Nicola, che aveva dieci anni più di me, mi afferrò le mani e disse:

“Vieni a vivere con me. Domani. Non posso sopportare di vederti qualche sera a settimana, non è questo che voglio da te”.

Afferrai quelle parole, me le strinsi addosso e me le rigirai nella mente per tutta la notte. La sera dopo, con le valigie già pronte e un taxi che mi aspettava sotto casa, annunciai ai miei che me ne andavo di casa.

Ho sempre diffidato di coloro che sono già saggi a 19 anni: è quella un’età in cui si può e si deve essere audaci e temerari, e prima di tutto ricchi di sogni e animati dalla curiosità, forti del legittimo convincimento che qualunque (eventuale) errore o divagazione si compia, si avrà a disposizione un sacco di tempo per rimediare. Certezza quest’ultima non sempre fondata, perché se è vero che si nasce con la data di scadenza impressa da qualche parte, nessuno ha sinora scoperto dove si celi. Inoltre, per quanto in giovane età sia certamente possibile e persino facile superare qualsiasi dispiacere, ogni esperienza lascia una traccia indelebile, tale addirittura da deviare talvolta il corso delle cose.

Naturalmente la mia famiglia non la prese bene. Anche negli anni successivi, non fui mai in grado di spiegare  efficacemente (né a loro né a nessun altro) l’imperiosa, febbrile esigenza fisica del senso di assoluta completezza che provavo accanto a quell’uomo: fu un amore impetuoso ed esclusivo, appagante e divorante. Ma Nicola aveva l’eterea inconsistenza di certe brezze che talvolta dalla Grigna si spingono fino a Milano, e un giorno si allontanò con la medesima incurante leggerezza con la quale si era concesso.

Tuttavia, i due anni che trascorremmo in via Bertelli nel cadente abbaino  affacciato sul Naviglio Martesana, vivendo del suo modesto stipendio di magazziniere alla Gondrand e tirando la fine del mese grazie alle cene offerte dai suoi numerosi parenti pugliesi emigrati a Milano, tutti ugualmente generosi ed accoglienti, rimangono senza dubbio alcuno i più spensieratamente e profondamente felici di tutta la mia vita.

Quell’estate nel mese di agosto fummo ospiti dei suoi genitori a Leuca ed ebbi modo di conoscere il Salento ionico, uno dei posti più ferocemente belli ch’io ricordi di avere mai visto. Trascorremmo nottate sulla spiaggia con i suoi amici d’infanzia, a suonare la chitarra cantando alle stelle e a concionare su qualsiasi argomento brindando alla luna, all’amore, alla vita. Girammo molto anche per le strade di Lecce alla scoperta del suo raffinato barocco, e in una mattinata di luce accecante davanti alla chiesa di San Marco, piccolo monumento cinquecentesco edificato in piazza S. Oronzo a ridosso del Palazzo del Sedile dalla potente colonia veneziana, all’epoca presente sul territorio, avvenne un fatto singolare.

Uscendo dalla chiesetta mi voltai verso la facciata per scattare delle foto, e sulla scalinata del colonnato che conduce all’adiacente Palazzo scorsi un insolito personaggio che, fermo in cima alla scala, pareva scrutare la piazza. Ciò che rendeva eccentrico il suo aspetto, oltre all’altezza fuori dal comune ed alla corporatura massiccia, era la capigliatura a caschetto nera e lucente come l’ebano e l’abbigliamento, costituito da pantaloni bianchi ampi e leggeri, da una sorta di tunica a maniche lunghe bianca, decorata con delle perline colorate allo scollo e al bordo e da mocassini sfoderati.

Azionai il teleobiettivo per vederlo meglio: il volto largo e piatto dalla carnagione olivastra, gli occhi scurissimi a mandorla e gli zigomi pronunciati ricordavano i tratti degli antichi Maya che avevo visto in molte raffigurazioni, ravvisabili oggi nelle popolazioni dell’alto Chiapas e del Guatemala, ma l’altezza era decisamente inconsueta per una simile etnia. Come accorgendosi di essere osservato, l’individuo volse lentamente lo sguardo nella mia direzione, e ne provai un immediato disagio, che divenne subito inquietudine e dal centro dello stomaco si irradiò in spasmi dolorosi in tutto il corpo. Mi volsi di scatto verso Nicola, che stava a qualche metro di distanza:

“…ma hai visto quel tizio lassù?”

“…che tizio?”

In cima alla scala non c’era nessuno. Era più o meno la una, ci saranno stati  36 gradi ed io avevo le mani gelate.

“…niente, era uno veramente strano. Ti farò vedere le foto che gli ho scattato quando torneremo a Milano”.

Quella sera fui colta da febbre alta e da vomito, ed il medico diagnosticò un colpo di calore. Mi ristabilii in pochi giorni.

A Milano ci attendeva una sgradita sorpresa: qualcuno era entrato nell’abbaino ed aveva metodicamente svuotato ogni cassetto, armadio, armadietto, scaffale. I libri giacevano aperti e spiegazzati in mezzo alla nostra biancheria, tra biscotti sbriciolati, pasta spezzettata e detersivi sparsi ovunque. Rimanemmo ammutoliti dinanzi a tanta furia, che spiegammo con il disappunto per il fatto che in casa nostra non vi fossero denaro né preziosi né altro che valesse la pena rubare.

Inoltre, vi era un particolare inspiegabile: avevamo trovato la porta di ingresso chiusa a chiave come l’avevamo lasciata, e né i lucernari né la finestra dell’abbaino presentavano segni di forzatura. Comunque, poiché non mancava nulla, Nicola non volle fare denuncia.

Ci mettemmo a riordinare quel putiferio, e tra la mia biancheria trovai un originale bracciale di perline colorate che di certo non mi apparteneva.

“Che lo abbia perso l’autore di questo casino?”

“Può essere. O forse gli abbiamo fatto pena e ha deciso di lasciarci un omaggio”,

scherzò Nicola.

La settimana dopo, ritirate le foto delle vacanze che avevo portato a sviluppare le feci scorrere con una certa trepidazione: quando trovai quelle che ritraevano la chiesetta di San Marco e l’ingresso del Palazzo del Sedile vidi che la scalinata era completamente, incontrovertibilmente deserta: del personaggio che mi aveva tanto turbata non vi era traccia alcuna.

La violazione perpetrata da chi era entrato in casa nostra ebbe un effetto destabilizzante, e fu come se il cerchio magico all’interno del quale ci eravamo sentiti racchiusi stesse pian piano perdendo il suo meraviglioso equilibrio e la sua forza inclusiva.

Tra i tanti personaggi stravaganti che frequentavamo in quel periodo vi era anche un’associazione di appassionati e studiosi di ufologia che si riunivano periodicamente nella sala di un circolo ACLI a Porta Vigentina. Noi eravamo spinti da una innata curiosità per l’ignoto e per i misteri, ma per principio dubitavamo di tutto: nel corso di quelle serate avevamo udito racconti incredibili e visto fotografie indecifrabili, ma in alcune occasioni ci eravamo imbattuti in narrazioni e documentazioni visive di tracce di presenze aliene più convincenti, e perciò intriganti.

Decisi di riferire a quelle persone del misterioso incontro di Lecce e dell’impossibilità di documentarlo, dato che l’immagine del bizzarro individuo non si era impressa sulla pellicola. Il mio racconto destò una certa curiosità, perché il fondatore e presidente dell’associazione disse che nel corso dell’ultimo decennio vi erano state altre segnalazioni della presenza di un essere con caratteristiche identiche, in varie parti del mondo.

Docente universitario di storia e appassionato studioso di lingue antiche, il presidente era in contatto con il Centro Italiano Studi Ufologici, organizzazione nazionale che si occupava di fenomeni che si presumevano ufologici con un certo rigore scientifico. Più tardi, mentre in sala stavano proiettando un filmato, aspettavo un caffè al banco del bar del circolo ACLI ed il presidente era accanto a me. Quando notò il bracciale di perline al mio polso destro si rabbuiò e mi chiese dove lo avessi preso. Ascoltò con attenzione il mio racconto e poi mi disse:

“Le persone che hanno avuto incontri simili al tuo a Lecce ed hanno poi trovato tra le loro cose più personali monili di questo genere sono poi scomparse o decedute in circostanze misteriose. Questi “regali”, e il fatto che le apparizioni dell’alieno si rendano visibili solamente a voi sembrano indicare che siete dei prescelti”.

Per quanta stima io avessi di quell’uomo e per quanto quella visione mi avesse impressionata, la sua affermazione mi parve tanto strampalata e distante da qualsiasi approccio scientifico che mancò poco che gli scoppiassi a ridere in faccia. Per qualche ragione, non riferii questo discorso a Nicola.

Il presidente morì qualche settimana dopo schiantandosi una sera con la sua auto contro il pilone di un cavalcavia in seguito ad un probabile malore, e mancando il suo coordinamento l’associazione si disgregò rapidamente.

I miei studi all’Università procedevano a rilento ed anche le difficoltà economiche incominciavano a pesare sul nostro rapporto. Mi cercai allora un lavoro, e venni assunta come commessa nel negozio di Fiorucci in Galleria Passarella. Le nostre finanze ne trassero vantaggio, ma qualcosa tra di noi si era irreparabilmente guastato, e quel senso di armoniosa completezza per il quale avevo azzerato tutti i miei programmi era perduto per sempre.

Finì nel peggiore dei modi, tra tradimenti (suoi) e recriminazioni (mie), e fu con vuota tristezza che ci dividemmo i soldi che avevamo in casa il giorno in cui io lasciai l’abbaino dal quale si vedeva scorrere la Martesana. Ero arrivata su un taxi, me ne andai su un taxi, e il dolore che provai era talmente profondo da essere prossimo alla totale disperazione. In quei giorni ebbi reazioni scomposte ed alterate, ma infine dovetti rassegnarmi a fermarmi e a lasciare venire a galla tutta la mia sofferenza, nella consapevolezza che era l’unico modo per non lasciarsene sopraffare.

Era la fine di giugno e su Milano gravava già un caldo soffocante ed opprimente. Ero provvisoriamente ospite di un’amica che abitava dalle parti di Piazza della Vetra e un sabato sera la aspettavo  davanti alla Basilica di Sant’Ambrogio, quando incontrai di nuovo l’enigmatico personaggio di Lecce:   stava proprio davanti alla colonna di epoca romana che una leggenda definisce “del Diavolo” per i due fori che presenta ad una certa altezza, e che sarebbero i segni delle corna che Satana lasciò durante la lotta con Sant’Ambrogio.

Questa volta lo fissai apertamente e lo stesso fece lui, benché il suo volto rimanesse del tutto impassibile ed il suo sguardo buio e vacuo. Mi mossi nella sua direzione sospinta da un’ansiosa eppure innegabile fascinazione ma dopo pochi passi il cuore prese a battere nel petto ad un ritmo forsennato, poi il mondo si dissolse in una caligine bianca e sibilante sempre più impenetrabile e caddi svenuta. Mi ritrovai al Pronto Soccorso in via Fatebenefratelli dove mi trattennero fino al giorno dopo, tentando di abbassare l’attacco febbrile succeduto alla perdita di conoscenza.

Fu solo quando tornai a casa che mi accorsi che non avevo più il bracciale di perline al polso, sulla cui parte interna avevo in compenso due segni simmetrici e perfettamente circolari del diametro di mezzo centimetro, come cicatrici di vecchie bruciature. Quel fatto del tutto inspiegabile mi lasciò perplessa ed in preda ad un malessere indefinito e disturbante.

Una settimana dopo andai in affitto in un piccolo appartamento in un vetusto edificio in Ripa di Porta Ticinese, forse per nostalgia delle acque della Martesana e dei ricordi felici che ad esse erano indissolubilmente legati.

Nei mesi successivi ebbi altri e numerosi avvistamenti dell’oscuro individuo dal lucente casco di capelli neri, ed ogni volta ne stetti male, e fu sempre peggio, con attacchi di febbre che divenivano più devastanti e per i quali fui ricoverata presso l’ospedale di Niguarda, dove ipotizzarono una qualche sconosciuta malattia tropicale, sebbene il luogo più esotico che avessi mai visitato fosse Fuerteventura.

Incominciò da allora il mio progressivo allontanamento da tutto: l’Università e gli studi di filosofia, gli amici, le serate in giro per locali, persino la mia famiglia, con la quale mi ero riconciliata e che si era nel frattempo trasferita in Liguria. Faticavo a concentrarmi, pativo frequenti mal di testa e mi dimenticavo qualsiasi cosa con estrema ed irritante facilità, tanto che benché mi sforzassi mi sfuggivano molti dettagli di episodi avvenuti negli anni precedenti. Fu qualcosa di più profondo della noia o del momentaneo disinteresse, fu un graduale e definitivo distacco dalla mia vita. Continuavo solo a lavorare perché era necessario alla mia sopravvivenza. Avevo adottato un grosso gatto bianco che si chiamava Lancillotto, ma ad un certo punto non si lasciò più avvicinare: la mia semplice presenza in casa pareva terrorizzarlo. Dal giorno in cui scomparve, il mio isolamento divenne totale.

E stasera sono appena le otto, ma in gennaio a quest’ora il cielo è già completamente scuro. Una spessa coltre di nubi ha inghiottito la luna e le stelle, e attraverso i vetri un poco appannati della porta finestra del soggiorno i miei occhi percepiscono un buio che nessuna illuminazione artificiale potrà mai mitigare. Mi siedo qui davanti e aspetto, perché ormai mi sono arresa. Tuttavia, vorrei sapere perché io, e che cosa vuole da me.

Mi sono appisolata in poltrona, ma mi sveglio di soprassalto, come rispondendo ad un richiamo imperioso. Sono quasi le due e lo scorgo apparire da dietro il parapetto che costeggia il Naviglio, e la sua veste bianca emana una fioca luminescenza. Pare uscito dalle nere acque del fiume e in fondo potrebbe davvero essere così. Lo guardo avvicinarsi alla mia finestra, come se camminasse nell’aria, ed ho la curiosa sensazione che la sua figura sia piatta, del tutto priva di spessore.

Mia madre inginocchiata davanti a me che mi chiude il cappottino di orsetto grigio con i grandi bottoni di madreperla e il suo fiato odoroso di menta, il profumo di faraona arrosto il giorno di Natale nella casa di ringhiera dei nonni, a Porta Vigentina, il bagno all’Idroscalo con mio padre che mi tiene saldamente la mano, il giorno che bigiai al liceo e vagai per Brera tutta la mattina, il profilo di Nicola sull’orizzonte del mare, l’amore che mi scaldava il cuore e il sangue, il profumo delle erbe selvatiche e il sapore del sale sulla sua pelle…

I ricordi di tutta la mia vita defluiscono rapidamente fuori dalla mia mente senza che io possa fare nulla per impedirlo, e ne provo un dolore struggente, mentre la fisionomia di fronte a me acquisisce volume e luminosità, ed io mi sento letteralmente strappata via.

Dove sono? Chi sono?”

Dalla relazione del 3 marzo 1988 a firma del dottor Ermanno Garavaglia, psichiatra presso l’Ospedale  Paolo Pini di Milano, sulla paziente Antonella Gemelli:

“La paziente, di anni 22, è giunta presso la struttura in preda ad una grave forma di amnesia,  dopo essere stata soccorsa da un passante mentre all’alba dello scorso 23 gennaio, scalza e senza cappotto, cercava di scavalcare il parapetto del Naviglio in Ripa di Porta Ticinese. Non riconosceva i genitori e si esprimeva con difficoltà e con un vocabolario estremamente limitato. Nemmeno uno stato di ipnosi profonda ha potuto far riaffiorare qualcosa del suo passato, né suggerire spiegazioni sul fatto che lei fosse in strada, ma la porta del suo appartamento fosse chiusa dall’interno, con le chiavi nella serratura. Al risveglio è entrata in uno stato di estrema agitazione ed ha ripetuto più volte

“…lui ha rubato i miei ricordi”.

Subito dopo si è instaurato  uno stato di catatonia che perdura a tutt’oggi, ovvero a tre settimane dall’ipnosi. Si può ragionevolmente ipotizzare, anche dalla lettura dello scritto rinvenuto su una poltrona nel salotto della sua abitazione in Ripa di Porta Ticinese, letteralmente ricoperto da perline  multicolori sparpagliate, che la sua condizione sia conseguente alla depressione seguita alla fine traumatica di una relazione amorosa”.

“Dedicato a Robert Bloch: Ho visto l’universo tenebroso spalancare le fauci dove i neri pianeti ruotano alla cieca, dove ruotano ignari del loro orrore, senza consapevolezza o luminosità o nome. Nemesis”  (da “Il dominatore delle tenebre”. H. P. Lovecraft)

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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