È possibile ridurre l’estrema povertà nel mondo?

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povertà

Vorrei proseguire nel filone dell’ottimismo verso il futuro, dopo “mai stati meglio” , partendo dalla considerazione che, nonostante tutto – e per tutto intendo le guerre, le tensioni, gli squilibri, eccetera, che pervadono l’attualità mondiale – viviamo, in generale, nella società migliore e più equa di tutti i tempi. E nulla esclude che domani sia meglio di oggi.

Per esempio, a livello macro, è indubitabile che l’aspettativa di vita media continui a crescere grazie all’istruzione sempre più diffusa e alla migliore qualità della vita, con una consapevolezza maggiore sul significato più profondo dello stile di vita sano e con gli estremismi – religiosi e politici – che si circoscrivono in aree più limitate del passato.

L’altro tema macro sostanziale è quello della povertà estrema. E anche in questo senso, come registra la Banca Mondiale, la percentuale di coloro i quali hanno la sfortuna di vivere nelle condizioni più disagiate – che la Banca Mondiale quantifica in 1,90 dollari al giorno – è drasticamente diminuita negli ultimi trent’anni. Va però sottolineato che resta un dato altamente drammatico visto che il 10,7% della popolazione mondiale è ancora estremamente povero.

È possibile scendere ulteriormente? E un giorno è pensabile l’arrivo a zero?

 

Ragioniamoci. Il grande calo della povertà mondiale dagli anni Ottanta a oggi è coinciso con l’enorme sviluppo della Cina. Nel 1981 l’88% dei cinesi era estremamente povero e nel 2013 la cifra era scesa, incredibilmente, al 2%! E anche in maniera minore, ma ugualmente pazzesca, dell’India. Nello stesso periodo di tempo la popolazione povera è infatti diminuita dal 54% al 21% (dati Singularity)!

Nell’Africa sub-sahariana, al contrario, la situazione è peggiorata. Perché se da un lato è migliorata come minor povertà – 54% nel 1990, 41% nel 2013 – dall’altro lato è massicciamente cresciuta la popolazione continentale con la conseguenza che il numero assoluto di poveri è aumentato a 113 milioni.

Quello cinese è un boom economico tanto esplosivo quanto irripetibile, innescato attraverso la sterminata manodopera a basso costo utilizzata dal mondo occidentale e successivamente alimentata da finanza, tecnologia e geopolitica, consentendo, appunto, di togliere dalle condizioni di povertà addirittura l’86% della sua popolazione in soli 32 anni: un dato di pura utopia fantascientifica. Con alcune peculiarità – altrettanto uniche – che hanno consentito ciò e che analizzeremo nella seconda parte dell’FdS di giovedì prossimo. Però possiamo anticipare che basterebbe che la prossima ondata di industrializzazione avvenisse in Africa per generare un ulteriore abbassamento della percentuale di restante povertà estrema.

È possibile?

 

Dopo che negli ultimi trent’anni l’enorme sviluppo della Cina ha abbassato la povertà interna dall’88% al 2%, con l’India che vi è andata a ruota – dal 54% al 21% – e la somma di questi due fattori ha contribuito a un risultato epocale, solo controbilanciato dal peggioramento della situazione nell’Africa sub-sahariana: minor povertà (54% nel 1990, 41% nel 2013) ma aumento dei poveri come numero assoluto oggi a 113 milioni.

Ebbene, innanzitutto va detto che se la Cina fosse stata una democrazia – con le sue fisiologiche lentezze decisionali e il confronto elettorale (ma anche con i suoi plus in termini di diritti umani e cura dell’ambiente) – probabilmente non sarebbe cresciuta tanto velocemente, senza dimenticarci dell’aspetto logistico-territoriale; infatti il governo possedeva anche tutte le terre del paese con un ovvio beneficio di velocità e semplificazione nell’attuare nuovi progetti infrastrutturali, anche colossali. Quindi e paradossalmente viva la dittatura!

Inoltre non dimentichiamoci che in Cina dall’ormai lontano 1979 c’è il controllo della popolazione con la politica del figlio unico. Il risultato è stato altrettanto rivoluzionario: la popolazione cinese è cresciuta del 38% tra il 1980 e il 2013, mentre nello stesso periodo la popolazione indiana è cresciuta dell’84% e addirittura del 147% quella dell’Africa sub-sahariana. Se da un lato può risultare una politica odiosa da “Grande Fratello”, dall’altro lato ha portato senza ombra di dubbio più ricchezza pro capite.

Infine, al riguardo delle unicità cinesi, come dice il Financial Times, la migrazione urbana della Cina in questo lasso di tempo è stato il più grande esodo umano della storia. Fenomeno che non poteva verificarsi con una popolazione troppo giovane o troppo vecchia. Però proprio le generazioni che hanno contribuito al boom cinese stanno invecchiando e il forzato tasso di (bassa) natalità del paese non potrà sostituirli. Ecco che allora anche in Cina come nell’Occidente arriverà presto la questione della popolazione anziana maggioritaria con le relative questioni di costi per la sua assistenza. E per giunta è ancora enorme la disparità di reddito tra aree urbane e rurali.

Detto ciò, come anticipato nella prima parte, basterebbe che la prossima ondata di industrializzazione avvenisse in Africa per generare un ulteriore abbassamento della percentuale – oggi il 10,7% – di restante povertà estrema.

In tal senso è Singularity che nel confronto reputa quasi impossibile che ciò possa realmente accadere. Gli africani hanno già iniziato a lasciare le zone rurali per le città, con un tasso di crescita urbana annuale di quasi il 4% rispetto alla media globale che si attesta all’1,84%, senza però che tali città siano attrezzate per la gestione di un simile afflusso in termini di servizi fondamentali: assistenza sanitaria, trasporto pubblico e infrastrutture.

La Cina ha potuto gestire questa migrazione attraverso la guida unica del Partito Comunista mentre l’Africa sub-sahariana si trova in una situazione antitetica, avendo 46 paesi diversi con relativi governi, molti dei quali corrotti o falliti. A peggiorare la questione vi è il tasso di fertilità – 4,92% nel 2015, più del doppio della media globale – che le Nazioni Unite prevedono innalzerà la popolazione a 2,5 miliardi di africani nel 2050, un numero potenzialmente esplosivo per la tenuta dell’economia continentale.

Allora, vi chiederete, qual è il colpo di scena che può farci guardare con (cauto) ottimismo il futuro con meno poveri grazie a un’Africa più ricca? Il colpo di scena è ancora lei: la Cina! Che sta investendo pesantemente in progetti infrastrutturali in tutta l’Africa, con annessi programmi di formazione politica per i leader africani, insegnando loro le tattiche utilizzate per stimolare lo sviluppo e con decine di migliaia di borse di studio per studenti africani. Conoscendo i governanti cinesi, di filantropico c’è poco. Però se è proprio il business che muove tutto. Chi meglio dei cinesi può ripetere in Africa quello che a casa loro hanno fatto, stupendo il mondo ancora una volta!

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Alberto Forchielli

Presidente dell’Osservatorio Asia, AD di Mandarin Capital Management S.A., membro dell’Advisory Committee del China Europe International Business School in Shangai, corrispondente per il Sole24Ore – Radiocor

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