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Sorry, we missed you

Sorry we missed you

Ogni volta che esce un nuovo film di Ken Loach temporeggio un po’. So che mi genererà disappunto.

Ma poi mi dico che è bravo, che è un vecchio leone, che è serio e ha una poetica così asciutta, ma anche così intensa, e allora vado. Alla fine mi piace Red Ken. Ma stavolta è andata diversamente dalle altre.

La storia è di una famiglia che si sacrifica per sostenere l’entusiasmo del padre nel voler migliorare le condizioni della famiglia attraverso l’illusione della gig economy.

Corriere espresso con furgone

È costretto da un licenziamento ma crede al discorsetto del team leader che gli spiega che sarà un lavoratore autonomo, che dovrà rispettare degli standard di consegna e tutto il resto dipende dalla sua voglia di lavorare e dalla sua capacità. Lui pensa addirittura che dopo un po’ amplierà il business (Come? Boh). Alla fine l’algoritmo si impadronirà di lui, ma soprattutto il team leader diventerà il suo aguzzino, non facendo altro che applicare aridamente delle regole spietate, in modo peraltro aperto e onesto.

La sua discesa agli inferi è punteggiata di segnalazioni didascaliche che esibiscono il tradizionale armamentario sindacale: il lavoro aliena, allontana dalla famiglia, i figli abbandonati crescono male e saranno privati della possibilità di esprimersi, se non costretti a loro volta all’emarginazione. Le ragioni del capitale inducono il lavoratore ad appropriarsi di logiche perverse che lo assoggettano rendendosi inconsapevolmente avversario di sé stesso.

Tutto questo mi ha fatto sentire terribilmente in colpa verso mia figlia, che è oppositiva più o meno come l’adolescente del film e mi pare sia esposta ad analoghi rischi, benché io abbia molte più opportunità di occuparmene. Devo essere un genitore molto scarso.

Oppure la logica della sceneggiatura è parziale

Non si può nemmeno invocare l’irrigidimento senile di Ken, dato che è solo il regista, mentre l’autore, come degli ultimi altri film, è Paul Laverty, che ha solo 62 anni.
Al posto del monumentale monologo-pistolotto da svariati minuti che era il marchio di fabbrica di Ken e dava alla sua posizione la forza della ragione (Terra e Libertà, Bread and Roses, Il Vento che Accarezza l’Erba, più breve in Un Bacio Appassionato) qui abbiamo un’immagine dell’innocenza infantile che interpreta la verità, facendo un’azione dannosissima ma per la quale siamo costretti a provare pietà.

Come si dice ora, anche no.

Dopo l’intervento del destino cinico e baro e l’apparizione della fase

“ma cosa ci stiamo infliggendo?”

il film si avvia a un finale aperto, ma con una apprezzabile (almeno questa) nota di speranza.

Il film è realizzato bene, come sempre, gli attori sono convincenti, ma è adatto più che altro a chi voglia rinsaldare le sue posizioni in un senso o nell’altro, quindi alla fine se non siete provvisti di genuina curiosità vi piacerà.
La figlia ragazzina è meravigliosa e anche, nella sua piccola parte, la fidanzatina del figlio.

C’è più disperazione che dignità. E i buoni comportamenti della famiglia travolta sono dettati più dalla rassegnazione che dall’orgoglio. Forse è anche una corretta rappresentazione di questa epoca, chissà.

Ken è ancora bravo, ma stavolta non è stato un leone.

Con l’occasione si potrebbe fare una cosa che a Red Ken piacerebbe: un po’ di cineforum e discutere dell’attualità del film. Qui sono meno a mio agio perché si tratta di esporre la mia opinione, non semplicemente la mia visione di un film, e mi chiedo sempre se sia lecito e possa interessare.

Ma credo che, in fondo, su un blog con molte voci, questo possa anche attivare un fenomeno positivo.

Davvero la trasformazione del lavoro è contro i deboli, anzi, contro tutti coloro che non sono privilegiati, cioè la stragrande maggioranza delle persone?

Io credo che il mondo del lavoro liquido, digitale, dei corrieri, dei rider, dei braccialetti di Amazon si nutra di ipocrisie e falsità, tanto quanto nel passato, in forme aggiornate e in misura proporzionale all’aspettativa delle persone di sentirsele raccontare.

Quando l’amabilissimo protagonista di Il Posto (Ermanno Olmi, 1960, da vedere), al termine del film, venne fatto accomodare (eufemismo) alla sua scrivania di impiegato d’ordine della Edison, nessuno pensò di indorargli la pillola, dato che lui non se l’aspettava affatto. Un bel respiro, deglutizione, e testa bassa, fino alla pensione.

Queste ipocrisie non devono essere prese per buone nel momento in cui si valuta la situazione.

Certamente i sistemi di gestione delle operazioni attuali fungono da guida e controllo per chi lavora, ma lo scandalo che ne deriva forse dipende dal fatto che ormai ci sono così poche fabbriche da aver perso la nozione di come funzionavano.

Il lavoro operativo efficiente funziona così. Punto.

E quei sistemi sono un aiuto per chi organizza e anche per chi lavora.

Naturalmente possono imporre un ritmo insostenibile, ma questo era vero anche prima, solo che magari ci si poteva divincolare raccontando più frottole. Ditemi voi se è una bella cosa. (Rispondo per me, fino a un certo punto sì, nessuno “non ha niente da nascondere”, ma quando si costruisce una mitologia sulle frottole no. Ed è quello che succede in molte aziende, ed è uno dei motivi della bassa produttività italiana).

Con questo vorrei mettere da parte il tema luddista. Non è determinato dal sistema o dalla tecnologia, ma dalle scelte di datore e lavoratore, ovvero dalla capacità negoziale (collettiva) e dalla scelta se accettare o no (individuale). Il famoso algoritmo dei rider, che fa lavorare di più chi ha lavorato di più, ha bisogno di coloro che lavorano di più per funzionare.

Difendere queste persone dal supposto pericolo è di sinistra o è populista?

Se gli studenti non sono disposti a fare ciò che fanno gli immigrati non dovrebbero prendersela con l’algoritmo. In ogni officina si dava lo straordinario per primo a chi era più disponibile. Naturalmente possono esserci degli abusi e andrebbero regolati come si è sempre fatto in passato (un po’ meno, meglio), ma i problemi non sono né la logica, né gli strumenti.

Resta che sono lavori poveri, è vero. Peraltro chi li fa è povero, ovvero non può guadagnare di più e prende quello che c’è. Però in una società post-industriale, dove la produttività si ottiene col valore dell’output e non con l’efficienza operativa del lavoro, non sono i lavori su cui bisognerebbe concentrarsi. Dovrebbero essere visti piuttosto come un’opportunità augurabilmente transitoria per chi non può (ancora) accedere a lavori più ricchi. Ottima anche per gestire l’inserimento nella società (e penso all’immigrazione, che abbiamo tanto bisogno di poter gestire diversamente dagli strepiti di chi si sente invaso).

Dovremmo prendercela col fatto che il sistema economico non sa produrre lavori ricchi, che trascinano la filiera, piuttosto che su come gestisce quelli poveri.

Adattarsi alla trasformazione del lavoro significa essere liberisti e quindi, a seconda dei casi, dei cinici sfruttatori o dei servitori remissivi?

La contrapposizione non è se tutelare o meno i lavoratori ma se volergli dare la possibilità di inserirsi e crescere o no. Se difenderne le debolezze e le obsolescenze, indulgendo nel populismo, o favorirne la crescita.

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Per riferirci ai bei tempi andati, se inventarsi qualche prebenda per aiutare i pescatori di Pozzuoli con la loro barchetta o farli assumere nel nuovo stabilimento-modello dell’Olivetti (parlo degli anni ’50). Il liberismo non è quello che lascia sfruttare i rider, è quello che consente gli investimenti necessari a generare i posti di lavoro che ci interessano davvero.

Il liberismo non è quello dei piccoli e grandi imprenditori che difendono i loro business riparandosi sotto la grande indulgenza riduttiva, populista e sovranista, ma quello di chi vuole mettersi in grado di partecipare ai processi globali per come avvengono.

L’unico modo di reagire alle distorsioni che la trasformazione si porta dietro è rimpiangere i bei vecchi tempi?

Magari ricordando Luigi Longo come un coscienzioso altruista o Ciriaco de Mita come un brillante ispiratore di attività economiche?

C’è molto da cambiare, ma non certo guardando a un passato idealizzato, dove l’azione della politica è stata quella di ridistribuire i frutti di una crescita che stava avvenendo comunque, sulla base di vantaggi competitivi effettivi e pre-esistenti, spesso avvantaggiandosene collusivamente a spese del futuro, ma comunque navigando in acque alte.

Ora le acque sono basse, gli scogli vicini e l’azione della politica con le logiche del passato non può più permettersi di intralciare la manovra.

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Luca Bianchetti

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Pubblicato da Luca Bianchetti

Laureato in ingegneria e psicologia, ha un MBA. Ha fatto il consulente direzionale con società multinazionali, si è occupato di molti progetti di trasformazione e di ridisegno dei processi. Iscritto al PRI nella prima repubblica, non sa più a che santo votarsi.

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