Usa in gara per rimpatriare la manifattura dalla Cina

Tempo stimato di lettura: 2 minuti

controesodo

Speranze e illusioni convivono negli Stati Uniti sull’opportunità di riportare in casa parte delle attività manifatturiere che erano state trasferite in Cina. Negli ultimi trenta anni il flusso di investimenti produttivi nel Dragone non ha infatti conosciuto soste e ha trasformato ancor più radicalmente il tessuto economico statunitense. La superiorità del settore terziario nella composizione del Pil ormai è indiscutibile e irraggiungibile. Tuttavia molte aziende hanno già riportato la produzione negli Stati Uniti, stanno pensando di farlo (da ultimo è stato rilevato dalla Boston Consulting Group) oppure hanno smesso di delocalizzare e investono direttamente sul suolo americano. E’ il caso dell’industria tessile, uno dei settori maturi più penalizzati dall’alternativa cinese (dal 1990 i suoi addetti sono diminuiti del 77%) che adesso sta rifiorendo negli Usa al punto che esiste una scarsità di mano d’opera specializzata in taglio e cucitura. Ora il settore ha ripreso a espandersi in patria, indirizzato verso la qualità e l’assunzione dunque di talenti specializzati. Il fenomeno è in linea con l’obiettivo dell’amministrazione Obama che per ovvi motivi vuole aumentare l’occupazione. La ripresa in atto tuttavia non si riflette ancora con lo stesso peso sull’occupazione, essendo dovuta più all’efficienza e alla riduzione dei costi, un classico caso di jobless recovery. E’ comunque all’altra sponda del Pacifico che bisogna guardare per capire l’origine del fenomeno. La Cina è diventata un magnete meno potente anche per le lavorazioni ad alta intensità di manodopera. I salari aumentano a un ritmo del 15-20% l’anno, a fronte di una sostanziale stabilità negli Stati Uniti. L’accoglienza e le riduzioni fiscali sono molto meno vantaggiose e la terra costa. La crescente richiesta di qualità e la rapidità di re-stocking sono sempre più fattore chiave di successo sul mercato Usa rispetto al costo industriale del prodotto penalizzando la Cina. Una fase di industrializzazione veloce – dove capitali e competenze dall’estero erano indispensabili – si sta ormai chiudendo. Gli imprenditori cinesi ricercano anch’essi la qualità e l’innovazione per differenziarsi in mercati sovraffollati sulla fascia bassa di prezzo e contemporaneamente spostano le stesse produzioni in paesi limitrofi, dove i costi del lavoro sono più attraenti. Il salario minimo in Cina è ora di 175 US$, a fronte di 50 in Vietnam e 37 in Bangladesh. Il vantaggio di Pechino non risiede più dunque nei bassi costi, ma nella centralità della catena del valore. Sono le autostrade, le flotte, i porti a motivare le decisioni di investimento. La crescita del mercato interno, il ciclo economico che rallenta ma è sempre sostenuto, sostengono la domanda. La sofisticazione produttiva – ancora un obiettivo, non un’acquisizione – lascia poco spazio a prodotti che si basano solo su prezzi concorrenziali. E’ probabile che in questa cornice di incertezza – la crisi, la nascita di altri poli produttivi, la trasformazione della Cina – l’investimento possa tornare negli Usa, che cioé il reshoring si accompagni al collaudato offshoring. Bisognerà tuttavia verificare le dimensioni e i tempi di questo fenomeno. Le decisioni di investimento hanno ripercussioni di lungo respiro sull’occupazione, mentre altre geografie competeranno con i costi statunitensi, perché esistono al mondo almeno 50 paesi ove delocalizzare a costi bassissimi e spesso indecorosi.

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

Alberto Forchielli

Presidente dell’Osservatorio Asia, AD di Mandarin Capital Management S.A., membro dell’Advisory Committee del China Europe International Business School in Shangai, corrispondente per il Sole24Ore – Radiocor

Latest posts by Alberto Forchielli (see all)

Precedente L'Unione Europea: una faticosa apologia Successivo Cinquanta anni dal Vajont. Cosa abbiamo imparato?

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.