Cina: al Plenum Xi tenta la sintesi fra conservazione e riforme

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L’attesa che circonda il Plenum del Comitato Centrale scaturito dal XVIII Congresso del Pcc sembra spasmodica; forse più pressante all’estero che non in Cina. Molti fattori contribuiscono all’attenzione; tra questi, tre sembrano i principali. Quando Xi JinPing aprirà i lavori – che dureranno dal 9 al 12 Novembre – gli occhi del mondo saranno su di lui, taccuini e tablet dei giornalisti ne rileveranno i passaggi della relazione. Sembra che il mondo – e soprattutto l’Italia – cerchino di recuperare un’attenzione finora flebile e soprattutto imperniata sul falso dilemma “Cina, minaccia o opportunità”. I riflettori certificano l’ascesa della Cina, un fenomeno storico ormai giunto a conclusione. Ora il paese ha raggiunto un livello medio di reddito, ha sconfitto il sottosviluppo e le sue dimensioni incutono timore e rispetto. Per questo il mondo guarda con attenzione verso la Cina. Inoltre l’assise ètradizionalmente un luogo di decisioni storiche. Il terzo plenumdel CC ha dato vita nel 1978 alla politica di “riforme ed apertura”di Deng Xiao Ping che, con un’acuta virata di 180°, ha sconfitto il maoismo della Rivoluzione Culturale ed ha posto i binari che hanno diretto il paese verso i record conosciuti. Tutte le decisioni successive sono state prese in plenum analoghi. In un paese dove ancora la politica è al posto di comando, la linea che deriva dal partito plasma le decisioni successive. Sono infine proprio queste, soprattutto a livello internazionale, ad interessare gli analisti. È tramontata l’immagine della Cina racchiusa al suo interno; oggi le sue decisioni influenzano il resto del mondo, soprattutto nella crisi dei paesi industrializzati. Cosa succederà agli Stati Uniti ed all’Europa se la Cina smette di comprare il loro debito pubblico? Che scenari si apriranno nel Pacifico se la Cina accelera sul proprio orgoglio nazionale e rivendica con forza le isole contese?Quali conseguenze si avranno per le aziende, anche e soprattuttoper quelle italiane, se il paese virerà verso una “domestic ledgrowth” che attrarrà i beni di consumo stranieri? L’elenco potrebbe continuare, ma è probabile che la relazione di Xi si concentrerà sui temi interni. Non mancano i nodi da sciogliere e sono più importanti, per la dirigenza, di quelli globali: dalla riforma della proprietà agricola all’inurbamento, dalle rivendicazioni salariali alla corruzione, dalle differenze di reddito alla situazione ambientale.

Sarebbe tuttavia un errore riporre eccessive speranze sui risultati del Plenum. Chi si attende riforme incisive e immediate o addirittura di stile occidentale culla l’illusione di un’evoluzione naturale della linea politica. Invece la Cina, dietro l’apparente unità, non dimostra la concordia necessaria per avviare le riforme. Esse hanno bisogno non solo di coraggio, ma di condizioni stabili per poterle avviare. Il nuovo segretario Xi – eletto solo un anno fa – è una sintesi delle diverse istanze nel patito. È il candidatomigliore a gestire un passaggio difficile, dove molte anime – e soprattutto molti interessi – convivono e vogliono proteggersi.Non ha ancora l’autorità, prima ancora che l’autorevolezza, di imprimere svolte storiche. Può tuttavia aprire una strada, indicare una direzione. Per questo è lecito aspettarsi una miscela di annunci e riforme, di cambiamento e di conservazione, di propaganda e di analisi. Le prime conclusioni saranno possibili alla fine del Plenum, quelle più veritiere a distanza di qualche mese, quando l’attesa mediatica avrà lasciato spazio all’analisi su quanto effettivamente sia stato cambiato.

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Alberto Forchielli

Presidente dell’Osservatorio Asia, AD di Mandarin Capital Management S.A., membro dell’Advisory Committee del China Europe International Business School in Shangai, corrispondente per il Sole24Ore – Radiocor

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