Cinquanta anni dal Vajont. Cosa abbiamo imparato?

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Vajont

Sono già passati cinquanta anni da quella notte. Dalla notte del 9 ottobre 1963. Quando una montagna crollò nel lago artificiale a monte della diga del Vajont.
Questo enorme pezzo di monte Toc, cadendo nel bacino, alzò un’onda alta duecento metri. La diga non cedette. Ma l’onda di acqua fuggì verso la valle cancellando tutti i borghi che trovava lungo il suo incedere. Persino i paesini ai lati e a monte dell’invaso furono investiti dall’onda e cancellati. Alla fine il bilancio fu di quasi duemila vittime e di una mezza dozzina di borghi quasi annientati dalla massa d’acqua e fango.
Il primo progetto per la diga del Vajont risale agli anni venti del secolo scorso. In uno slancio autarchico, si cercava di sfruttare tutte le possibili fonti di energia interne. E il nostro paese, con le tecnologie di allora, offriva soprattutto la forza dell’acqua in caduta.Passarono decenni. Passò una guerra mondiale. Passarono diverse versioni del progetto. E ad ogni revisione del progetto, la fame di energia cresceva, la diga si alzava, la massa d’acqua diventava più pesante. Le autorizzazioni finali e la realizzazione sono a cavallo degli anni cinquanta e sessanta. Va segnalato che, nonostante ci fossero molti dubbi sulla stabilità geologica del monte sovrastante, il progetto fu cambiato in corso per alzare di molto l’altezza della diga.
La costruzione fu un esempio tra i più brillanti della maestria del lavoro italiano. Gli ingegneri e gli operai diedero un esempio brillante a tutto il mondo. Un grave, tragico errore fu indotto dalla fretta e dall’avidità dei committenti. Si decise infatti di soprassedere sui sospetti, rivelatisi fondati, di inadeguatezza del sito. Il monte Toc nei secoli aveva già dimostrato di essere troppo fragile. Quindi pericoloso per un’opera artificiale di questa mole.
Ma la piana del bellunese e del mestrino erano sempre più affamate di energia. E questi dubbi furono chiusi in un cassetto sbagliato delle coscienze di chi doveva decidere.
Di fronte a questa tragedia gli italiani si divisero. Tra chi incolpava il fato: un maltempo eccezionale aveva macerato la montagna inzuppandola di acqua. E chi additava la imperizia: studi geologici avversi c’erano, ma si era preferito non darvi credito.
Tina Merlin, una giornalista della zona, dedicò gran parte della sua carriera e della sua vita a cercare di mettere assieme queste notizie. A lei si deve molto delle ricostruzioni che oggi sono a nostra disposizione per farci un’idea dei fatti.
Marco Paolini ha scritto e portato in teatro “Il racconto del Vajont“. Opera che riesce a fare breccia così bene nelle emozioni del pubblico da essere entrata di contrabbando perfino nel piccolo schermo.
Anche Mauro Corona, alpinista e scrittore ha parlato a lungo dei luoghi e di quello che ha significato l’episodio nella vita delle valli bellunesi.

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Passati cinquanta anni esatti dai tragici eventi è utile riflettere su come dove siamo oggi nell’utilizzo di energie alternative.
Le risorse ecologiche del pianeta non sono infinite. Quando oltrepassano un livello di picco di sfruttamento iniziano a scarseggiare e a costare molto di più. Ma spesso, per mancanza di una visione d’insieme, arriviamo a dire che è la Natura a essere pericolosa. Dimenticando cosa le abbiamo fatto per secoli.
Oggi la carenza di materie prime è la stessa di allora. Ma nel frattempo sono intervenuti dei fattori nuovi. Il progresso tecnologico ha reso disponibili fonti di energie rinnovabili allora sconosciute o sottoulitizzate. Il vento (allora usato quasi solo per azionare pompe idrauliche nei campi) adesso è sfruttato da batterie di giganti pale eoliche. Altre forme ancora numericamente minori, come il geotermico o lo sfruttamento delle maree, stanno portando a soluzioni sempre più efficaci.
L’energia solare, grazie al posizionamento geografico del nostro paese, offre interessantissime possibilità per il futuro. Stiamo passando in questi anni a materiali e soluzioni che offrono prestazioni sempre più efficienti.
L’Italia ha le carte in regola per essere il primo paese a raggiungere la convenienza dell’energia solare (grid parity). Ma per farlo occorrono scelte coraggiose e innovazione.
Proprio da una lettura attuale della vicenda del Vajont possiamo quindi trarre qualche utile spunto per metterci sulla strada giusta per gestire le energie di domani.Replicare l’eccellenza nella progettazione e nella realizzazione dell’opera.
Ma senza essere deboli nella tutela del territorio e nella prevenzione degli eventi naturali. E’ la conoscenza e l’innovazione la chiave di volta che, dopo mezzo secolo, possono permetterci di procedere con il passo giusto.

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Simone Magnani

Laurea in Economia. Esperienza pluriennale in marketing di prodotti ICT e in soluzioni finanziarie. Nato a Milano, vive a Roma. Corre a piedi. Scrive articoli, racconti e pezzi umoristici. Quasi tutti in prima persona singolare.

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