Il Vietnam tra Cina e Stati Uniti

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 tempio cinese

In Asia Orientale trova spesso conferma il classico adagio diplomatico: “Il nostro paese non ha nemici o amici, soltanto interessi”. Di conseguenza, si cambiano alleanze per perseguire i propri vantaggi. Le amicizie sono insincere e marcate da temporaneità. Le smentite e le virate sono all’ordine del giorno. Tutto ciò è stato possibile per la fine della Guerra Fredda, per la scomparsa dell’oppositore ideologico. Il nemico è incerto, mutevole, occasionale, proprio come il paese che si oppone. Prevalgono le convenienze sugli schieramenti. In questo quadro, la posizione del Vietnam rappresenta molto probabilmente l’esempio più probante. La sua politica estera è dettata dai rapporti tra le due grandi potenze, la Cina e gli Stati Uniti. Con la prima è divisa da un confine lungo, impervio, intriso di tensioni e di collegamenti. Con i secondi ha combattuto una guerra che ha segnato un’epoca e che dopo 50 anni dal suo inizio mostra ancora le cicatrici. Il governo di Hanoi ha sempre cercato si sfruttare a proprio vantaggio le rivalità tra Washington e Pechino. Durante la guerra è stato automatico schierarsi con la Cina. Tuttavia dopo il ritiro statunitense e la Liberazione del 1975, i dissapori millenari con il vicino settentrionale sono di nuovo esplosi, fino a sfociare nella breve guerra del 1979. Il Vietnam si è trovato così a gestire la ricostruzione senza amici, esclusa la declinante Unione Sovietica. Per questo è stato necessario normalizzare le relazioni con Cina e Stati Uniti. Come sempre, a un paese in via di sviluppo servivano capitali, tecnologie, management e protezione politica. In misura diversa, Hanoi poteva trovarli nelle altre due capitali. I risultati sono stati molto validi, ma non per queste le tensioni trilaterali sono state assorbite. Il Vietnam si è affermato come l’ennesimo caso di successo in Asia, è divenuto un tigrotto muscolare, una media potenza regionale. I suoi ritmi di crescita sono stati elevati, trainati dalle esportazioni e dagli investimenti esteri. La Cina è da molti anni ormai il primo partner commerciale, detiene la supremazia per le importazioni del paese, che invece trova negli Stati Uniti la prima destinazione delle sue merci. La sconfitta della povertà endemica è stato il traguardo socialmente più rilevante conseguito dal governo. La crisi del 2008 ha però svelato antiche debolezze. Il declino delle esportazioni nei mercati industrializzati ha acuito i problemi strutturali del paese: le diseconomie delle aziende di stato, la corruzione, il peso eccessivo della sfera contadina, la generale arretratezza produttiva. L’ingresso nel Wto avrebbe dovuto migliorare la situazione, ma i risultati sono stati più lenti del dovuto. Il Vietnam si è visto dunque costretto a frenare nella rincorsa verso un traguardo di paese a medio reddito che sembrava alla sua portata. Dopo anni di aggiustamento, la situazione sembra ora sulla strada del recupero, con un aumento del Pil nel 2013 che si assesterà sopra il 5%. Nel frattempo, l’impatto della Cina è aumentato, non soltanto per gli scambi commerciale, ma anche sul fronte degli investimenti che dal Dragone si dirigono sempre più verso sud. La Cina ha ormai un peso decisivo che rischia tuttavia di divenire soffocante. La sua rivendicazione delle isole Spratley e Paracels (queste ultime ambite dal Vietnam, mentre le prime contemporaneamente da molti paesi del sud-est asiatico) ha reso la situazione politica incandescente e la diplomazia potrebbe lasciare il campo ai venti di guerra. Hanoi non ha altra possibilità che rivolgersi a Washington, per un asse che la tuteli da immaginabili perdite territoriali, di prestigio e di legittimità interna. Le manovre congiunte, gli appelli all’internazionalizzazione della disputa (che Pechino non vuole), le dichiarazioni allarmate dell’Asean confermano tutte che la tensione nel mar cinese meridionale va al di là delle semplici isolette coinvolte. Esse sono un pretesto per la ricerca di equilibri delle grandi potenze. Il Vietnam si trova nel mezzo di questo cambiamento, che ovviamente non vuole subire. Sta avvenendo in conclusione un rovesciamento di ruoli. La Cina è necessaria economicamente ma è temuta politicamente; gli Stati Uniti non sono più il nemico di ieri, ma l’ineludibile partner di oggi. Il gigante asiatico garantisce lo sviluppo, quello americano la sicurezza. Sono priorità diverse rispetto al passato, nelle quali comunque il Vietnam dovrà abituarsi a convivere perché il rafforzamento dello stato passa attraverso la completa robustezza economica.

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Alberto Forchielli

Presidente dell’Osservatorio Asia, AD di Mandarin Capital Management S.A., membro dell’Advisory Committee del China Europe International Business School in Shangai, corrispondente per il Sole24Ore – Radiocor

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