Il lifting di Cameron sulla Brexit

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Seconda, e non ultima, puntata della telenovela anglo-europea (qui la prima parte), conclusosi il Summit del 18-19 febbraio per mettere ai voti la proposta del presidente Donald Tusk su una nuova piattaforma di rapporti fra UK e UE.
Una maratona pesante e surreale con continui ritardi e rinvii degli incontri, che da “colazione” diventano brunch, pranzo e infine cena, e traumatizzati cronisti da Bruxell come Peter Spiegel, David Carretta o Marco Zatterin che mandano tweet sempre più disorientati.
Che l’aria fosse pesante e si profilassero continui stop alle trattative è stato chiaro fin dall’inizio: Cameron arriva al vertice rilanciando pesantemente sui tempi per la sospensione dei benefits sociali ai lavoratori UE, 7 anni (cui poter eventualmente aggiungerne 3+3, a discrezione londinese, quindi 13 in totale) invece dei 4 proposti. Alla strenua opposizione del c.d.Gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia – e ci sfido sono quelle con il maggior numero di emigrati in terra d’Albione) si è poi aggiunta la Grecia che, ormai allo sbando sulla questione immigrati clandestini e traffico di esseri umani, minacciava il veto se la Gran Bretagna si fosse smarcata dalla mutualità prevista nella accoglienza dei migranti.
Infine, apparentemente come un macigno ma grande clamore non sembra esserne seguito, arriva la netta presa di posizione “pro-Remain” di almeno 80 tycoon di aziende rappresentanti la maggioranza del capitale del FTS100 al London Stock Exchange, resa nota dal Daily Telegraph e che ricalca in sostanza i timori delle aziende con base a Londra di rimanere escluse dal Mercato Unico e per quanto riguarda l’industria finanziaria di trovarsi escluse dal progetto di Unione del Mercato dei Capitali.

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Finalmente, come pioggia dopo l’arsura, arriva sulle 22.30 di venerdi 19 il tweet consolante di Tusk che un accordo è stato raggiunto all’unanimità, seguito un quarto d’ora dopo da quello di Cameron che promette avrebbe raccomandato il testo dell’accordo al Parlamento inglese già il giorno dopo e sostenuto il no al referendum. É la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale che il parlamento londinese si riunisce di sabato.

Ma solo il giorno dopo, la Commissione Europea rende pubblico il testo dell’accordo.
L’incipit di Juncker è degno dell’apoteosi di un generale romano:

l’accordo è legalmente vincolante (ma diventerà effettivo solo dopo il no al referendum, su espressa volontà del premier belga, NdA) ed è un buon accordo per tutti, UK, UE, Stati Membri, che salvaguarda l’integrità del mercato unico e la coesione dell’eurozona, un accordo che non aumenta le distanze ma costruisce ponti (corsivo mio)

Gli esiti, al lordo dell’ansia creata dalla maratona negoziale, in verità erano largamente attesi:
1. Competitività: come previsto dalla lettera di Tusk solo promesse da marinaio senza nessuna particolare concessione;
2. Sovranità: esattamente come nella proposta di Tusk, Londra conquista un, a mio parere, incredibile riconoscimento di poter proseguire su una strada di ulteriore integrazione politica solo ed esclusivamente su base volontaria, acquisendo de facto ma soprattutto de iure (l’accordo è previsto venga inserito nei Trattati alla prima occasione utile) una posizione privilegiata all’interno dell’Europa, pur volendo goderne ancora dei benefici;
3. Governo dell’Economia: anche qui è stato sostanzialmente accolto quanto previsto nella lettera di Tusk, ma noto che una particolare enfasi è stata posta sul rapporto fra UK e €zona, non fra UK e UE;
4. La parte più consistente delle concessioni, e come si è visto anche della bagarre mediatico-politica, è invece quella relativa ai benefit sociali per i lavoratori immigrati intracomunitari, in particolare gli assegni a favore dei figli rimasti nei paesi d’origine, che garantisce a Londra un periodo di sospensione di 7 anni (contro i 4 programmati e i 13 di Cameron), non retroattivi (perciò validi solo per i nuovi migranti, avremo figli primogeniti e figli della serva insomma).

Con questo testo, Cameron è tornato trionfante a Londra e, dopo la discussione al Parlamento, ha annunciato il sostegno alla campagna del no e indetto il referendum per la data del 23 giugno.

Visto così non sembra che grosse modifiche vi siano state alle iniziali proposte, e deve invece ben essere un argomento caldo quello dei benefit sociali se ha prodotto tanto tamtam, qualcosa a livello di sostenibilità della spesa pubblica se, usando le parole di Cameron, “l’Inghilterra non ce la fa più”.
Vediamo alcune riflessioni su un paio di punti. In tema di sovranità mi chiedo come lo special status accordato alla UK modificherà i regolamenti del Parlamento Europeo e della Commissione in materia di voto. Mi spiego: se vuoi stare con i piedi su due staffe e all’occorrenza startene fuori, ti accordo un potere di esprimere opinioni sulle mie intenzioni di un ulteriore processo integrativo, non ti accordo un diritto di voto. O prendi il pacchetto o no. Sbaglio?
Un tweet del commissario Jonathan Hill mi sembra proprio rivelare questi dubbi:

Tuttavia, sortunatamente, non mi sembra allora benaugurante l’accoglimento del principio per cui gruppi di parlamenti nazionali, rappresentanti almeno il 55% dei voti dei rispettivi Parlamenti, possano interrompere i lavori del Consiglio e del Parlamento Europei in caso ravvisino preoccupazioni sulla compatibilità delle proposte di legge in corso e il principio di sovranità, interruzione in cui si dovrà verificare che modifiche apportare per venire incontro alle preoccupazioni espresse. Finora vi è stata una prevalenza, in linea generale di principio, delle norme europee su quelle nazionali, proprio per procedere spediti e senza ostacoli all’integrazione e necessaria uniformazione. Ma se la UK ha uno status privilegiato all’interno delle UE e la sua sovranità ne è uscita accresciuta, allora potenzialmente un numero crescente di disegni di legge sarà incompatibile.
Il punto cruciale sarà chiedersi se un gruppetto di parlamentari inglesi a Bruxelles possa effettivamente rappresentare almeno il 55% dei voti in patria, e cinicamente e pessimisticamente penso di sì. Quantomeno perchè i fatti mi fanno pensare che le spinte populiste e di pancia nell’elettorato britannico siano prevalenti e i deputati, per quanto consci dei rischi di uscire dalla UE, non possano far altro che cavalcarli almeno temporaneamente mostrando i muscoli, con l’esito scontato di ingolfare la già farraginosa macchina legislativa e burocratica europea. Un esempio lo potremo avere, secondo me, già nell’attuazione delle nuove norme sugli assegni ai figli dei lavoratori intracomunitari. Una marginale nota del testo dice che, successivamente ai 7 anni di sospensione piena, vi sarà un “progressivo aumento” dei benefit in funzione della “progressiva integrazione del lavoratore nel mercato del lavoro inglese”. Il “purgatorio” è perciò destinato a durare più a lungo, quasi come Cameron voleva.
Mi chiedo: i regolamenti che stabiliranno obiettivamente e legalmente i parametri per decidere questa progressiva integrazione, chi li stabilirà? Bruxelles per garantire voce a quei paesi dei migranti coinvolti nell’argomento, oppure Londra in base alla riconquistata sovranità?

Il tema della governance economica è complementare a quello della sovranità, sembra apparentemente che tutto sia tranquillo e come prima, ma l’istinto mi dice di fare attenzione alle ricadute possibili in tema di Supervisione Bancaria Unica (SSM) e il principio di mutualità nei meccanismi di aiuto economico intracomunitario.
Se la UK si “smarcasse” dalla Unione Bancaria e in particolare dalla Vigilanza Unica, questo strappo avrebbe un peso: verrebbe meno da un lato l’uniformità nella valutazione delle banche (sostenibilità finanziaria, congruità patrimoniale, trasparenza e veridicità nell’applicazione dei principi contabili, specialmente per quanto riguarda la valutazione dei rischi su crediti e assets, specie esotici) e dall’altro si riaprirebbe la porta a sospetti di collusione fra Vigilante nazionale e Vigilato.
Principi contabili difformi hanno finora portato in Europa a una concorrenza indebita, fra banche più “fiscali” e altre più “lasche”, e uno strappo sulla Vigilanza e nella condivisione delle informazioni anche riservate sulle banche vigilate può portare a inattesi effetti domino in caso di illiquidità o insolvenza di un istituto, considerata l’alta connessione già esistente fra piazza londinese e europea.
Ma di tutto questo non si parla, per ora, apertamente. È sì un tema tecnico e arido per i più, ma è proprio la risposta che l’Europa coralmente tentava di darsi per ripristinare i canali del credito interbancario, della fiducia fra banche e i meccanismi di trasmissione della politica monetaria.

 

Tiene banco invece la polemica sugli assegni dei figli dei migranti comunitari che lavorano a Londra. Deve trattarsi di una partita finanziariamente importante per Cameron se, come sospetto, tutto il vertice si è in sostanza accentrato su questo tema.
Qualcuno a Bruegel si è però dato la pena di vedere i numeri, e il risultato è scioccante e avvilente insieme: solo un irrisorio 0,26% del totale degli stessi assegni è concesso a figli all’estero di lavoratori UE migrati a Londra e lo 0,09% è rappresentato da crediti di imposta per la stessa categoria. Di questi il 60% è riscosso da famiglie polacche e per altro i dati mostrano già da anni un trend decrescente dei beneficiari di tali misure.
Parliamo, dati del Governo inglese (lo sottolineo), di circa 20mila migranti e 34mila bambini per una spesa totale sulle povere spalle del contribuente di puro sangue inglese di 40 milioni di sterline su complessivi 11,5 miliardi. Numeri che fanno girare la testa.
Inoltre Londra ha ottenuto di poter indicizzare questi assegni al costo della vita del paese di destinazione, che è ovviamente più bassa. Uno schiaffo per chi lascia casa, affetti, famiglia, patria e si trasferisce per avere un futuro e per darlo ai propri figli sollevandoli magari dalla miseria o dall’assenza di prospettive. Il tutto nel rispetto della mutualità tipica europea.
Possiamo solo sperare che questa proposta non riesca a passare le forche caudine del necessario voto confirmativo del Parlamento Europeo, ma non ci conto molto.
Cameron è tornato in patria esibendo un notevole trofeo e sostenendo i vantaggi di stare in “una Europa riformata, pur rimanendo sovrani, prendendo il meglio delle due”, una ipocrisia che si taglia a fette dato che non vedo accenni di riforme ma solo uno riuscito smarcamento.
I numeri sui social benefits svelano anche cosa questo summit sia veramente stato: un teatrino muscolare di Cameron, con l’appoggio dei maggiori leaders, per consentirgli di superare a destra i suoi antagonisti interni e esterni al governo, invece di zittirli mostrando la pochezza delle loro pretese. Un inchino al populismo. E qualcosa mi dice che lo stesso lo pensi la premier lituana Dalia Grybauskaite che in un paio di tweet al vetriolo aveva candidamente espresso l’opinione che il teatro servisse a dotare Cameron di un lifting accettabile ai suoi concittadini.
Nulla di costruttivo sul fronte occidentale.

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Beneath Surface

Alla soglia degli anta decide di tornare alla sua passione giovanile: la macroeconomia. Quadro direttivo bancario, fu nottambulo ballerino di tango salòn, salsa cubana e rueda. Oggi condivide felicemente la vita reale con le sue due stupende donne.

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