Il mio nome è Bond

Tempo stimato di lettura: 3 minuti

Chi non desidera assumersi il rischio di comprare delle azioni, ma cerca rendimenti superiori ai tassi di conto corrente, è di solito un investitore in obbligazioni (bond).

Ma che cos’è una obbligazione?
E come funziona?

Le obbligazioni, sia quelle emesse da imprese (corporate bond) sia quelle emesse da Stati (titoli governativi) seguono un identico e semplice principio: sono titoli che rappresentano il debito dell’emittente. Sottoscrivendo una obbligazione all’emissione si concede un prestito al soggetto che la emette per un determinato periodo di tempo, e riceve in cambio degli interessi e la promessa di restituzione del capitale prestato, che avverrà alla fine del periodo concordato.

Il rischio principale di un bond consiste dunque nel fatto che, ad un certo punto, il soggetto a cui il sottoscrittore ha prestato denaro diventi incapace di onorare gli impegni presi. Se si presta denaro ad un’impresa che poi fallisce, ad esempio, si concorrerrà alla riscossione dei propri crediti presso il liquidatore ed in quanto obbligazionisti si potrà sperare di spuntare un rimborso parziale (mentre per gli azionisti ben di rado resta qualcosa).

Questo rischio viene valutato da agenzie che assegnano un punteggio, chiamato rating, alla solvibilità dell’emittente e viene chiamato “rischio di credito“. Questo rischio può essere ridotto sensibilmente con una ampia diversificazione: già al tempo dei Fenici si divideva il carico in decine di navi diverse così che se una fosse affondata sarebbe stato un danno, ma non una sciagura.

Il rischio di credito, però, non è il solo tipo di rischio che un obbligazionista assume.

Le obbligazioni, infatti, sono titoli con una scadenza, ma durante la loro vita possono cambiare proprietario: è possibile venderli e comprarli, e l’incontro tra domanda ed offerta -il cosiddetto mercato- assegna così un valore (un prezzo) al titolo.

Questo prezzo esprimerà certamente la percezione di quanto sia probabile che l’emittente possa rimborsare il capitale a scadenza, come si spiegava poco sopra,  ma ci sono anche altri elementi da considerare: un titolo che viene emesso ad un certo tasso di interesse, poniamo 3%, verrà ritenuto di minor valore se qualche tempo dopo la sua emissione i tassi disponibili sul mercato fossero saliti: se infatti le nuove emissioni pagassero ad esempio 4% chi accetterebbe di comprare alle stesse condizioni i vecchi titoli emessi al 3%? Ecco dunque che – senza che sia cambiato il valore del rischio di credito- il valore del titolo è diminuito: l’ipotetico compratore sarà pronto ad acquistare il titolo soltanto pagandolo meno del valore di rimborso, così da “compensare” l’interesse più basso con un rimborso maggiore della cifra investita. Nell’esempio che abbiamo fatto se il titolo avesse 4 anni di vita residua il suo prezzo dovrebbe esprimere il recupero dell’interesse non goduto: 1% (la differenza fra 4 e 3) per i 4 anni di durata. Quindi quel titolo dal valore nominale 100 avrebbe un prezzo (circa, semplificando) di 96.

Questo rischio è chiamato “rischio di tasso“. Lo si può ridurre scegliendo titoli a tasso variabile, che adeguano la cedola alle condizioni di mercato e dunque hanno prezzi più stabili.

E’ evidente che la rispondenza del prezzo assegnato dal mercato al valore stimato del titolo, tenuti conto sia il rischio credito che il rischio tasso, dipende dal fatto che il titolo venga scambiato costantemente da molti soggetti, insomma che “ci sia mercato”: un titolo scambiato solo da un paio di controparti per pochi pezzi al giorno è più probabile che abbia prezzi non fedeli al suo valore.

Stiamo parlando del “rischio di liquidità“. Quanto maggiore è l’illiquidità di un titolo, tanto più è probabile che quando si vuole vendere si debba svendere e quando si voglia comprare si debba strapagare. Pertanto gli investitori richiedono un premio per il rischio di illiquidità imponendo maggior rendimento (ovvero minor prezzo) al titolo.

E’ possibile sottoscrivere -o comprare sul mercato- anche obbligazioni espresse in valute diverse dalla propria. Monete diverse hanno tassi di interesse diverso, ma naturalmente chi sottoscrive un titolo da 20mila Dollari Canadesi riceverà al rimborso 20mila dollari Canadesi, il cui valore potrebbe essere diverso rispetto al momento dell’acquisto. Insomma, potrebbe esserci anche un “rischio di valuta“.

Avere un quadro quanto più chiaro possibile del mix di rischi che ci si assume aiuta a sapere di cosa preoccuparsi, ma non solo: prendere i “rischi giusti” significa anche ottenere migliori rendimenti.

Un esercizio più impegnativo sull’argomento lo trovate in “Chi ha paura dei bond?
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L'Alieno Gentile

Precedentemente conosciuto con il nickname Bimbo Alieno, L'Alieno Gentile è un operatore finanziario dal 1998; ha collaborato con diverse banche italiane ed estere.
Contributor OCSE nel 2012, ancora oggi si occupa di Private Banking.
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2 thoughts on “Il mio nome è Bond

  1. Andrea il said:

    Non mi é chiara una cosa, se io compro un certo numero di obbligazioni al 5% di cedola a prezzo 110, il 5% lo prendo su ció che ho versato o sul corrispondente valore nominale riducendo quindi il 5% ?

    • Il titolo produce cedole sul valore nominale, se compro 10mila € di BTP prenderò 500€ di cedole annuali, nell’ipotesi di un titolo a tasso 5%. Indipendentemente da quanto ho pagato il titolo. E’ per questo che il prezzo del BTP può variare anche di molto: è il valore che il mercato pondera e riconosce a due dati certi: l’importo della cedola ed il capitale rimborsato a scadenza.

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