Say che dice? Boh! Keynes che dice? Boh, boh!

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zucchero

Ci sono spettacoli spassosi e uno di questi è vedere accademici e economisti litigare sul significato di affermazioni che hanno poco più di due secoli. La contesa ha visto divisi il prof. Puglisi e Guido Iodice di Keynesblog, il primo intenzionato a difendere la c.d. Legge di Say dalla caricaturale interpretazione (cit.) datane da Keynes, il secondo a difendere l’economista del King’s College, tuttavia cadendo a sua volta nel caricaturismo che doveva evitare.

Ma cosa sostenevano Say e Keynes?
Come noto la Legge di Say, conosciuta anche come Legge degli sbocchi, dice che:

Un prodotto terminato offre da quel momento uno sbocco ad altri prodotti per tutta la somma del suo valore. Difatti quando l’ultimo produttore ha finito il suo prodotto, il suo desiderio è venderlo subito [..]. Ma non è meno sollecito a liberarsi del denaro che la sua vendita gli procura, perchè nemmeno quello resti morto nelle sue mani. Ora non ci si può liberare del proprio denaro se non comprando altri prodotti. Si vede dunque che la formazione di un prodotto genera uno sbocco per un altri prodotti. (Trattato di Economia Politica, Libro I cap.XV, 1803)

La legge di Say fa un’affermazione quasi lapalissiana: l’offerta crea la sua domanda, nel senso che la fonte da cui proviene la domanda è il reddito generato dal processo produttivo e distribuito a tutti gli attori del processo stesso che genera l’offerta.

Da questo punto di vista la Legge non è altro che l’affermazione del criterio alla base della partita doppia in contabilità.

Una affermazione banale, dicevamo. E invece non fu così banalmente interpretata successivamente: l’economia ortodossa la intese rigidamente nel senso che, qualunque fosse il livello della produzione, il valore della domanda non potesse essere inferiore e dovesse essere obbligatoriamente uguale all’offerta.

L’interpretazione di Say che davano gli economisti classici, come li chiamò Keynes per differenziarsi da loro, era di portata immensa: poichè domanda e offerta sono sempre uguali, allora il reddito di piena occupazione è sempre possibile e vi sono meccanismi che consentono automaticamente di raggiungerlo. In particolar modo essi sono il movimento libero e immediato dei prezzi e dei tassi che consentono, per qualunque livello del risparmio e del saggio di interesse, di suscitare un uguale livello di investimenti.

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Questa situazione permetteva e garantiva la piena occupazione di tutti i fattori, lavoro compreso, purchè venisse rispettata l’uguaglianza di salari reali e produttività marginale.

Ecco quale fu l’intepretazione contro cui Keynes effettivamente si scagliò, e per rendersene conto basta aprire il Libro I cap.II della sua Teoria Generale. Qui Keynes esordisce con un paio di citazioni di economisti classici che riporto:

Tutti i venditori sono inevitabilmente compratori [..]. Se si potesse improvvisamente raddoppiare la capacità produttiva del paese, si raddoppierebbe l’offerta di merci, ma nello stesso tempo si raddoppierebe anche il potere d’acquisto. Ciascuno interverrebbe con una domanda doppia. (J.S.Mill, Principi di Economia Politica)

E ancora, citando da Marshall, riporta il necessario corollario della teoria classica, che ogni risparmio sia investito nella produzione di beni capitali (il più classico S=I).
Keynes non fece alcuna caricatura, anzi un’altra sua affermazione dimostra che aveva invece una profonda consapevolezza della Legge di Say:

la conclusione che i costi di produzione siano sempre coperti in complesso dai ricavi delle vendite risultanti dalla domanda è molto plausibile, perchè è difficile distinguerla da un’altra proposizione simile, che è indubitabile: che il reddito percepito in complesso da tutti gli occupati in una attività produttiva ha necessariamente un valore esattamene uguale al valore della produzione.

Questa affermazione ci porta al cuore della critica keynesiana, perchè l’intenzione di John Maynard era appunto quella di dimostrare che risparmio e investimento potevano benissimo essere diversi, che la moneta aveva funzioni speculative e precauzionali diversissime da quelle meramente transattive attribuitele dagli economisti classici, e i tassi non potevano liberamente scendere sotto certi livelli (teoria della preferenza per la liquidità).

Di tutto ciò abbiamo già parlato e lascio ai miei articoli gli eventuali approfondimenti del lettore. Come ci è noto, l’economia classica era giunta alla conclusione che la moneta fosse un velo che coprisse l’economia reale, e fosse sostanzialmente neutrale, benchè qualche voce in dissenso si fosse alzata.
Keynes ribaltò interamente l’assunto, basandosi sulle considerazioni viste sopra, e attraverso il concetto di tesaurizzazione della moneta arrivò a individuare le ragioni per cui la domanda aggregata potesse essere inferiore all’offerta.

Perciò, dato che la triplice funzione della moneta, la sua non neutralità e la disoccupazione involontaria sono concetti e realtà ormai consolidati nella nostra visione economica contemporanea, a questo punto mi chiedo a quale scuola il prof.Puglisi facesse riferimento quando citò Say per spiegare la definizione di PIL.
Nel momento che il professore tira in ballo le scorte involontarie (tipico esempio di domanda insufficiente a coprire l’offerta), verrebbe spontaneo pensare ad un approccio keynesiano, ma non è necessariamente detto, perchè anche i classici ammettevano che in certe occasioni la composizione merceologica dell’offerta non combaciasse esattamente alla composizione merceologica della domanda.
Questo creava fenomeni di sottoproduzione e sovraproduzione, velocemente corretti dai movimenti di prezzo, che però rimanevano confinati ad ambiti settoriali e non potevano mai diventare generali, sistematici, nè – per forza – prolungati nel tempo.

D’altronde immediatamente dopo, il prof.Puglisi fa un chiaro riferimento al circuito risparmio/investimenti, con toni marcatamente classici.
Quindi se l’approccio di Puglisi fosse keynesiano, allora cita a sproposito, a mio modesto avviso, la Legge di Say. Se invece fosse un approccio classico, dovrebbe necessariamente nel prossimo post del suo blog parlarci di moneta neutrale.

Il che, conoscendo la guerra senza quartiere che il professore ha mosso a noeuro e babbei vari si rivelerebbe quantomeno pericoloso.

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Alla soglia degli anta decide di tornare alla sua passione giovanile: la macroeconomia. Quadro direttivo bancario, fu nottambulo ballerino di tango salòn, salsa cubana e rueda. Oggi condivide felicemente la vita reale con le sue due stupende donne.
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