Scerbanenco, Milano e la nascita del “noir italiano”

scerbanenco

La scorsa settimana, il numero 535 de La Lettura del Corriere della Sera celebrava un tema su cui spesso ci siamo soffermati qui a #LettureInclinate: il “noir italiano” e il suo amore, fortemente ricambiato, per Milano.

C’era una bella mappa, con tanti autori interessanti, fra cui l’amato Gianno Biondillo, o Alessandro Robecchi, di cui abbiamo già parlato, e che recentemente è passato anche sugli schermi con la serie “Monterossi”, dal volto sofferto e beffardo di Fabrizio Bentivoglio.

MILANO

Ed in effetti, lo sappiamo bene, il noir è un genere saldamente connaturato con la città, le sue strade malfamate, le ambientazioni torbide, l’alternarsi fra i locali del riciclo, le strade della prostituzione, i salotti della finanza sporca, i garage con le refurtive, gli inseguimenti in quartieri equivoci. E Milano forse è la città ideale perché, secondo Robecchi,

“è piccola, le sua ambientazioni e le sue componenti sociali si muovono gomito a gomito […]. Sacche di disagio affiorano nei quartieri considerati residenziali: la presenza di contraddizioni così vicine rende la città bella da narrare”.

Ecco spiegato il motivo di molto “noir” a Milano, ecco perché gli autori hanno voluto ambientare tante storie nella capitale lombarda, a raccontare ciò che sta alla base di questo genere letterario: il cercare di scandagliare le ragioni profonde del disagio, del malaffare, del delitto, oltre a narrare il loro semplice accadere.

L’AUTORE

E chi c’è all’origine di tutto questo? C’è l’autore di oggi, Giorgio Scerbanenco (1911-69). Nato a Kiev con il nome di Vladimir Scerbanenko, padre ucraino, madre italiana, emigrato presto in Italia, prima a Roma e poi a Milano, orfano già da adolescente, autodidatta, Giorgio fa tanti lavori e lavoretti prima di approdare all’editoria: fonda riviste, scrive di tutto un po’, acquisisce notorietà con la rubrica della posta del cuore (in particolare la “Posta di Adrian” su Annabella), che gli consente di conoscere tante storie di donne, di vita, di amori e di dolori.

IL LIBRO

E’ presto il giallo, il poliziesco, che si fa strada nella vena narrativa di Scerbanenco, prima con le storie di Arthur Jelling (archivista a Chicago) e poi, nel 1966, con un personaggio che lo renderà famoso, Duca Lamberti, che nasce con il romanzo di oggi, Venere Privata (Garzanti, 1966; abbiamo letto la nuova edizione 2022 edita da La Nave di Teseo, 251 pag, Euro 18, contenente anche una bella prefazione di Cecilia Scerbanenco, la figlia).

E’ da questo romanzo che, unanimemente, si fa partire quell’esperienza narrativa così particolare che è il “noir italiano”, esperienza che dura ancora oggi, con i vari autori di cui abbiamo parlato all’inizio, ed è a Milano che è ambientata questa storia, che ovviamente si apre con un cadavere:

“Alberta Radelli, ventitrè anni, commessa, trovata a Metanopoli, località Cascina Luasca, il cadavere è stato scoperto alle cinque e mezzo del mattino dal signor Marangoni Antonio, abito celeste, capelli scuri ma non neri, occhiali rotondi…”.

Il romanzo segue la tecnica narrativa del flash back-flash forward, la scena si sposta a un anno dopo il ritrovamento, in una villa in Brianza dove appare Duca Lamberti, intento a fare calcoli con dei sassolini nel parco della villa: attende il facoltoso proprietario, Piero Auseri, che gli parlerà del figlio Davide, alcolizzato, un poco di buono (pensa lui):

“Non ho potuto mandarlo all’università, gli esami di maturità glieli ho fatti superare con vera e propria opera di corruzione verso i professori. E’ anche molto timido e remissivo. A Milano dicono: grand e ciula”.

Poi torneremo di nuovo indietro, e conosceremo meglio la storia di Duca, figlio di un poliziotto che ha rischiato la vita contro la mafia in Sicilia, medico appena uscito di prigione per aver praticato l’eutanasia ad un’anziana paziente, incriminato e condannato, oltre che radiato dall’Ordine; un amico del padre, il funzionario di polizia Carrua , si prende cura di lui, gli propone di incontrare Auseri e questi gli vuole affidare il figlio, dopo aver provato in molti modi, incluse le botte, a farlo smettere di bere.

Duca Lamberti prende quindi sotto la sua protezione Davide Auseri (l’“unicogenito psicotico”), inizia a parlarci e ovviamente vengono fuori le magagne: Davide dice di aver ucciso una donna, un anno prima (è ovviamente la Radelli) e Duca lo accompagna a ritroso in questa torbida vicenda di una Milano in pieno boom, ma con tante ombre, con ragazze che vogliono arrotondare, e “milanesi che sembrano tutte soraye”, storie di foto di nudo, di minacce, del crimine che inizia ad organizzarsi, e ormai lavora su vasta scala.

Duca vuole indagare, e indaga, non crede che Davide abbia ucciso nessuno: Carrua gli mette a fianco un fido segugio, il questurino Mascaranti, l’inchiesta prende corpo, tutto verrà ricostruito.

Se questo romanzo viene considerato alla base del noir italiano, un motivo c’è, ed è semplice: ne contiene tutti gli elementi.

La città, prima di tutto: ci muoviamo fra Metanopoli (ancor oggi fitta di palazzi dell’ENI), la questura in via Fatebenefratelli, uno studio fotografico in via Farini, gli adescamenti in via dei Giardini, la Torre Branca (“commovente Tour Eiffel milanese”), piazza Leonardo da Vinci, piazza Cavour, la periferia intorno al parco Lambro.

Altro elemento: Scerbanenco non disdegna affatto di descrivere l’aspetto sociologico delle vicende che narra, scava sotto la patina di una città che era già cambiata e ce ne fa vedere gli aspetti più sordidi e problematici: un “documentario del cambiamento” scrive Cecilia nella prefazione. Infatti Alberta Radelli arriva da Napoli, cambia tanti lavori, ma non riesce a sbarcare il lunario, vuole arrotondare: l’autore ci sbatte in faccia queste vicende con il realismo e la sfrontatezza che avevamo già letto in James M. Cain, colui che, anni prima, aveva avviato l’esperimento del noir in America.

Anche Scerbanenco non usa perifrasi, non vuol essere ipocrita, i suoi personaggi sono espliciti, talvolta violenti, sempre diretti, e non manca certo l’aspetto introspettivo, la profonda analisi psicologica dei personaggi: ecco Duca Lamberti che descrive il dolore del padre, poliziotto integerrimo, alla notizia di quel che lui aveva fatto:

“Mio padre non conosceva neppure la parola eutanasia, per lui fu peggio che se fossi divenuto pazzo, anzi, dovette pensare così, che ero impazzito, e forse mi perdonò per quello, ma si rendeva conto delle conseguenze di ciò che avevo fatto: non sarei mai stato più un medico, avrei avuto sempre la “fedina sporca”, e questo lo uccise”.

Sempre Duca ci comunica la sua visione delle “regole”, che lo rende così duro e in qualche modo violento:

“Oggi ci sono i banditi con l’ufficio legale a latere, imbrogliano, rubano, ammazzano, ma hanno già studiato la linea di difesa con il loro avvocato nel caso fossero scoperti e processati e non vengono mai puniti abbastanza. Vogliono che gli altri stiano al gioco, ma loro non ci vogliono stare”.

Scerbanenco scrive in modo semplice, diretto, senza ipocrisie, con crudezza e realismo, portandoci piano piano a scoprire tutti i dettagli di un omicidio, anzi due, con un classico escamotage: l’investigatore privato che si affianca alla polizia (anche Robecchi ricorre a questo espediente, con Monterossi) avendo più gradi di libertà, e forse anche più abilità: “Tu sei un cittadino privato, non un poliziotto”, ammonisce ad un certo punto Carrua, quando Lamberti inevitabilmente si allarga troppo, si mette in pericolo, mette in pericolo gli altri.

Siamo nel 1966 e spiccano alcune chicche, alcune ricercatezze linguistiche ormai passate (“doveva essere traslocata”, “imprevedute”, una ragazza “papuasa”, l’aria “di Tahiti”, le “stanzette della milaneria”, le “colonie rinfrescanti”, le “giovani milanesi o foranee”), insieme, per la verità, ad appellativi, come “invertito” per un fotografo gay, che oggi sarebbero inaccettabili.

Naturalmente, non potete pensare di leggere questo romanzo e non essere pienamente avviluppati, alla fine, dal gorgo di una violenza cruda, insensata, criminale; ma è un prezzo che si paga volentieri di fronte a questa narrazione, così serrata ed emozionante da voler subito leggerne ancora, di Scerbanenco.

 

P.S.: un paio di contributi video per chi volesse approfondire, con il compianto Andrea G. Pinketts

e Figu

che parlano di Scerbanenco.

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Pubblicato da Leonardo Dorini

Manager, consulente, blogger. Mi occupo di finanza ed impresa, amo lo sport. Ma sono qui per l'altra mia grande passione: la letteratura.

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