Siam tre piccole casse, chissà chi ci piglierà…

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Fortuna che il Presidentissimo Patuelli ha appena scritto un accorato editoriale domenicale per rassicurarci per l’ennesima volta che ora si può girar pagina e volgerci sereni al sol dell’avvenire. E invece, rannicchiato nell’ombra come il lupo che dava la caccia al giovane Atreju ne La storia infinita ecco spuntare, o meglio ri-spuntare, una nuova storia di psicodrammi bancari italiani.

Parliamo delle tre casse del Centro, Cesena, Rimini (Carim) e San Miniato (Carismi), dal 2016 sotto l’occhio vigile di Via Nazionale, e da aprile sotto la protezione del braccio volontario del Fondo Interbancario di tutela dei depositi (Fitd). Una coperta, a dir la verità, corta, molto corta.
Le storie da raccontare sono sempre le stesse, ormai noiose da tanto le ripetiamo sempre uguali.

La vicenda della Cesena le esemplifica mirabilmente.

Nel 2015 i suoi crediti deteriorati assommavano a 1,3miliardi pari a un ragguardevole 35% dell’ attivo, concentrati nel settore immobiliare, frutto di anni di concessioni allegre per non dire clientelari, come emergerà poco dopo dall’ inchiesta che contesterà concessioni a impresari anche politicamente vicini al PD. Ragion per cui nell’aprile di quest’anno furono rimandati a giudizio ex amministratori e ex sindaci della banca.
In seguito alle pesanti svalutazioni su crediti, pari a 252 milioni, il 2015 si chiuse con un patrimonio quasi azzerato; le Fondazioni azioniste, Cesena Faenza e Lugo si videro ridotte ad un modesto 5% dopo l’intervento lampo del braccio volontario del Fitd che nel 2016 ricapitalizzò la banca con 280 milioni per salvarla dalla bancarotta, pur dovendo svalutare poco dopo di ulteriori 80 milioni la sua partecipazione. Le perdite non si arrestarono qui, registrando nel 2016 un ulteriore passivo per 66 milioni.
San Miniato e Rimini presentano storie simili e ratios patrimoniali ancor più deboli, significativamente sotto le soglie SREP previste da Banca d’Italia, e ancora al lordo dei necessari accantonamenti su crediti deteriorati da cedere.

Le tre piccole casse non avevano più nè i mezzi per sopravvivere da sole, nè per raccogliere capitali freschi sul mercato, trovandosi in una situazione in cui i nuovi capitali sarebbero stati subito azzerati dalle necessarie svalutazioni.
E così, in ragione anche dall’assenza di debito subordinato  convertibile in azioni e azzerabile, e delle limitate dimensioni che le avrebbero esposte al rischio di liquidazione amministrativa, e il pericolo di dover rimborsare 2,7 miliardi di depositi sotto i 100mila euro, ecco che si arriva ad aprile 2017 alla richiesta di intervento del Fondo, o meglio del suo braccio volontario, l’unico che può intervenire senza incorrere nella normativa sugli aiuti di Stato.

E così scattò la ricerca del solito cavaliere bianco, presto individuato in Cariparma, gruppo Credit Agricole, che nell’ambito del suo progetto ‘Ambizione 2020’ avanzò una offerta non vincolante con scadenza luglio 2017 per acquisire Cesena per 130 milioni e le altre due casse ad 1 euro (non ciascuna…per entrambe..), a condizione che il Fondo le ripulisse per bene dalla spazzatura, che le masse dei tre istituti complessivamente volturate a Cariparma ammontassero a circa 20 miliardi e gli attivi ponderati non superassero i 5 miliardi, in modo che Credit Agricole non subisse una penalizzazione a livello di CET1 (patrimonio di vigilanza di primo livello) superiore a 10 basis point.
La richiesta di Cariparma, va detto, è legittima  in confronto alla regalia che i poveri squattrinati contribuenti hanno dovuto fare a Intesa Sanpaolo per prendersi a gratis le due venete, tenersi crediti performanti e paganti, lasciare il rischio di ulteriori deterioramenti nei successivi due anni in capo a Stato e Sga e garantire alle proprie Fondazioni lauti dividendi a spese del pubblico.

Il piano di salvataggio fin da subito previde i seguenti steps: la cessione degli npl ad un veicolo ad hoc, con conseguente tranching in senior, mezzanine e junior notes e intervento di terzi finanziatori; la ricapitalizzazione di Carim e Carismi che si troverebbero patrimonio azzerato dopo la cessione; lo spin off di un 20% della Cassa di Volterra da Carismi per alleggerirne il peso; la concessione di fideiussioni a Cariparma a garanzia del buon fine della due diligence in corso sugli attivi dei tre istituti.
La situazione ad aprile però doveva già apparire difficile quando ancora frullavano numeri inferiori rispetto ad oggi: all’epoca si parlava ancora di 1,5 miliardi lordi di npl complessivi da cedere, e il costo totale dell’operazione superava già gli 800 milioni a fronte dei 420 milioni in tasca al Fondo, insieme con l’ordine implicito delle sue banche aderenti a non rompere, che non è aria.

È vero che era in forse anche l’intervento di Atlante2, all’epoca ancora impegnato con gli npls di Paschi, venete e delle 4 banche risolte, ma Atlante non è che di soldi ne avesse centinaia di milioni da spendere: ad aprile le sue disponibilità non superavano i 200 milioni.

Basta un poco di algebra elementare per redersi conto che 200 milioni mancavano già all’epoca. I
mesi passano, i titoli dei giornali si riempiono di Paschi e di venete, sulle tre piccole casse cade un oblio a tratti bucato da notizie poco incoraggianti: gli npl crescono, ora arrivano a 3 miliardi lordi, e così crescono le tranche delle cartolarizzazioni da finanziare e le necessità di ricapitalizzazione, ma soprattutto ci si accorge che sti benedetti npl vanno svalutati un poco di più: ad un certo punto pare ad Atlante che le valutazioni iniziali attorno al 32-33% siano eccessive, e ci si debba accontentare di un più economico 25-26%.
Un altro successo del titano che doveva fare mercato, augurandosi che 25% non sia comunque una valutazione ottimistica dato il ritmo a cui i deteriorati di queste banche crescono. Atlante2 non farà mancare il suo aiuto: 150 milioni, elevabili a 250 se Fonspa dovesse accettare di cointervenire nella partita degli npl di Chieti, Marche e Etruria.

Forse, forse, si aggiungerà anche Sga, che è una novella Cdp, un ‘fondo di san Patrizio’ cui attingere liberamente per operazioni ‘strategiche’ quale sembra il recupero crediti: altri 150 milioni.
Anche le banche dovranno fare la loro buona azione: il 7 settembre gettare un obolo da 95 milioni nel pozzo (questa volta senza fondo) del braccio volontario per evitare il destino peggiore del rimborso miliardario dei depositi in caso di liquidazione.

Come si vede, ballano ancora 345 milioni, praticamente tutta la tranche senior, che dovrebbe finire ‘al mercato’ magari con la spintina delle GACS, oppure al limite finisce finanziata dal solito prestito ponte bancario.
Sembra che per ora si richiederà una proroga dell’offerta di Cariparma, si vada in ferie, perchè senza ferie si ragiona male, e ci si riveda tutti belli freschi e abbronzati a settembre, quando in genere è tempo di migrare. E a settembre ripartirà la musica, eventualmente anche il melodramma.

Ma se l’episodio delle due venete fosse un precedente assimilabile, si potrebbe percorrere quella stessa strada? Chissà. Sembra che la Commissione sia disponibile a valutare benevolmente quegli aiuti di Stato alla liquidazione, benchè concessi all’acquirente, che tutelino depositanti e garantiscano continuità delle funzioni.
Forse se ne sentirà ancora parlare, dovesse naufragare l’ipotesi Fitd. Tuttavia ricordiamoci che le nostre tre Casse hanno complessivamente una dimensione inferiore a quella delle due venete, insistono su un territorio più ampio e quindi meno soggetto a contraccolpi, e quindi l’ipotesi di aiuti alla liquidazione potrebbe trovare difficoltà, specialmente considerando i numeri che mancano alla soluzione privata del problema.
Inoltre, non sarebbe un buon viatico per il settore dare una immagine di sè come composto da banche talmente zombificate da non avere alternativa alla liquidazione.

Le lezioni che traiamo sono poche e dure: il mercato degli npl è rischioso, difficile e richiede know hows particolari; i prezzi a cui gira non sono comprimibili, con buona pace di Penati, Guzzetti & Co.
Banche che finiscono in crisi, se quotate non hanno multipli di mercato abbastanza allettanti da attirare investitori, se non quotate restano impigliate alla illiquidità delle proprie azioni e alla ritrosia dei detentori di capitale: in entrambi i casi il passare del tempo, il crescere dell’incertezza sui contorni del salvataggio, i suoi costi e la sua fattibilità, fanno aumentare nei dipendenti e nei quadri lo smarrimento, e senza una guida attenta la gestione dei crediti deteriorati ristagna, la concessione si ferma o peggiora qualitativamente, con il risultato di trovarci infine con una banca peggiore rispetto agli ultimi dati ufficiali.
Banche troppo piccole per finire in risoluzione ma abbastanza grandi da creare drammi in caso di liquidazione coatta, vengono svendute a prezzi miserrimi rispetto al loro peso e ai miliardi che malgrado tutto portano in dote all’acquirente: il mercato dei capitali italiano è talmente costoso e le banche italiane così poco redditive e oberate da costi gestionali inerziali che gli acquirenti avvertono come un onere quegli stessi salvataggi che portano loro in dote quote di mercato, di crediti e di depositi, e chiedono allo Stato o al Sistema di accollarsene i costi.
Il sistema bancario accetta di bruciare 400 milioni di euro in operazioni di pulizia di banche da cedere gratis
, con l’unica prospettiva di recuperare qualche extra dalla lunga e difficile gestione di 395 milioni di tranche junior e mezzanine di npl, salvo non voler impegnare ulteriori nuove disponibilità nei 370 milioni di senior notes.

A questo ritmo, quanta resistenza potrà ancora mostrare il sistema per tentare soluzioni private senza intervento pubblico?

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Banchiere Cannibale

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