Un cappello pieno di speranza

Tempo stimato di lettura: 2 minuti

Era inverno inoltrato quando chiesi di lasciare la fattoria.

I miei genitori non volevano vedermi partire,  tant’è che chiusero subito la porta alle mie spalle, lasciandomi solo sul patio innevato di fresco. L’aria tersa pizzicava il naso e il freddo pungente attraversava le ossa. 

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© William C. Raco, A woman’s work

A salutarmi una fila ordinata di panni stesi e le austere carrozze: ogni cosa era muta, immobile come in una landa dipinta da Bruegel. Al villaggio il tempo si era fermato, per me l’orologio della vita batteva già l’ora del Rumspringa.

Non so dire se fossi più eccitato o intristito; ricordo le lacrime copiose di mia madre, scivolate silenziose sul bavero. Quando lo sollevai, sentii tutta la sua calda apprensione. Inforcato lo zaino mi voltai indietro forse per l’ultima volta. Mi feci coraggio, dissi addio all’adolescenza e mi misi in marcia, da uomo.

Strada facendo ripensai a quando ero bambino sereno e riservato, sempre attaccato alle gonne della mamma. Andavo matto per il mio cappello di paglia e le bretelle da guardaroba di Tom Sawyer. Le giornate in casa scorrevano lente e silenziose,  rotte solo dal crepitio del fuoco nella stufa e dal fragore del calesse sul selciato.

© Trey Ratcliff, This is Nathaniel

Una vita semplice e tranquilla, fatta di duro lavoro nei campi, la passeggiata  in città al mercato dei fiori, pane fragrante e conserve per la dispensa, letture dei salmi e preghiere cantate in coro la domenica. La comunità era numerosa e i bambini la parte essenziale di essa. Quando gli anziani ricostruirono il tetto della scuola, tutti insieme festeggiammo l’evento con un picnic di proporzioni gigantesche che durò oltre il tramonto al bagliore di fiaccole accese.

Quella fu l’età dell’innocenza, della spensieratezza. Nulla avrebbe potuto turbare la quiete del villaggio  sino a quando l’inimmaginabile accadde. In una grigia giornata d’autunno un camionista, che distribuiva il latte nelle aziende agricole vicine, s’introdusse nella nostra scuola armato fino ai denti. Separò prima i maschi dalle femmine, poi farneticando frasi ingiuriose contro i cristiani, sparò alla testa delle bambine, dieci anime pure e gentili. Da allora l’incanto si spezzò. Consapevoli di non essere al riparo dalla crudeltà del mondo intero, crescemmo in fretta portando per sempre negli occhi quello stupore e una malinconica rassegnazione.

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© Tony Allen Mills, The children of Nickel Mines

Oggi ho ventidue anni e sono tornato a casa. Ringrazio la mia famiglia per avermi spinto a viaggiare, confrontarmi, imparare. Sono diverso ma resto lo stesso. Ho rimesso il mio cappello, l’ho riempito di nuovo amore e di speranza. Devo andare, c’è una cuffia immacolata che mi aspetta.

(ispirato da una storia vera)

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Daniela Pepe

Anima migrante, laureata in economia. Lasciò tutto per l'America viaggiando in Transiberiana. Vive a Roma ma il suo cuore è a Tel Aviv

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2 commenti su “Un cappello pieno di speranza

  1. FanSonia il said:

    Nessuno è al riparo da nulla, nemmeno da se stesso.
    Occorrerebbe sempre avere ben presente che non vi è nulla di stabile e definitivamente acquisto, ma al contrario tutto è effimero ed aleatorio.
    E allora è necessario giungere ad un personale ed interiore punto di equilibrio che consenta la flessibilità necessaria per affrontare difficoltà e cambiamenti, senza lasciarsene sopraffare.
    Mio padre mi diceva sempre “testa alta, schiena dritta, rispetto per i propri principi e tolleranza e curiosità per le idee diverse dalle tue. E ricordati che una via d’uscita c’è sempre, basta guardare bene”.
    Semplicistico? Forse. Ma fondamentale.
    Leggere le tue storie è come guardate il paesaggio che scorre dal finestrino di un treno che corre: qualcosa vedi, qualcosa intuisci, qualcosa immagini. Ed è sempre una piccola magia.

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