Un oceano di acronimi

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Per chi si interessa di Asia è suggeribile specializzarsi in acronimi. Gli ultimi commenti si riferiscono infatti al vertice APEC, dove la proposta di un FTAAP sembra soppiantare la TPP. Dietro l’astrusità degli acronimi si nascondono novità importanti. L’ultimo vertice dei paesi dell’Asia-Pacific Economic Cooperation si è svolto dal 10 al 12 Novembre a Pechino e ha proiettato l’immagine di Obama, Xi Jing Ping e degli altri capi di Stato nelle eleganti divise che esaltavano la seta cinese. I risultati sono stati in linea con le attese di un summit che rappresenta – nelle 21 nazioni del Pacifico – il 54% del PIL e il 40% della popolazione mondiale.

Tutti i commentatori hanno confermato il trionfo diplomatico di Pechino. La Cina è riuscita a siglare un’intesa con gli Stati Uniti per la protezione ambientale, ha quasi raggiunto un accordo di libero scambio con la Corea del Sud e ha trovato consensi per l’avvio di una Banca Asiatica delle Infrastrutture dietro la sua leadership. Infine è riuscita a far convergere tutti i paesi sulla sua proposta di avviare una Free Trade Area Asia Pacific.

L’idea ispiratrice è far convergere su alcuni principi cardine tutti i paesi. Traspare immediatamente l’ambizione della Cina di dividere la responsabilità di questa operazione con gli Stati Uniti e di raggiungere dunque uno status di parità tra le due superpotenze. L’eliminazione di barriere commerciali darebbe un grandissimo aiuto agli scambi. I vantaggi sarebbero tuttavia distribuiti in maniera difforme e probabilmente la Cina si ritaglierebbe la porzione più grande. È già il primo paese al mondo per import-export e le sue capacità industriali sono titaniche. Washington ha cercato di diluire l’impatto dell’iniziativa. L’ha sottoscritta, ma ha imposto di indicare il 2025 per il suggello dei parlamenti nazionali. Il primo passo sarà l’avvio di uno studio preliminare di 2 anni.

Il vero timore per la vischiosità Usa è l’oblio della Trans-Pacific Partnership. Si tratta di un accordo in discussione che riguarda 12 paesi del Pacifico, ma che non comprende Russia e Cina. È uno strumento della dottrina di Obama di imperniare in quell’Oceano la politica estera statunitense, soprattutto per arginare l’espansione cinese verso i mari del sud. Ora gli Stati Uniti sembrano concedere alla Cina un vantaggio plateale, firmando un accordo (FTAAP) che probabilmente smentirà o ingloberà la loro creatura (TPP). In realtà la Casa Bianca sa bene che il valore dell’accordo sta nella trattativa. I tavoli negoziali si annunciano difficili e articolati. Esistono delle questioni di base che sovrastano tutto. Alcuni paesi esigono il rispetto assoluto del libero mercato: piena concorrenza, tutela della proprietà intellettuale, dei diritti umani, degli standard ambientali e di lavoro; altri sottolineano le necessità dello sviluppo, la difesa delle diversità, il riconoscimento di eccezioni procedurali. I paesi industrializzati esigono lo stesso trattamento per i loro prodotti agricoli e per i servizi bancari, finanziari, assicurativi, dove dispongono di un’efficienza irraggiungibile per quelli emergenti. Le aziende farmaceutiche vogliono valorizzare i loro brevetti, quelle informatiche gli enormi costi di Ricerca & Sviluppo necessari ai loro prodotti. Le multinazionali dell’elettronica di consumo tendono a imporre gli standard in loro possesso per la visione e l’alimentazione di gadget e schermi.

Queste contraddizioni sono meno pericolose di quelle belliche ma ironicamente più difficili da risolvere. La supremazia si decide ora anche con la tecnologia, con la capacità di stabilire i prezzi e di intercettare la porzione più consistente della catena del valore. L’economia è probabilmente più subdola della politica, l’industria più silenziosa delle armi. Entrambe tuttavia hanno determinato cambiamenti spettacolari nei due lati del Pacifico. Ecco perché studiarne le abbreviazioni lessicali è un esercizio tutt’altro che sterile.

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Alberto Forchielli

Presidente dell’Osservatorio Asia, AD di Mandarin Capital Management S.A., membro dell’Advisory Committee del China Europe International Business School in Shangai, corrispondente per il Sole24Ore – Radiocor

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