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I rischi di “vittoria mutilata” del Dopoguerra (commerciale)

vittoria mutilata

 

Se c’è una cosa che ha avvelenato gli animi e gettato le basi per la prosecuzione della Guerra Mondiale dopo una pausa di circa 20 anni fu il concetto di “Vittoria mutilata”.

LA VITTORIA MUTILATA

Come ben racconta il libro M. Il figlio del secolo di Antonio Scurati, ed. Bompiani, il concetto fu una sorta di profezia di Gabriele D’Annunzio, che alimentò il concetto per mantenere vivo lo spirito bellicoso dell’Italia, alla fine del primo conflitto mondiale.
L’Italia era un Paese vincitore e il Patto di Londra (stipulato tra il governo italiano e i rappresentanti della Triplice Intesa nel 1915) prevedeva che a fronte dell’entrata in guerra dell’Italia, questa avrebbe preso possesso della Dalmazia. Inoltre, sulla scorta del principio di autodeterminazione dei Popoli, l’Italia reclamava anche l’annessione della città di Fiume.

Il Governo Italiano non gestì al meglio le sue carte diplomatiche e lo scontento permise a D’Annunzio, ma anche alla retorica fascista, di trasformare la vittoria in una sconfitta, spostando il sentimento popolare verso un’esigenza di rivendicazione.

LA TRADE WAR DI TRUMP

Per chi ha seguito il commercio globale e soprattutto la politica commerciale degli Stati Uniti, gli ultimi quattro anni sono stati particolarmente “frizzanti” a causa delle guerre commerciali che gli Stati Uniti, sotto la presidenza Trump, hanno combattuto, non solo contro la Cina, che è un rivale geopolitico degli Stati Uniti, ma anche contro i loro stessi alleati. Dazi e tariffe hanno colpito sia la Cina che i Paesi Europei, provocando altri dazi come ritorsione. Presto gli USA avranno un nuovo presidente. L’aspettativa generale è che Biden riporti il commercio globale nell’alveo della noia. Anche se la Noia talvolta è un concetto attraente,  le domande che dobbiamo porci sono: il presidente Biden metterà fine alla guerra commerciale? E, se sì, saprà gestire il Dopoguerra? O corre il rischio di vedere insorgere lo spirito di rivendicazione nel consenso popolare?

Di certo dovremmo aver archiviato una politica basata sul twittare prima di elaborare i dettagli, con un lavoro molto più di squadra dell’intera amministrazione. Mentre Trump metteva la politica commerciale davanti alla politica estera, un’amministrazione Biden darà probabilmente priorità alla politica estera, considerando la politica commericale solo come parte di essa. E quindi, piuttosto che tattiche commerciali scorrelate e umorali, ci potrebbe essere qualcosa di più vicino a una strategia globale di politica estera, di cui il commercio sarebbe una parte.

GUERRA A NEMICI E ALLEATI

Per fare un esempio concreto, ora ci sono tariffe sulle importazioni di acciaio e alluminio, sulle spalle dei Paesi dell’Unione Europea, che hanno provocato una ritorsione. Rimuovere le tariffe è un’operazione più complessa che introdurle (si basano su accordi tra le parti, che spesso includono vari ingredienti, mentre la scelta di introdurre dazi è unilaterale), dunque saranno magari rinegoziate, ammorbidite, ma c’è molto lavoro da fare e gli sviluppi recenti non contribuiscono a distendere il clima: come sappiamo, per esempio, la UE intende avviare delle forme di tassazione sui servizi digitali.

Quanto alla Cina, c’è in realtà molto sostegno bipartisan negli Stati Uniti per mantenere una linea dura con la Cina, almeno sul lato commerciale. E’ probabile che avremo un approccio più orientato a logica multilaterale, con più enfasi sul coinvolgimento di altri Paesi. Gli USA torneranno a tendere una mano a Paesi alleati per un approccio condiviso dei rapporti con la Cina.

Da questo punto di vista, sullo scacchiere globale i pezzi si stanno già muovendo, e per gli USA non sembra che le cose vertano al meglio: la Cina, infatti, ha appena siglato un ampio accordo fra 15 Stati detto RCEP (Regional Comprehensive Economic Partnership). Dopo i fallimenti di accordi come il TTIP e l’uscita unilaterale degli USA dal TPP (uno dei primi atti formali dell’amministrazione Trump), il RCEP si configura come il primo accordo internazionale di scala rilevante (coinvolge complessivamente un terzo della popolazione mondiale e un terzo del PIL globale) in cui gli USA non sono coinvolti.

Vedere alleati storici (e geopoliticamente cruciali nel Pacifico), come Giappone e Corea del Sud, siglare patti commerciali con la Cina renderà più complicato tornare a tessere la tela per una strategia condivisa. La profondità del lavoro diplomatico dietro questo accordo sta anche nella presenza dell’Australia che, di recente, ha avuto con la Cina diversi screzi ma che con Pechino ha, evidentemente, legami commerciali ormai troppo importanti per potersi permettere di essere intransigente.

IL WTO

Il WTO (World Trade Organization – Organizzaizone Mondiale per il Commercio) serve a risolvere pacificamente le controversie commerciali tra i paesi aderenti. L’amministrazione Trump ha scelto di indebolirlo negli ultimi anni, di renderlo meno rilevante, ad esempio, bloccando la nomina dei giudici per far parte dell’organo d’appello del WTO, che è l’organo che risolve le controversie tra i paesi membri. Sarà interessante vedere quali decisioni prenderà Biden su questo, per capire quale sarà la rotta di navigazione nei prossimi quattro anni.

E forse anche per intuire se, alle prossime elezioni presidenziali, Biden dovrà confrontarsi con qualcuno che al centro della propria retorica metterà la rivendicazione per le posizioni perdute. Anche se, a dirla tutte, le posizioni -prima che perdute- sono state abbandonate dall’amministrazione uscente.

 

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Pubblicato da L'Alieno Gentile

Precedentemente conosciuto con il nickname Bimbo Alieno, L'Alieno Gentile è un operatore finanziario dal 1998; ha collaborato con diverse banche italiane ed estere. Contributor OCSE nel 2012, oggi è Global Strategist per l'asset management di una banca italiana.

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