Abenomics: dalle ipotesi agli isotopi

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Da poco più di un anno il Giappone è guidato da un primo ministro da copertina: Shinzo Abe. La sua combinazione di politica monetaria ultra-espansiva (grazie agli uffici di Kuroda, governatore della Bank of Japan) abbinata a stimoli fiscali si è posta l’obiettivo di portare in due anni l’inflazione al 2%.

In un precedente articolo abbiamo sollevato un sopracciglio sui possibili effetti negativi di una politica così aggressiva, la cosiddetta Abenomics, e ora che siamo un po’ oltre la metà del tragitto potrebbe essere il caso di fare il punto della situazione.

L’inflazione in Giappone, dopo anni di deflazione, ha virato di segno. A maggio 2013 il dato era ancora a -0,3% ma a dicembre è arrivata oltre l’1,6%. Sembrerebbe dunque che l’obiettivo di raggiungere una inflazione al 2% sia prossimo all’essere conseguito. Tutto bene, dunque?

Non esattamente: ci sono molti elementi che possono contribuire a generare inflazione, quelli che sono in azione in Giappone sono quasi interamente negativi. La svalutazione monetaria ha spinto le esportazioni, ad esempio, ma ha anche fatto crescere il costo dei beni importati, l’energia su tutto.

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Tanto che la bilancia commerciale nipponica nell’ultima rilevazione vede crescere le esportazioni del 9,5%, mentre le importazioni sono aumentate del 25%: un mezzo tsunami. Se aumentano i costi della produzione più di quanto aumentino le esportazioni, il beneficio per l’industria non c’è, non si crea lo spazio per un miglioramento del quadro dei salari (che infatti continuano a decrescere) ed il risultato netto di tutta la manovra è l’impoverimento dei cittadini e la svalutazione dei loro risparmi.

Occorrerebbe, al Giappone, una maggiore autonomia energetica, ma dopo Fukushima la dipendenza dalle forniture fossili dall’estero è diventata imprescindibile.

Shinzo Abe ha pensato quindi di rilanciare il piano nucleare, ipotizzando di riattivare i reattori spenti dopo il disastro del 2011 e costruendone di nuovi. Il ministro del commercio e dell’industria, Toshimitsu Motegi, da una parte dichiara di voler ridurre la dipendenza del Giappone dall’energia atomica, dall’altra che la politica del no al nucleare sia stata una scelta irresponsabile, ancorché sia arrivata dopo il disastro di Fukushima.

Il nuovo piano energetico è ancora piuttosto vago. Ma i numeri, con la loro schiettezza, ci sono al solito di soccorso: l’energia in Giappone proviene oggi da fonti fossili importate per il 90%, mentre prima di Fukushima era solo il 60%. Potrebbe essere l’occasione di investire e creare lavoro sulle energie rinnovabili, che oggi contribuiscono solo per il 10% alla produzione di energia del paese del Sol Levante.

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Ma il fattore tempo sembra essere determinante. Decenni di uso intensivo del nucleare ha sottratto finanziamenti ed interesse verso le energie rinnovabili, per le quali mancano le infrastrutture, che viceversa in un caso di ritorno all’uso dell’energia atomica sono esistenti e pronte alla riattivazione.

Il tema però è che la cittadinanza non sembra molto favorevole, ancora sotto shock dopo il disastro di soli 3 anni fa e preoccupata delle reali capacità dei governi di prevedere e gestire le criticità. Una agenzia indipendente valuterà tempi e modi per riattivare i 50 reattori che al momento sono tutti spenti, ma è lecito aspettarsi una forte opposizione interna a questa scelta.

Quello che affligge il Giappone è un “energy crunch”; e la difficoltà per Abe e Kuroda sta nel fatto che l’energia… beh… non si stampa. In Parlamento non dovrebbero esserci problemi: il fronte contrario al nucleare è frastagliato, disunito, Abe avrà partita facile. Il problema è più nell’opinione pubblica e nella bassissim opinione che il cittadino medio giapponese ha verso la Tepco.

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L’ex primo ministro Kan asserisce con fermezza che:

“Questo governo non ha imparato le lezioni di Fukushima. Il Giappone ha avuto enormi problemi, ma si vuole tornare al nucleare per ragioni economiche. Ma cosa succederà all’economia se dovesse capitare un altro disastroso incidente?”

Le strutture per sfruttare l’energia solare e quella eolica hanno costi superiori ed efficienza inferiore (ne parlammo qui), tuttavia il costo di conservare le scorte di energia prodotta da fonti rinnovabili è inferiore al costo economico e sociale di stoccare le scorie che provengono dalle centrali nucleari. Anche perché il Giappone è il paese di Fukushima, certo, ma anche il paese di Kyoto, dove si siglò un protocollo internazionale per la riduzione globale delle emissioni.

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Se dunque la Abenomics da una parte è riuscita finora a gonfiare il coefficiente di inflazione senza far lievitare i rendimenti dei titoli di Stato, dall’altra non ha saputo ancora migliorare le condizioni di vita dei lavoratori, ed inizia a mostrare delle fragilità strutturali di cui la bilancia commerciale si fa cartina di tornasole. Ai consumatori giapponesi, per giunta, verrà chiesto di sopportare da aprile un aumento del 60% dell’IVA, cui seguiranno altri aumenti nei prossimi due anni.

E’ una banalità, ma la ricchezza sta nella produzione, nel benessere sociale, non nella moneta circolante, che è solo uno strumento.

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L'Alieno Gentile

Precedentemente conosciuto con il nickname Bimbo Alieno, L'Alieno Gentile è un operatore finanziario dal 1998; ha collaborato con diverse banche italiane ed estere.
Contributor OCSE nel 2012, ancora oggi gestisce attivamente patrimoni finanziari

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Un commento su “Abenomics: dalle ipotesi agli isotopi

  1. Domenico D'Amico il said:

    Sulle energie rinnovabili, la solita impronta del costo del denaro.

    Non vanno bene perché non efficienti (ma solo dal punto di vista del profitto monetario), non rendono, etc.

    Se invece si rimanesse nell’ambito dell’energia spesa e dell’energia che viene resa da un impianto ad energia rinnovabile, le cose sarebbero ben diverse.

    L’energia eolica per esempio: per costruire una centrale eolica, a parte l’investimento monetario, si spende in termini di energia molto di meno rispetto al rendimento.

    Oppure per quanto riguarda il geotermico, o il termico solare ‘spinto’.
    Forse un po’ diverso il discorso del fotovoltaico, ma ci sono montagne di studi ignorati sul nuovi materiali (biologici) ad alto rendimento.

    Ancora più particolare se questo discorso è fatto in un Paese, come il Giappone, dove la politica di QE è così massiccia.
    Ma il discorso resta lo stesso: anche dove lo stato è molto ‘neokeynesiano’, il parametro rimane quello del debito. E anche i rendimenti energetici devono scontare il costo di quel debito per essere considerati ‘profittevoli’.

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