L’eroismo piace, peccato che l’eroe sia meschino

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eroismo

Minimo due volte l’anno, nei preconfezionati appuntamenti pasquali e di fine estate, succede che ascoltando le tribune politiche sulle manovre di bilancio si oda soprattutto molto rumore di fondo e poca sostanza. La finalità delle politiche economiche si perde e risulta invece favorito l’obiettivo di indirizzare (e sfruttare) l’acrimonia pubblica nei confronti dell’Europa.

Sia chiaro che chi scrive è in ogni caso convinto che la complessità e opacità delle regole fiscali nonché i balletti di numeri e nomenclature rappresentino il massimo splendore della euroburocrazia fiscale (ironico, NdA).

Ma il problema che qua sollevo è che nella distorta comunicazione politica sulle scelte di bilancio trovino terreno fertile per annidarsi e radicarsi le congetture complottiste, i pensieri reazionari e le proposte populiste.

Prendiamo per esempio la manovrina di aprile: passava forte l’impressione che fosse una coercizione intollerabile da parte di Bruxelles obbligarci a correggere uno 0,2% mentre in Italia si finiva sotto le macerie dei terremoti e l’emergenza degli immigrati.

Eppure, osservando il quadro tendenziale della tabella sotto, presa dal Def 2017, si può notare che il saldo dell’indebitamento strutturale nel biennio 2016-2017 (1,1% e 1,6% rispettivamente) fosse effettivamente ben oltre quanto previsto dal Fiscal Compact già nel 2016.

Ricordando che in “tempi normali” la correzione annua del deficit strutturale richiesta a paesi sovraindebitati come l’Italia è di almeno lo 0,5% annuo, ci si aspettava nel 2016 il famoso pareggio strutturale, mentre la previsione del quadro tendenziale portava ad una differenza pari a 1,1%.

Come mai la UE allora ci chiese solo due decimi di correzione? Semplicemente ci era già stata accordata tutta la flessibilità possibile: lo 0,5%, pari al doppio della flessibilità annua massima consentita dello 0,25% (nell’augurio che non ne serva quest’anno), e una flessibilità dello 0,4% per eventi eccezionali (stimati dal nostro stesso governo nello 0,18% per i migranti e nello 0,22% per i terremoti). Sottraendo da 1,1 queste flessibilità si ottiene proprio 0,2: “la manovrina”.

Era perciò fin dall’inizio pretestuosa la posizione di Governo, ministri, segretari e via dicendo secondo la quale l’Europa non è attenta alle sofferenze dei popoli.

Analogo polverone si sollevò sulla rigidità di questi ragionieri europei, insensibili anche agli sforzi del Belpaese per dotarsi di strutture e di un ambiente normativo adeguati.

Manca la flessibilità, che non ci è riconosciuta! Ora dobbiamo battere i pugni sul tavolo dell’Europa!!

Questa era la litania di quei giorni. Peccato che a conti fatti la Commissione ci avesse già concesso nel triennio 2015-2017 2 punti percentuali di questa agognata flessibilità, come si vede dalla tabella sotto tratta da una analisi del centro studi di Banca Imi.

Altra falsificazione perciò, perché una flessibilità pari a 34 miliardi cumulativamente sugli ultimi tre anni corrisponde all’incirca ad una manovra annua di 11 miliardi. Alzi la mano chi la giudica “poco”. Eppure quanti gridi di dolore si sono levati da questo versante delle Alpi alla negletta flessibilità?

E così arriviamo ai giorni nostri, e il ministro Padoan ci informa di aver spedito al vice presidente Dombrovskis e al commissario Moscovici una lettera in cui l’Italia formalmente chiede uno sconto di 8,5 miliardi sulla altrimenti onerosa manovra.

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La tiritera è nota:

l’obiettivo è di non soffocare i segnali di ripresa dell’economia confermati giusto ieri dall’Istat, e di rendere un pò meno in salita la strada dell’Italia verso un disinnesco delle clausole di aumento dell’iva.

Il tutto condito dalla solita retorica della miracolesca coorte di politicanti secondo cui dobbiamo battere i pugni sul tavolo, farci sentire e far pesare il nostro status di grande paese membro e fondatore.
Non vi è dubbio che siano necessari il passaggio formale della lettera alla UE, nonchè quello successivo dell’autorizzazione del nostro Parlamento per la nuova previsione del deficit strutturale.

Quello che avvilisce è la rappresentazione tragicomica di un paese che per darsi un contegno e un’immagine di vigore nei confronti della propria pubblica opinione, alimenta l’idea che solo con azioni di forza si possa ottenere dall’Europa qualcosa.

L’epilogo sarà chiaro e controproducente per gli stessi politici che si definiscono europeisti come Renzi: alimentano tesi complottiste sull’Europa massonico-plutocratica e vacue aspirazioni sovraniste. La verità sarebbe più semplice, e probabilmente favorirebbe una maggior consapevolezza dei meriti di questa Unione (benché di demeriti continuino ad essercene parecchi), ma ho paura che molti credano che politicamente la verità e la semplicità di esposizione paghino poco.

Riprendete la prima tabella, e focalizzatevi sui due numeri evidenziati nel riquadro rosso. Essi rappresentano l’entità percentuale della correzione del deficit strutturale che l’Italia si è volontariamente data in seguito alla revisione del proprio programma di bilancio con l’ultima “manovrina”: uno 0,8% in ciascuno dei due prossimi anni.

Ricordando che l’aggiustamento richiesto dalle regole UE è di almeno uno 0,5% annuo (diciamo lo 0,6%, per esempio), allora è già chiaro che uno 0,2% lo stiamo graziosamente concedendo e quindi possiamo auto-abbonarcelo.
Inoltre, applicando la semplice regola della flessibilità europea (0,25% annuo da concedersi nel 2018) si ottiene uno sconto complessivo, totalmente garantito da semiautomatiche regole europee, pari allo 0,45%.

In termini nominali sono i famosi 8,5 miliardi che contribuirebbero a ridurre l’onere di copertura delle clausole di salvaguardia dall’attuale 1,1% del PIL ad uno 0,65%, che non è comunque poco (9 miliardi invece di 15,2 per il 2018).

Personalmente non riesco a darmi ragione della necessità di muovere minacciosamente contro Bruxelles, sollevando polveroni al passaggio dei nostri eserciti, dato che è già tutto scritto nelle odiose regole europee. È chiaro che un ministro farebbe ben stupida figura in Europa comportandosi così, quindi la ragione di tanta scomposta reazione è da individuarsi nella ricerca di un consenso interno che altrimenti sarebbe penalizzato dai magri risultati delle riforme e della spending review (annunciata e non realizzata).

Se poi a Bruxelles ci concedessero altra flessibilità per migranti e riforme (industria 4.0), magari vien fuori un altro 0,5-0,6% e il gioco sarà fatto.

Questo non vuol dire che le clausole spariranno, verranno semplicemente spostate di un anno per il solito meccanismo delle coperture. Si sterilizzerebbero i loro effetti per il 2018 unicamente facendo maggior deficit pur rimanendo dentro il sentiero europeo dei parametri di bilancio.

Dove sta il trucco? La crescita, per quanto anemica, c’è ed è essa a garantire tali spazi di intervento. Certo da qua a dire che finalmente stiamo facendo disavanzo keynesiano ce ne corre. Stiamo invece coprendo spesa pubblica inefficiente e mancate riforme con deficit, sacrificando la crescita della nostra economia e trasportando nel futuro quelle stesse debolezze intrinseche che nella crisi ci hanno fatto bruciare oltre 20 punti di debito pubblico.

Però non troverete tante persone fra i nostri rappresentanti disponibili a dirlo in televisione. Fa miglior scena giocare allo spartano alle Termopili: il geek annoia, mentre l’eroe piace, benché a ben vedere puzzi di autocompatimento e meschinità.

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Beneath Surface

Alla soglia degli anta decide di tornare alla sua passione giovanile: la macroeconomia. Quadro direttivo bancario, fu nottambulo ballerino di tango salòn, salsa cubana e rueda. Oggi condivide felicemente la vita reale con le sue due stupende donne.
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