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Nutrire la piccola belva, mentre fa i conti

Questo sabato sono stato ospite della trasmissione “I conti della Belva” su Radio24 per parlare del decreto di riforma delle banche popolari, in approfondimento a quanto avevo scritto nel post “dieci piccole indiane“. Mi ero pertanto, diligentemente, preparato una serie di riflessioni e di dati che aiutassero a definire i contorni della vicenda.

La trasmissione condotta da Oscar Giannino con Carlo Alberto Carnevale Maffé e Mario Seminerio affrontava diversi temi e quando è giunto il momento di affrontare l’argomento banche il tempo per parlare è stato molto poco.

Come qualcuno avrà intuito, dopo di me è intervenuta Camilla Conti (la Redazione di Piano Inclinato è sempre sul pezzo)

Ma nell’Universo nulla si crea e nulla si distrugge, per cui il resto delle riflessioni ve le racconto qui. Con l’innegabile vantaggio di poterle rileggere se non vi sono chiare, cosa che alla radio vi riuscirebbe ben più difficile.

Il tema della riforma delle banche popolari è ricorso in Borsa molteplici volte negli ultimi vent’anni. Ogni volta che approdava in Parlamento veniva però archiviato, insabbiato, rimandato.

Il motivo è molto semplice: il meccanismo del voto capitario consente di influenzare queste banche senza bisogno di investire capitali, e contemporaneamente tiene lontani i grandi investitori che, non potendo difendere i loro interessi di azionisti in assemblea, preferiscono posizionarsi altrove.

Una bandiera dell’economia di relazione, insomma. Con corto circuiti garantiti: non avendo azionisti di riferimento a cui rispondere queste banche potevano permettersi una certa generosità nel finanziare gli enti locali e le strutture pubbliche, i cui vertici sono anche il cardine di quell’economia di relazione di cui poc’anzi si diceva.

E allora perché il governo adesso marcia deciso verso la loro riforma? Perché fare un’azione muscolare con lo strumento del decreto (che sottintende urgenza)? Perché dichiararsi pronto a porre la fiducia sul provvedimento? Cos’è cambiato da quando fino a poco tempo fa il voto capitario veniva difeso contro ogni evidenza della sua obsolescenza?

Chiariamo che le popolari non sono “il male”: nessuna delle tre banche che sono saltate in Italia in questi anni di crisi (Banca Network, Cassa delle Marche e Cassa di Teramo) è una popolare. Il tasso medio di crediti problematici delle Popolari è dell’11% , mentre il sistema è al 9,9% . Non così lontano se si pensa che la media per le popolari è condizionata dal 22% di crediti problematici della Pop Etruria. Quindi il punto non è l’efficienza delle singole banche. Il punto è la governance, che non permette di dare efficienza al sistema.

I problemi della Pop Etruria non sono nati oggi, si è traccheggiato a lungo ed è stato fatto un tentativo di nascondere i problemi lavorando ad una fusione con la Pop Vicenza.

Ma, come decine di altre volte, la fusione tra Popolari non si realizza come tutte quelle iniziative che diluiscono le influenze di chi, grazie all’economia di relazione, le può manovrare comodamente.

Quando lo scorso anno la situazione di Carige, anche a livello giudiziario per i suoi vertici, è deflagrata ed è andata fuori controllo, una Banca Popolare di primo piano ha espresso a Banca d’Italia la disponibilità a realizzare una operazione di acquisizione/salvataggio.

Dall’Europa però è arrivato un veto: una popolare, se vuole prendersi una SpA, deve rinunciare alle sue peculiarità e diventare anch’essa una SpA normale.

I soci inorridiscono in 3,2,1,…

Allora il governo stende un foglio sul tavolo, e unisce i puntini (vi invito a fare il medesimo esercizio):

  1. Alla BCE, appena incaricata del ruolo di vigilante, il voto capitario non è gradito, lo considera una stortura, una anomalia da correggere, una di quelle riforme che invita a fare quando accompagna i governi con iniziative monetarie
  2. Le popolari, causa crisi, sono sempre meno in grado di finanziare enti locali e organismi politici (andatevi a vedere due statistiche su riduzione dei crediti se ne avete voglia). Chi l’ha fatto impermeabile alle evidenze di un contesto mutato, come la Banca Etruria, si ritrova commissariata. Questo le rende meno utili alla causa.
  3. Carige e Monte Paschi hanno bisogno di un cavaliere bianco, che abbia le spalle abbastanza larghe da reggere il peso delle loro zavorre e che non può essere trovato tra gli attuali “campioni nazionali” perché né Intesa né Unicredit hanno intenzione, o trarrebbero vantaggio dall’avere ulteriori sovrapposizioni di sportelli e faticose riorganizzazioni per economie di scala.

Ecco allora che arriva l’idea: sfruttare con opportunismo la moral suasion che arriva da Francoforte imponendo alle Popolari di diventare SpA in un lasso di tempo di 18 mesi, cosa che le indurrà a fondersi tra loro alla svelta per non arrivare alla scadenza nel ruolo di gustosi bocconcini.

Esplicita la dichiarazione di Padoan del 15 febbraio:

Il governo punta ad incoraggiare le aggregazioni interne obbligando le grandi banche popolari a trasformarsi in società per azioni

In questo modo si dimostra alla BCE che si #cambiaverso e verosimilmente si acquisisce margine e tempo per trattare, per strutturare una bad bank senza che venga etichettata come aiuto di Stato, e contemporaneamente si creano le condizioni perché spontaneamente sorgano dei nuovi soggetti che abbiano la capacità e l’interesse di crescere dimensionalmente incorporando MPS e Carige.

Naturalmente l’associazione delle popolari e le parti politiche sostenute dai soggetti vicini a queste banche sono insorti. Basta vedere toni e contenuti dei giornali a loro più vicini. Ad esempio nel centrodestra c’è una forte corrente che viene da Comunione e Liberazione, corrente di cui il ministro Lupi rappresenta al momento la stella. Non stupisce tanto il suo “questa riforma non mi piace” quanto i lunghi articoli su quotidiani come il Giornale dove si sostiene che

il piccolo mondo antico delle Popolari viene in questo modo spazzato via con un atto di puro dirigismo

Se il tema fosse davvero questo si discuterebbe di dove posizionare la soglia (al momento stabilita in 8 miliardi di patrimonio) che separa le realtà locali da quelle nazionali.

Perché, concorderete con me che aziende quotate sul FTSEMIB di certo non sono espressioni di un piccolo mondo antico

Invece la polemica si sposta su un possibile insider trading, perché dopo l’annuncio del decreto le azioni delle banche popolari sono salite verticalmente (segnalo sommessamente che a dispetto delle articolesse de il Manifesto e di Libero i volumi degli scambi nei giorni precedenti l’annuncio del decreto sono stati normali, e le quotazioni calanti). Poi subito sullo strumento del decreto, quando l’iter ordinario avrebbe provocato ben altri spazi per la speculazione. E comunque, per chi si domandasse dov’è l’urgenza, consiglio di rileggere i numeri del bilancio MPS rilasciati venerdì 13 febbraio… Infine, e qui cadono i veli, l’Assopopolari chiede che alla trasformazione in SpA si affianchi l’introduzione di limiti ad hoc per quantità di azioni detenute e diritti di voto.

Si torna dunque lì, alla difesa dell’economia di relazione, delle consorterie, dei voti che non si contano ma si pesano e l’apertura, la disponibilità del governo a queste richieste rivela anche ai meno lucidi come dentro questa trattativa (condotta anche a colpi di ispezioni a orologeria della GdF nelle sedi delle popolari) il rischio è di arrivare ad un papocchio che invece di ammodernare la governance di queste banche, finisce per scontentare tutti e non accontentare realmente nessuno.

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Pubblicato da L'Alieno Gentile

Precedentemente conosciuto con il nickname Bimbo Alieno, L'Alieno Gentile è un operatore finanziario dal 1998; ha collaborato con diverse banche italiane ed estere. Contributor OCSE nel 2012, oggi è Global Strategist per l'asset management di una banca italiana.

9 Risposte a “Nutrire la piccola belva, mentre fa i conti”

  1. Le banche popolari sono banche tecnicamente fallite. Senza gli aiuti Bce sarebbero a gambe all’aria da molto tempo. Il management , viceversa, continua imperterrito ad occupare le medesime poltrone pur snocciolando ogni anno numeri da brivido ( Banco pop qs anno fa accantonamenti per 3,6 mld una finanziaria…) la Bce vuole che se le banche vogliono i soldi… Che se li meritino!!

  2. Una cosa non capisco bene: il limite alla detenzione di azioni desiderato da Assopopolari non dovrebbe invece renderle più “public company”?
    Se è vero che la diluizione della proprietà lascia più mano libera al CDA in assenza di un riferimento forte, l’economia di relazione non mi sembra venga influenzata troppo dal fatto di avere o meno le azioni concentrate in poche mani, anzi… solo ci si relazione secondo i desiderata dell’azionista di riferimento, no?

    1. Grazie, Luigi, di offrire lo spazio per un chiarimento ulteriore.
      Il limite alle quantità di azioni ripropone il disincentivo ad azionisti pronti a ricapitalizzazioni pesanti, perché dovrebbero accettare di essere sempre minoranza, salvo lavorare alacrememnte alla formazione di patti di sindacato, dove tutto riprende ad essere un delicato equilibrio di pesi e rapporti. Economia di relazione, per l’appunto.

      L’anomalia di queste situazioni è quella di veder decidere le sorti dell’azienda soggetti che non mettono nemmeno i capitali per avere voce. Nelle popolari questo era ecclatante ed autoevidente, in un meccanismo di limite del 5% lo sarebbe solo un poco meno. Un passo avanti che non risolverebbe quasi nulla e costituirebbe quasi solo un “dispetto” a nuovi e vecchi azionisti.
      Immagino tu ricordi come Camfin (Tronchetti) arrivasse a controllare Telecom con una partecipazione minimale, tanto per fare un esempio. Ed immagino anche che ricordi dove questo abbia portato.

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