Petrolio, Medio Oriente e politica estera

Tempo stimato di lettura: 2 minuti

Quando la Cina affronta problemi strategici e complessi, emerge sempre la stessa dicotomia: è serio il problema, così come è serio il tentativo di risolverlo. La doppia analisi si applica alla protezione ambientale, alla qualità dello sviluppo, alla sufficienza energetica. Quest’ultima è uno dei nodi cruciali della Cina. Basarsi sulle proprie dotazioni è impossibile; è necessario dunque un impegno forte per le proprie necessità. All’energia, tra le altre cose, si legano due aspetti titanici: lo sviluppo economico e la politica estera. La Cina sembra aver privilegiato il primo rispetto alla seconda; o almeno essa è diventata strumento subordinato al fine primario della crescita del Pil. Esiste un momento tuttavia quando alcune scelte globali diventano cogenti e devono dominare le ragioni della crescita. È questo il caso dell’intervento cinese in Medio Oriente. Si registra infatti una differenza plateale tra la complessità della situazione e la relativa semplicità della posizione cinese. La prima rileva l’esplosività della regione, la seconda un intervento distaccato, il cui scopo principale è garantire i propri approvvigionamenti. La Cina ha comprato petrolio, ne ha difeso i flussi, si è impegnata in posizioni al limite della superficialità. Ufficialmente appoggia la causa palestinese, ma da alcuni anni ha stretto rapporti tecnologici e militari con Israele. Si tiene alla larga dai conflitti che infiammano la regione, perché non ha intenzione di invischiarsi in problematiche che non sa e non vuole affrontare. In sostanza lascia agli Stati Uniti il dirty job, purché questo non colpisca i suoi interessi.

 Ora questa situazione sta cambiando, probabilmente è giù mutata in senso radicale. Lo testimoniano i tremendi episodi di cronaca dell’area medio-orientale. All’altra estremità del continente, i bisogni della Cina non flettono. Secondo uno studio dell’International Energy Agency, il Dragone avrà bisogno di importare giornalmente più di 11 milioni di barili di petrolio nel 2030. È un valore immenso, che fa impallidire il record corrente di 8 milioni. La Cina continua a essere una potenza energivora e deve trovare la disponibilità relativa. Ridurre i consumi sembra impraticabile. La fabbrica del mondo ha bisogno di energia, così come la popolazione che ha abbandonato i frugali standard di vita precedenti. Anche la scoperta di nuovi giacimenti nel territorio sembra improbabile; in aggiunta è difficile immaginare un balzo in vanti tecnologico verso l’efficienza o la ricerca di soluzioni energetiche alternative.

Non rimane che il petrolio. Ma i legami stretti con l’Africa (principalmente Angola) e America Latina (Venezuela) sono insufficienti. Gli analisti confermano che i maggiori margini di crescita verranno dalle viscere irakene. Sfruttarle vuol però dire impegnarsi in un’area tempestosa. Non sarà un compito facile per Pechino, abituato da tempo a considerare le relazioni esterne in maniera residuale. Una potenza delle sue dimensioni deve far sentire il proprio peso, concorrere alla stabilità, addirittura affiancare gli Stati Uniti nelle operazioni di intelligence e sicurezza. Non è più sufficiente il vecchio mantra della “non interferenza negli affari interni di un paese”. La Cina, almeno nelle dichiarazioni, non invoca un secondo imperialismo dopo quello di Washington, ma è giusto tenga presente che defilarsi non basta più, non è lungimirante e soprattutto non conduce a risultati validi, neanche per la Cina.

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

Alberto Forchielli

Presidente dell’Osservatorio Asia, AD di Mandarin Capital Management S.A., membro dell’Advisory Committee del China Europe International Business School in Shangai, corrispondente per il Sole24Ore – Radiocor

Latest posts by Alberto Forchielli (see all)

Precedente Dalla Svizzera arrivano le salsicce coi buchi Successivo L’insostenibile leggerezza delle previsioni del Pil

3 commenti su “Petrolio, Medio Oriente e politica estera

  1. _beneathsurface il said:

    Posso sbagliarmi, ma credo ci siano molti modi per fare i propri interessi in aree turbolente, nuove o già inseritavi, senza fare o subire pressioni mediatiche e conferenze stampa.
    Gioca a favore della Cina proprio l’atteggiamente minimalista da decenni mantenuto in certe aree di politica estera (isole Sengoku/Diakon a parte…) per cui pochissimi analisti e ancor meno giornalisti si attendono e pronosticano interventi à là USA dal paese del Dragone…e quindi senza pressioni mediatiche è più facile per loro non dover rispondere al mito americano (sbiadito) dello zio Tom che salva il mondo.
    No?

  2. Matteo il said:

    Un appunto all’analisi: Non conosco bene la Cina ma conosco l’Africa perché ci vivo e i cinesi sono ovunque specie in Nigeria e Kenya più che Angola, per il petrolio e non solo.

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.