Vorrei lavorare ma non posso,sai tu perchè?

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Ma se nessun tipo di trappola esiste (in maniera permanente), e quindi la politica monetaria è (presto o tardi) efficace a ridurre i tassi (a lungo termine) e quindi aumentare gli investimenti, cosa possiamo dire della teoria di Keynes della disoccupazione?
Prima di iniziare ci tengo a fare una precisazione: questo sarà un articolo di sicuro indigesto per parecchie persone, specialmente coloro che sono certi che Keynes mai postulò salari rigidi e/o imperfettamente flessibili. Scopo dell’articolo non è dimostrare incontestabilmente il contrario, ma offrire una rilettura eretica benchè fondata nel testo, anche sfruttando le intuizioni dell’ottimo lavoro di esegesi di Leijhonufhvud.

Generalmente si cita il capitolo 19 per supportare la conclusione che Keynes rigettasse l’idea di salari monetari rigidi. L’attenta lettura del capitolo evidenzia però che tale flessibilità è una ipotesi di studio utile a dimostrare che le riduzioni salariali, comprimendo la domanda aggregata, producono deflazione e quindi il ritorno ad un salario reale eccessivo. Nulla dà a intendere che tale flessibilità salariale sia considerata una regola.
Anzi emerge chiaro che Keynes indica come “regola desiderabile” che i salari monetari siano imperfettamente e asimmetricamente flessibili, quale elemento di stabilizzazione del sistema economico e dei prezzi.
Uno potrebbe obiettare che vi sia differenza fra un comportamento “governato” e il comportamento “naturale” di una variabile, ma il mio scopo è proprio dimostrare che per Keynes implicitamente esistano meccanismi insiti nel sistema economico e che conducono a tale rigidità.

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Avevo già citato nel primo articolo e nei due commenti allo stesso alcune ragioni portate da Keynes a supporto della rigidità nel breve periodo dei salari. Rileggeteli e tenete conto che la resistenza al taglio dei salari nominali è centrale nel pensiero keynesiano (pag.95 Leijonufhvud) perchè riferibile direttamente al reale comportamento dei lavoratori: in primis perchè le aspettative dei lavoratori sono inelastiche e in secondo luogo per una ragione psicologica: nessun lavoratore accetterebbe un taglio arbitrario del proprio salario, per venir re-impiegato, quando vede che i suoi colleghi riscuotono lo stesso assegno di prima (Teoria Generale, cap. 2 inizio paragrafo III).
Come il Leijonufhvud correttamente precisa (nota 23 pag.95) qui è fondamentale l’ipotesi sottostante che nel sistema keynesiano sia ipotizzato un “certo ritardo nell’aggiustamento dei prezzi”, che altro non vuol dire che si ritenga condizione necessaria che prezzi e salari siano non perfettamente flessibili (verso il basso, ovviamente, un chiaro esempio di flessibilità asimmetrica).
Un’altra tematica centrale del pensiero keynesiano è quella della contrattazione salariale (Leijhonufhvud, pag 97-98): secondo Keynes, i Classici ne hanno totalmente frainteso la natura presumendo che sia indifferente che l’analisi venga condotta in termini “reali” o “monetari”. Keynes lo ripete spesso in tutto il suo cap.2 par.II: è il salario nominale quello che è al centro della contrattazione, perciò è il salario nominale a determinare quello reale.(vds nota 1) Vediamo ora la definizione che Keynes da della disoccupazione involontaria (cap 2 par.IV):

Definition

Il punto fondamentale è l’accento sulla variazione dei prezzi a parità di salario nominale (sottolineo: a salario nominale costante). Keynes ripete più e più volte che la natura “involontaria” della disoccupazione è riferibile a quei disoccupati i quali, sebbene interessati a lavorare al salario corrente, non ritirerebbero comunque la loro offerta pur in caso di un aumento ridotto del costo della vita.
Detto con parole mie, Keynes sostiene che l’offerta di lavoro sia molto inelastica alle modeste variazioni (peggiorative) del livello dei prezzi, mentre sia elastica alle variazioni peggiorative del livello nominale dei salari (si veda anche cap.18 par. III).

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É arrivato il momento di tirare le somme: emergono come fondamentali nelle idee keynesiane la centralità dei salari nominali, la resistenza dei lavoratori ai tagli dei salari nominali e le inelasticità delle aspettative e delle funzioni di offerta di lavoro ai movimenti (non eccessivi) di prezzo (mentre sono elastiche ai movimenti dei salari nominali); questo presuppone che i prezzi di riserva si modifichino lentamente e gradualmente.
Questa interpretazione altro non dice che i lavoratori soffrono di un certo grado di “illusione monetaria” (peraltro cosa a mio personalissimo parere verissima e evidente dall’esperienza comune).
E qui arriviamo al punto nevralgico e alla mia domanda impertinente: se le politiche economiche di spesa pubblica suggerite da Keynes fossero realmente efficaci a ridurre sensibilmente e stabilmente la disoccupazione involontaria, via aumento della domanda aggregata, e considerato anche che è mio parere che Keynes riconoscesse l’impossibilità di una duratura trappola della liquidità, come mai invece la disoccupazione persiste nel tempo malgrado 70 anni di spesa pubblica crescente?
Oggi darò subito la mia versione della soluzione, e mi aspetto reazioni, anche dure, presto. E torneremo  nel prossimo articolo sull’argomento della sostenibilità dei debiti pubblici.
Visto quanto sopra, per me diventa chiaro come l’asimmetrica flessibilità dei salari nominali sia da considerarsi condizione necessaria per giustificare la persistenza della disoccupazione nel tempo, malgrado 70 anni di politiche keynesiane.
E se nella esposizione della Teoria Generale non emerge chiaramente è secondo me perchè Keynes forse per pudore non lo sottolinea adeguatamente.


E ora scusate, ma dopo questo articolo preparo precauzionalmente le valige: mi aspetta un sicuro augurio di buon viaggio di sola andata nella nona bolgia dell’ottavo cerchio.
E auguro buone feste e felice anno nuovo a tutti i lettori e agli autori di pianoinclinato.it

———
(nota 1) avevo già accennato (nota 2 del primo articolo) che il procedimento di determinazione dell’occupazione è ribaltato in Keynes rispetto ai Classici: in questi ultimi parte dall’equilibrio di salari reali e produttività marginale del lavoro e da questo determina output e prezzi, mentre in Keynes parte dalla domanda aggregata e, determinati output e prezzi, determina l’occupazione e il salario nominale, data la produttività del lavoro. È allora chiaro perchè per Keynes sia il salario nominale a determinare quello reale. Ed in questo consiste la grande differenza fra Keynes e i Classici.

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Beneath Surface

Alla soglia degli anta decide di tornare alla sua passione giovanile: la macroeconomia. Quadro direttivo bancario, fu nottambulo ballerino di tango salòn, salsa cubana e rueda. Oggi condivide felicemente la vita reale con le sue due stupende donne.
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