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Clearing in renminbi. Problemi tecnici, ritardo politico

Lontana dalle emozioni che spesso colpiscono il grande pubblico, una notizia ha gettato allarme – o creato un sospiro di sollievo – tra gli operatori finanziari. È imprevedibile l’impatto della decisione – ancora non ufficiale ma sicura – di rinviare l’implementazione di un sistema internazionale di pagamenti bancari denominati in Rennminbi. La Cina ha infatti posposto, probabilmente fino al 2016, l’adozione del tanto atteso CHIP, China International Payment System. Il sistema, promesso nel 2012, avrebbe dovuto facilitare le transazioni internazionali, attraverso il cross border clearing, cioè la compensazione di crediti e debiti applicata nei pagamenti interbancari. Mentre le operazioni sono regolate agevolmente all’interno della Cina, la loro compensazione internazionale è affidata a una pluralità di soggetti. Un ruolo centrale è svolto dalle clearing bank  e dai centri offshore.

Negli ultimi anni, Pechino ha costruito, su basi prevalentemente politiche, una ragnatela di accordi che fanno leva su competenze che la Cina ancora non può vantare. La strategia di fondo è chiara nella definizione, ma oscura e difficile nella realizzazione: trasformare il renminbi in una moneta internazionalmente accettata. Liberalizzarne i movimenti, rendendo cioè facili i pagamenti, è nevralgico per questa ambizione. Gli operatori cinesi che detengono renminbi devono cioè essere sicuri di poterli usare. I primi tentativi si sono svolti nella Greater China, attraverso accordi con le banche di Hong Kong, Taiwan e Singapore che accettavano, per poi ovviamente re-immettere nel proprio circuito finanziario, pagamenti in renminbi.

I risultati sono stati relativamente promettenti. La divisa cinese infatti è ascesa al 7^ posto come mezzo di pagamento più usato al mondo per scambi di merci e servizi, secondo quanto riporta la Reuters citando la fonte finanziaria Swift. È tuttavia un risultato ancora non coerente con le dimensioni della seconda economia al mondo. Il suo peso e le sue disponibilità sono stati accettati da centri offshore che si sono proposti per agevolare le compensazioni dei renminbi, recentemente negoziate con le piazze di Londra, Francoforte, Lussemburgo e Seul. Per ampliare la quantità delle transazioni è necessario allargare la base degli utenti. Per questo era stato ipotizzato il CHIP. Il rinvio, come sempre, ha motivazioni politiche e tecnologiche. Non si sa se l’amministrazione cinese non voglia o non sappia procedere. Le due spiegazioni probabilmente coincidono e convergono.

La complessità tecnologica dell’operazione è infatti eccessiva per l’esperienza cinese che evidentemente non è in grado di superare questo ostacolo. Il numero degli utenti cinesi, legati alla possibilità anche di traferire all’estero i risparmi in renminbi, non è quantificabile. È molto probabile che le autorità perdano il controllo di transazioni che, debordando dai limiti immaginati, diventino ingestibili e possano sottoporre la moneta a colpi di mercato indesiderati. La Cina rinvia dunque un esperimento che l’avrebbe modernizzata perché ancora non pronta e competente. In questo modo ironicamente risulta ancora prigioniera delle banche internazionali e della tirannia del dollaro. Le prime, con la leva di conoscenze orami secolari, gestiscono in oligopolio movimenti di renminbi con profitti e sicurezza. Offrono le compensazioni e attraggono capitali ingenti. La Cina avrebbe potuto ridurre la sua dipendenza, ma non è in grado tecnicamente di farlo. Inoltre, gli operatori internazionali continuano a privilegiare il dollaro per gli scambi per la sua facile accettazione. Il paese ha il timore di perdere il controllo della propria moneta. È comprensibile, ma ciò non l’aiuta a diventare un centro di rispetto per la finanza internazionale, rimanendo così confinato alla sua specializzazione di produttore di merci.

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Pubblicato da Alberto Forchielli

Presidente dell’Osservatorio Asia, AD di Mandarin Capital Management S.A., membro dell’Advisory Committee del China Europe International Business School in Shangai, corrispondente per il Sole24Ore – Radiocor

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