Effetto S.Matteo: i ricchi vanno in paradiso

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A chiunque abbia qualcosa, sarà dato di più, ed essi vivranno nell’abbondanza; ma a quelli che hanno poco, anche quel poco sarà tolto.

Il passo del vangelo di Matteo fu preso da Merton nel 1968 come esempio del crescente divario fra ricchi e poveri, un divario che secondo il modello base di Solow avrebbe dovuto chiudersi, secondo un chiaro sentiero di convergenza che invece si sta rivelando una divergenza sempre più chiara.
Il modello base di Solow suggerisce la conclusione che, indifferentemente dal punto di partenza, se due paesi (per quanto possano essere diversi) hanno uguali funzioni di produzione (tecniche produttive, tecnologia, produttività marginali) e stesso tasso di risparmio e di crescita della forza lavoro, allora convergeranno allo stesso punto stazionario.
Viene quindi comodo a questo punto rimuovere l’ipotesi di economia chiusa e, almeno in prima approssimazione, affermare che la convergenza sarà ancora più rapida se le economie fossero aperte e esistesse un libero mercato internazionale dei capitali.
Il modello infatti assume implicitamente che le economie emergenti possano beneficiare delle innovazioni tecnologiche e dei processi tecnici più moderni e efficenti ; inoltre dato che si tratta di economie che partono da un livello basso di capitale per lavoratore, allora godono di una produttività marginale del capitale più alta rispetto ai paesi avanzati, e quindi di rendimenti maggiori che possono attrarre risparmi/investimenti dall’estero (naturalmente nel mondo tutto rosa dei neoclassici il concetto di rischio e incertezza sono assenti), ovviando al problema che il tasso di risparmio nazionale possa eventualmente essere in sè insufficiente.
La conseguenza è che i livelli di capitale e prodotto per lavoratore dovrebbero crescere molto rapidamente in questi paesi “poveri”, benchè il livello del consumo per lavoratore sarà inferiore dato che una parte del reddito pro capite andrà a remunerare gli investitori stranieri.

 

Tuttavia alcune ricerche empiriche condotte separatamente da Baumol, da De Long e da Mankiw (p.284-286) non sembrano suffragare questa ottimistica visione: i tempi di convergenza stimati dal modello neoclassico sono la metà di quelli realmente osservati. Inoltre, solo paesi “simili”(per condizioni di partenza) convergono, mentre paesi “dissimili” non convergono per nulla.
Inoltre il modello neoclassico (vds Mankiw pag.286-289) implica che la variazione del tasso di rendimento del capitale dipenda dall’elasticità di sostituzione fra capitale e lavoro. In altre parole è fondamentale la forma della funzione di produzione (e quindi la stessa tecnologia disponibile).
Ugualmemte Mankiw dimostra matematicamente che la convergenza è è proporzionale alla quota di reddito nazionale che va a remunerare il capitale (la c.d.”capital share”)
Ma quest’ultima, nel modello standard, misura solo il capitale fisico. Solo aggiungendoci una stima del capitale umano avremo risultati empiricamente soddisfacenti.
Allora, in sintesi, il punto debole del modello di Solow sta proprio nelle condizioni iniziali del paese emergente. Alcuni fattori diventano determinanti per avere tassi di convergenza simili: la disponibilità di materie prime (vds nota 1), la stabilità politica, l’apertura a capitali stranieri, la stessa sicurezza per investimenti stabili nel paese e, last but not least, il fattore capitale umano (conoscenze, abilità, scolarizzazione, accesso all’istruzione superiore, training-on-job eccetera, perchè fra dire “imitano/rubano la nostra tecnologia” e saperla utilizzare c’è di mezzo un mare).
L’inclusione di questi fattori fa la differenza, specialmente nel confronto fra paesi ricchi e poveri il cui divario tende a crescere invece che diminuire, malgrado l’apertura dei mercati internazionali dei capitali.
Fateci infatti attenzione: chi investirebbe in un intangible privo di garanzie reali come l’istruzione in un paese povero? Possiamo passare questa limitazione sotto il nome di “imperfezione dei mercati” o “fallimento del mercato”, ma poco cambia: le condizioni iniziali sono fondamentali, e tutto questo mi ricorda molto un libro che tempo fa lessi (Armi, acciaio e malattie).
Un paese arretrato i cui abitanti vivano poco sopra la soglia di sussistenza sembra quindi destinato a rimanere in una trappola della povertà.

STORIA DELLE POLITICHE DI SVILUPPO
Nei decenni si sono succeduti due modelli di politiche per sviluppo.
Il vecchio paradigma,
vigente a partire dagli anni 50 per oltre un trentennio, richiedeva:
1) elevati dazi e avversione nei confronti degli investimenti esteri diretti (FDI) per proteggere mercato interno e imprese locali;
2) controlli pubblici e ingenti sussidi a imprese locali;
3) tassi di cambio sopravvalutati per favorire la sostituzione delle importazioni con beni prodotti internamente.
Queste politiche furono abbandonate oltre venti anni fa quando si osservò che i paesi che le adottarono mostravano ritmi di crescita inferiori agli altri e in genere tutta una serie di indesiderati effetti secondari legati alla inefficenza del sistema produttivo e alla dilagante corruzione che sono spesso causati da generosi sussidi pubblici, assenza di competitors e controlli pubblici su avviamenti di imprese, importazioni e esportazioni (di beni, servizi e anche capitali).
Nell’ultimo ventennio si è giunti ad un nuovo modello, definito Washington Consensus (WC), le cui linee guida sono le seguenti:
1) evitare l’indiscriminata protezione del mercato locale, bensì seguire un uso selettivo e per tempi limitati di politiche protezionistiche di settori nascenti;
2) aprire alla concorrenza, anche internazionale e alle imprese multinazionali, e ai FDI, quale stimolo per efficenza e innovazione;
3) prezzi, cambi e quantità devono essere determinati dal mercato, non da regolamenti statali;
4) politiche fiscali e monetarie solide (no monetizzazione dei deficit, nè politiche fiscali insostenibili);
5) vasta base imponibile con aliquote moderate e progressive;
6) investimenti pubblici in istruzione, formazione, assistenza sanitaria, infrastrutture e lotta alla povertà.
Neppure questo modello, e le relative ricette del FMI e della World Bank sono stati esenti da critiche anche aspre, e spesso si è obiettato loro di aver contribuito con politiche di austerity al peggioramento delle crisi di diversi paesi. Lungi da me voler affermare il contrario.
Quello che mi interessa qui capire è se le condizioni sopra elencate del WC siano sufficienti per garantire uno sviluppo sostenibile, oppure solo necessarie.
Chi ne sostiene la sufficienza fa ampio riferimento alla capacità autoregolatoria dei mercati capitalistici concorrenziali e alla razionalità degli agenti economici. Chi ne sostiene l’insufficienza fa riferimento a molti punti che trovo importanti.

 

Intanto la capacità di attrarre FDI non è uguale da paese a paese: vi concorrono le condizioni iniziali relative a materie prime e stabilità politica, più sopra già citate, e condizioni socio-culturali fra cui spiccano istruzione e politiche per l’impiego e il welfare.
Una multinazionale si installerà stabilmente in un paese se vi trova un ambiente ospitale per il doing business (anche burocraticamente) e se vi trova manodopera non semplicemente a basso costo e low-skilled ma possibilmente istruita e propensa ad apprendere ulteriormente. Altrimenti va solo a depredare risorse per poi sparire.
Si intuiscono facilmente le tante esternalità positive che l’apertura a FDI promuove: training on job, trasferimento di conoscenze, tecniche e tecnologie, apprendimento di efficenti metodi di managment, marketing e contabilità e costruzione di reti finanziarie adeguate.
Ma deve essere fondamentale capire quanto segue: per avviare detto processo virtuoso deve esistere, almeno ad un livello scolare, una “classe operaia e impiegatizia” minimamente preparata e motivata.
Insomma: aiutati che dio ti aiuta?!?!
Come avevamo già visto nel precedente articolo, la conoscenza e l’istruzione sono condizioni necessarie e sufficienti per avviare lo sviluppo, e quindi sono da favorire adeguate e generose politiche pubbliche mirate.
In questo contesto un problema fin troppo frequente riguarda la condizione femminile (la donna è vista come un animale casalingo da riproduzione, mica un cervello con più sinapsi di un uomo…), e i contrasti etnici (è tristemente noto che paesi divisi etnicamente non solo siano politicamente più instabili ma abbiano grossi deficit delle strutture pubbliche).
In secondo luogo, andrebbe valutato caso per caso l’adeguatezza del consiglio di aprire interamente i mercati dei paesi in via di sviluppo ai flussi di capitale: in passato si è notato che le crisi erano nate da repentini e incontrollabili fughe di capitali, perciò sembrano appropriati controlli e limitazioni specie nelle fasi iniziali e di consolidamento dello sviluppo.
E quasi altrettanto dicasi della protezione del mercato e delle imprese locali, benchè sia mia opinione che alla base di tutto deve preventivamente e necessariamente esservi la lotta a corruzione, clientelarismo, burocrazia e inefficenze che fin troppo spesso si accompagnano a regolamenti pubblici stringenti e una vigilanza “allegra”.
Ma probabilmente l’ambiente politico, legislativo, esecutivo e giudiziario perchè ciò avvenga deve essere liberale e democratico ma non conosco paese arretrato con le condizioni minime per la nascita spontanea di una civiltà e una cultura della democrazia, nè mi sembra che il tentativo targato USA di esportarla con le bombe si sia rivelato efficace.


Per avere una idea di come le condizioni per la convergenza verso più alti livelli di prodotto pro capite dipendano non banalmente dalle caratteristiche della sola funzione di produzione, leggetevi il bignamino sul TPP pubblicato su Piano Inclinato e chiedetevi come necessariamente deve cambiare il volto di molti aderenti del Sud-Est Asiatico al Trattato qualora implementino adeguatamente gli standard previsti per l’omogeneizzazione delle politiche di commercio: standard sulle politiche del lavoro, sul rispetto per l’ambiente e la salute e il diritto di opera d’intelletto sono alcuni dei più dirompenti interventi legislativi per una economia.

Post Scriptum dell’autore: l’articolo, esattamente nella forma in cui l’avete letto, è stato pensato e scritto a cavallo di fine anno, molto tempo prima dell’omicidio in Honduras dell’attivista ambientalista Berta Cáceres ad opera di ingoti. Ignoti poi mica tanto, si teme…È nota la sua lotta, per cui l’anno prima aveva ricevuto il premio Goldman, a difesa delle popolazioni indigene locali contro lo sfruttamento non concordato e autorizzato delle risorse idriche del loro fiume sacro.
Un lutto al cui cordoglio e biasimo io e lo staff di PianoInclinato ci uniamo.
Ho pensato allora se fosse il caso di modificare parzialmente quello che nel mio articolo potesse sembrare in apparenza un atteggiamento benevolo verso multinazionali e governi. Poi ho deciso di non farlo e lasciare più opportunamente ai lettori spazio per critiche, puntualizzazioni e osservazioni.

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(nota 1) La maggior limitazione imposta dall’ipotesi solowiana che la funzione di produzione abbia rendimenti di scala costanti consiste nel dover escludere dai fattori produttivi la terra e certe materie prime (che sono naturalmente beni scarsi) e che quindi non possono essere indefinitamente moltiplicate nel processo produttivo. Tuttavia di queste materie prime ce ne è bisogno!

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Beneath Surface

Alla soglia degli anta decide di tornare alla sua passione giovanile: la macroeconomia. Quadro direttivo bancario, fu nottambulo ballerino di tango salòn, salsa cubana e rueda. Oggi condivide felicemente la vita reale con le sue due stupende donne.
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