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E se dopo il franco svizzero fosse il momento di libertà del renmimbi?

La dimensione dell’economia cinese cresce di anno in anno, per dare un ordine di grandezza due anni di crescita cinese valgono quanto un intero PIL italiano. Insidia, e secondo alcune misurazioni supera, la leadership statunitense nell’economia mondiale. Possibile che un Paese del genere debba ancora basarsi, come una qualunque piccola economia emergente, su un peg con una valuta di riferimento di una grande economia sviluppata?

Con un deprezzamento del 2,5% contro dollaro nel 2014 ha realizzato la peggiore performance degli ultimi 10 anni. Potreste pensare che strutturalmente un paese esportatore come la Cina avrebbe una moneta ben più forte se la lasciasse fluttuare liberamente, ma la recente forza del dollaro viene da fattori che la Cina non replica.

Innanzitutto c’è la diversa politica monetaria di Pechino rispetto alla Fed: negli USA ci si prepara ad innalzare i tassi, mentre la People Bank od China è ancora in fase di sostegno all’economia, solo da novembre ha già lanciato due interventi espansivi e proprio ieri ha annunciato di avere spazio ed intenzioni per ulteriori interventi, con un tintinnio di calici degli operatori di borsa.

Il sistema finanziario cinese sembra avere delle difficoltà, lo “shadow banking” cresce (il nostro Forchielli ne parla su Repubblica), difficile vedere un renmimbi forte su un sistema finanziario stressato. Viceversa il renmimbi è sempre più (ancorché poco) scambiato su piazze offshore, e come sappiamo maggiore è il numero di operatori che scambiano un bene, maggiore è la probabilità che gli scambi avvengano a prezzi equi, riflettendo un dato di realtà.

La mancata rivalutazione del renmimbi in questi anni, non compensando i miglioramenti di processo, ha permesso alla Cina di avere una crescita maggiore della produttività, ma evidentemente oggi la visione del mercato verso la moneta cinese è molto meno orientato a ritenerla sottovalutata, tant’è che a fronte di un aumento delle piazze di scambio la PBoC ha dovuto intervenire sempre meno per addomesticare il cambio, ed ha perfino allargato un pochino la banda di oscillazione tollerata.

In quest’ottica non sembra un caso l’attivismo degli acquisti internazionali, specie in Europa, dalla Cina: la forza del dollaro rende più care le coperture delle esposizioni in valuta estera per le imprese cinesi, cui restano le opzioni di diversificare (€, che in questa fase è più debole) le proprie esposizioni, depositare maggiori quantità di valuta americana o chiudere le proprie linee in dollari (in entrambi i casi facendo aumentare la domanda di dollari, spingendo così l’ulteriore rafforzamento del biglietto verde). E’ per questo che la bilancia dei pagamenti cinese ha registrato il deficit più alto da sedici anni a questa parte: la Cina compra asset esteri e questo deprime il valore del renmimbi.

Stringendo il peg sul cambio con il dollaro, come fece nel 2008, la Cina si esporrebbe al rischio di importare deflazione se la valuta americana continuasse a mostrarsi (troppo) forte.

Quello che potrebbe avere in mente la PBoC allora è di usare le ingenti riserve in dollari a disposizione per tenere sotto scacco i mercati, aprendo al libero scambio la moneta nazionale. Il renmimbi potrebbe così deprezzarsi, ed in caso di eccessiva volatilità la People Bank of China avrebbe in mano la cartuccia per intervenire in maniera diretta sui mercati.

Dopo la rimozione della barriera di cambio fra € e Franco Svizzero, potrebbe essere l’ora quindi della caduta di un’altra costrizione dei mercati che dura ormai da vent’anni.  Le dimensioni economiche di Pechino rendono obsoleto e pericoloso il gancio con il dollaro, che oltretutto in fasi di crisi -essendo moneta di riserva globale- si rafforza trascinando verso l’alto la moneta cinese in una spirale dannosa per chi ancora fa tanta leva su manifattura ed esportazioni.

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Pubblicato da L'Alieno Gentile

Precedentemente conosciuto con il nickname Bimbo Alieno, L'Alieno Gentile è un operatore finanziario dal 1998; ha collaborato con diverse banche italiane ed estere. Contributor OCSE nel 2012, ancora oggi gestisce attivamente patrimoni finanziari

7 Risposte a “E se dopo il franco svizzero fosse il momento di libertà del renmimbi?”

  1. Ciao Andrea , perchè noi italiani siamo sempre autolesionisti. Il pil cinese è circa 9300 con crescita 7,5% fa 700 x 3 ( TRE ) anni = 2100 il pil italiano. Secondo me nel momento in cui la cina abbandona la barriera e lo yuan si svaluta , è come dichiarare una guerra valutaria, sarà deflazione per il resto del mondo e allontanerà il rialzo dei tassi usa.

      1. Ma no, i calcoli li hai fatti giusti, ma li hai fatti sulle stime e come hai scritto sotto un altro post delle stime non bisogna fidarsi 🙂
        Se cerchi di categorizzarmi “noi italiani siamo autolesionisti” mi stimoli a puntualizzare. Io volevo solo dare un ordine di grandezza della crescita cinese, me l’hai girata come se avessi parlato di piccolezza italiana. Solo pochi anni fa la crescita cinese di soli 18 mesi valeva un’Italia, tra qualche anno sarà vero il tuo “3”, hai solo anticipato i tempi 😉

        1. Non dubitavo della tua bravura, ora me lo confermi ulteriormente. Non sono per niente ottimista e devo imparare a leggere in modo diverso per non rischiare di categorizzare chi scrive. Grazie per le risposte mi sono state più utili a livello personale che finanziario. Ciao e buona giornata.

  2. allego video dell’intervento originale e integrale tenuto dal nostro Alberto Forchielli alla University of Warwick sul tema dell’esportazione di capitali cinesi (utile integrazione alla riflessione):

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